L’ingiustizia tatuata

Diritti & Lavoro

Editoriale di DANIELA PIESCO

Chiunque voglia servire lo stato diventando un membro della Polizia sa benissimo che bisogna avere un corpo pulito, senza tatuaggi e non solo. Questa criterio è stato negli anni molto contestato e criticato, anche perché di certo un tatuaggio non va ad intralciare il percorso da poliziotto e non ha nulla a che vedere con l’essere un buon servitore dello Stato o meno.
Preliminarmente alla questione occorre fare un doveroso inquadramento  giuridico su tatuaggi e forze dell’ordine.
Ebbene  la realizzazione di tatuaggi anche di ampiezza estesa sugli avambracci, non è da alcuna norma proibita espressamente per gli arruolati nell’Arma.
Più che altro, la decorazione pittorica della pelle crea profili di criticità ove il soggetto rappresentato dal tatuaggio  esprima  sentimenti, intenzioni o messaggi incompatibili con il giuramento prestato o con il rapporto fiduciario intercorrente nei confronti dell’Amministrazione.
Si ricordi che, in epoca non recente, in sede concorsuale per l’accesso alle forze armate, la presenza di tatuaggi sulla pelle era stata talvolta considerata sfavorevolmente, in particolare dalle commissioni mediche. Talvolta, la presenza di tatuaggi era stata qualificata, in sede di visita medica, come alterazione permanente dell’epidermide di carattere anche potenzialmente patologico con potenziali conseguenze nocive.
Talvolta tale tesi era stata ancorata alla presenza di inchiostri e alla potenziale infiltrazione delle relative sostanze nocive con effetti patologici.
Tali preoccupazioni sono state progressivamente superate dalla giurisprudenza che ha escluso qualsiasi rilevanza patologica dell’alterazione della pelle mediante tatuaggio, riconoscendone un potenziale rilievo ostativo all’arruolamento esclusivamente nel caso in cui per dimensioni contenuto e natura possano essere lesivi della dignità e del decoro.
A livello di regolamentazione specifica, la stessa disciplina delle uniformi sconsiglia ma non vieta la realizzazione di tatuaggi.
Cosa abbia convinto il Consiglio di Stato nel marzo scorso, nel pieno del lockdown, a varare una linea rigida contro i tatuaggi è un mistero. Perché se è vero che qualche decennio fa, quando i tatuaggi erano patrimonio dei marinai e dei galeotti, il divieto aveva un senso ovvio, è altrettanto ovvio che i tempi sono cambiati.
Sul pregio estetico di buona parte dei manufatti si può dissentire, ma pensare oggi che un tatuaggio sia un marchio d’infamia o di devianza ha ancora senso?
 Eppure le leggi delle forze dell’ordine continuano a essere severe: non si può arruolare chi ha qualcosa che spunta dalla divisa estiva, o anche solo dalla tenuta ginnica.
 A tollerare un po’ di più è solo la polizia penitenziaria, che chiede che il tatuaggio non sia sintomo di «personalità abnorme».
Negli anni scorsi, alcune sentenze avevano allentato il rigore delle interpretazioni.
 D’altronde se con nove tatuaggi si può fare il ministro delle politiche agricole (Gian Marco Centinaio, Lega), se con un ragno disegnato sul polso si può reggere il ministero dello Sviluppo economico (Carlo Calenda) perché con una piccola nota musicale sull’avambraccio non si può fare ordine pubblico,non si può dare la caccia ai criminali?
Ciò premesso veniamo al caso di Valeria di Nardo e di tutti i ragazzi che si sono trovati nella sua stessa situazione .
Come mai agenti della Polizia di Stato, formati e stipendiati, devono essere sospesi per “non aver rispettato” un requisito di accesso, a distanza di più di un anno dall’idoneità ottenuta?
Non è un tatuaggio (nel caso della Di Nardo addirittura rimosso) a descrivere un Poliziotto ma è la dedizione, l’amore per quella divisa, il rispetto per sé stessi e per le istituzioni ed è tanto altro.
Valeria è la testimone morale di tutti i  giovani che hanno  fatto il concorso per entrare in polizia, che hanno superato brillantemente la preselezione e  le prove fisiche ma alla visita per  ‘quella  macchiolina ‘che quasi non si vede , vengono bocciati dalla commissione .
 Valeria Di Nardo non demorde ricorre al Tar ,passa il corso, fa il giuramento, riceve pistola e distintivo. Ma intanto il Dipartimento della Ps ricorre al Consiglio di Stato contro  tutti i tatuati. E vince. Via pistola e distintivo, si torna a casa.
 Pazienza se intanto la collettività ha speso migliaia di euro per addestrarli.
 Come scrive il Consiglio di Stato respingendo il ricorso di un aspirante carabiniere, il divieto di tatuaggi visibili «risponde a evidenti esigenze operative nonché a palesi ragioni di sicurezza personale».
Quali?
I tatuaggi sempre esistiti.
 In passato nelle forze di polizia,i poliziotti si tatuavano in servizi di copertura o di infiltrazione tra cosche per non farsi riconoscere quale appartenente alle forze dell’ordine.
 In Usa non guardano a queste cose, in Italia ci sono effettivamente il 50% se non di più del personale tatuato e questo é una forte  discriminazione verso i giovani volontari ai quali  viene negato per questo il reclutamento, con le scuse più banali anche sulla psiche dell’individuo.
Vorrei concludere con una frase di Sandro Pertini: «Non ci può essere libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà».
 Mi domando a che punto siamo con libertà e giustizia sociale, oggi, in Italia?
Le istituzioni dovrebbero investire sui giovani come Valeria a cui non manca la dedizione allo studio e la capacità di sacrificio .
Le istruzioni dovrebbero investire sui giovani a cui l’unica cosa che manca sono le opportunità e le occasioni.
DANIELA PIESCO