Le mummie “naturali” di Savoca e quelle “artificiali” di Lodi

Cultura & Società

Savoca (Messina) è un nido d’aquila sui Peloritani, poco meno di duemila abitanti sparsi in nove frazioni delle quali la più popolata è Rina con circa 500 anime e la meno è Rogani che di residenti ne conta tredici. Paese d’arte, di cinema (sono state girate scene del Padrino) ma soprattutto il paese delle “mummie”. Insieme a Palermo e ad altre città siciliane, qui trovasi la testimonianza della mummificazione “naturale” dei cadaveri.

Le mummie sono nella cripta del convento dei cappuccini. Le visitammo negli anni ’60 del secolo scorso, accompagnati dal cappuccino padre Anselmo, un religioso innamoratissimo del suo paese e del suo convento. Sperava attraverso le mummie di poter attrarre turisti interessati all’aspetto culturale e storico del paese, peraltro, arricchito dalla vicinanza di Taormina. Ma per quanto ci mettesse l’anima, per quanto avesse ripulito e riattato nel convento celle in disuso da decenni al fine di ospitare turisti, questo non decollò come aveva sperato. Era già felice se vedeva arrivare un pullman.

Ricordiamo come se fosse oggi, che quando padre Anselmo aprì la botola, ricevemmo un soffio di aria non proprio indicata per i malati di polmoni; scendemmo. Alla vista si appalesò una stanza con vari corpi rinsecchiti, posti in fila, in piedi, e racchiusi in nicchie, ovvero conservati in bare. La più vecchia risaliva al 1776 e la più recente al 1876. Oggi come allora, i corpi sono quelli di Pietro Salvatore nobile del posto e di Giuseppe Trischitta. Le fogge degli abiti rivelano la loro appartenenza al ceto più abbiente del luogo, infatti la pratica di mummificazione naturale era piuttosto costosa e, come ci fu spiegato, non avveniva in quel posto, bensì presso la chiesa madre del paese, intitolata a santa Maria Assunta in Cielo, ove nella sottostante cripta, ubicata sotto l’abside, è presente il “Putridarium”, luogo deputato, nei secoli passati, alla pratica della mummificazione naturale delle salme.

Per accennare a tale pressi, molto usata nel meridione d’Italia, facciamo riferimento agli studi del colto padre Basilio autore di uno studio inedito secondo il quale, a «Savoca, la mummificazione è il prodotto di un processo semplicissimo, di un esporto per assorbimento degli umori effettuato da microscopiche fungaie di Hypha». A detta dell’autore l’essiccazione completa dei cadaveri richiedeva un periodo di sessanta giorni alla fine del quale la pelle che ricopriva i corpi diventava “incartapecorita e sonora come quella di un cembalo.”

Più in particolare, in paese, sotto la chiesa Madre trovasi «un ambiente circolare molto ventilato a causa delle numerose feritoie esistenti nelle pareti, esso presenta dei loculi provvisti di sedili sui quali venivano sistemati i cadaveri. Attraverso dei fori presenti nei sedili di pietra e ad un sistema circolare di scolo, si provvedeva a convogliare gli umori e i liquami in una grande fossa di raccolta adiacente. I cadaveri venivano progressivamente trattati con unguenti ed essenze, affinché i tessuti non perdessero elasticità. Un’ulteriore fase del procedimento doveva consistere nel riempimento della cavità toracica, privata degli organi interni, con paglia o altre fibre vegetali, allo scopo di conferire alla mummia l’aspetto originario».

Al termine  del procedimento il corpo mummificato era rivestito ed esposto in cripte o cappelle funerarie. Tale pratica, inizialmente riservata ai personaggi ecclesiastici, si diffuse tra i nobili e i ricchi del tempo e raggiunse il suo apice tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo, fino a quando l’editto napoleonico di Saint-Cloud, applicato in Italia il 5 settembre 1806, dispose il divieto di seppellire nelle chiese. Da questa data in poi iniziò il decadimento della mummificazione e la sua definitiva sparizione intorno alla fine del diciannovesimo secolo.

Dal profondo sud, risalendo lo Stivale, troviamo un importante centro per lo studio della mummificazione in Lodi. Graziosa cittadina che sorge sulle sponde del fiume Adda ove spicca in proposito la Collezione Anatomica ‘Paolo Gorini’.

Chi era Gorini? Un ricercatore, nato a Pavia nel 1813 e morto a Lodi nel 1881, è stato un matematico e scienziato italiano noto soprattutto come preparatore di cadaveri e parti anatomiche secondo un procedimento segreto da lui stesso inventato e sperimentato attraverso la “pietrificazione delle salme. In questo caso, a differenza di quanto abbiamo detto più sopra, ci troviamo di fronte alla mummificazione “artificiale” dei corpi. Operazione molto costosa eseguita dallo scienziato attraverso una formula a base di bicloruro di mercurio e muriato di calce molto tossica, ma estremamente efficace. Gorini procedeva per iniezione, a partire dalla vena e dall’arteria femorale del cadavere esangue. Il procedimento, illustrato molto dettagliatamente nei documenti scoperti e conservati presso l’Archivio Storico di Lodi, era particolarmente lungo, complesso e costoso(da Wikipedia). Con questo metodo di base mummificò, tra gli altri, il corpo di Giuseppe Mazzini e dello scrittore milanese Giuseppe Rovani. Nelle sue “Note Azzurre” firmate da Carlo Dossi, un lungo diario dell’autore, pubblicato postumo dalla moglie, con riferimento all’intervento dello scienziato sul cadavere del Mazzini, al punto 2737, si legge: «Preparazione della salma di Mazzini (dal racconto di Gorini). Gorini è chiamato a Pisa da un telegramma di Bertani. Trova una folla di Mazziniani, mezzi matti, ciascuno dei quali dà ordini e disordini, gridando “si faccia questo, si faccia quest’altro, non si badi a spesa” e inviando poi, beninteso, i conti a pagare ai tre 3 o 4 ricchi di loro. Lemmi ci spese di più di 6000 lire – e nota che i patrioti operai gli fecero pagare 800 lire una cassa di piombo che ne valeva 200. – Si domandò a Gorini in che modo avrebbe imbalsamato Mazzini. Rispose avere due modi: uno spedito ma che conservava per pochissimo tempo il cadavere; l’altro lunghissimo, ma che lo serbava indefinitivamente. Si passò ai voti. Dei mazziniani, i Nathan volevano che si seppellisse Mazzini senz’altro. Ma prevalse Bertani. Gorini si pose dunque al lavoro. Il corpo giaceva in istato di avanzatissima putrefazione. Era verde – era una vescica zeppa di marcia. Bertani assisteva all’esperimento. Dopo tutta una notte di tentativi, Gorini avea già perduta ogni speranza di conservarlo. Arrischiò un altro mezzo – e il verde scomparve e la marcia si coagulò. Allora si pose in cassa Mazzini per portarlo a Genova. In viaggio la cassa si ruppe e ne uscì del liquido. A Genova Gorini riprese il lavoro. In due anni, ne spera un mediocre successo».

Nel successivo punto 2739 si legge: «Nella biografia di Gorini, sarebbe degno di descrizione il suo laboratorio a S. Nicolò (Lodi) – Le quattro porte – Sistema d’ingresso – La porta che conduce alla “brugna” dell’Ospedale – La stanza piena di fiaschi, e di fiale – la stanza del carbone e del materiale vulcanico – La corte delle fornaci; la corte del crematojo – l’orto dall’eccellente frutta, ingrassata dai morti – etc. Lo studietto, colle preparazioni. Cadaveri interi e cadaverini – covate di cagnolini – Teste imbalsamate su busti di gesso: il cuore della fanciulla, della durezza dell’agata; il glande del giovinetto; la mano aristocraticissima; il tavolino, dalla tavola intarsiata a marmi animali e dai piedi di veri piedi. – Esemplari delle montagne e dei Vulcani».

Sarebbe un grave errore esiliare Gorini fra gli appassionati del macabro sino alla barriera dell’occulto. Non è così, egli fu uno scienziato figlio del suo tempo, vale a dire l’800. E’ un ricercatore che s’inserisce nell’epoca di Frankenstein, o del dr. Jekyll, stando, però, dalla parte della ricerca scientifica e non del romanzo gotico o della stregoneria cialtronesca. Egli è stato un romantico scienziato. Se qualcuno ha immaginato di vedere nel suo laboratorio un uomo “mummificato” con dentro qualche congegno che lo facesse muovere, ciò va giustificato dall’alone di mistero che ha sempre circondato il Gorini. La propria vita l’ha dedicata alla preservazione del corpo dall’aggressione della decomposizione dopo la morte. Di ciò aveva un’ossessione, forse provocata dalla morte del proprio padre, spirato fra le sue braccia dopo essere stato travolto da una carrozza. Non per nulla si sussurra che la testa del genitore era stata pietrificata. Ossessione che spinse lo scienziato, una volta accortisi quanto fosse costosa la sua pratica e, pertanto, in quanto pochi potessero permettersela, ad inventare il forno crematorio. Per lo studioso tutto era accettabile ma non un corpo in disfacimento. Egli stesso si fece bruciare nel forno crematorio di sua invenzione. Il primo in Italia, sito a Riolo, frazione di Lodi

L’approfondimento dell’argomento è lasciato alla curiosità individuale, che non può prescindere da una visita alla collezione anatomica “Paolo Gorini” in Lodi. Questa raccoglie 166 preparazioni anatomiche prodotte dallo scienziato Paolo Gorini tra il 1842 e il 1881, donate dagli eredi all’Ospedale Maggiore di Lodi. L’attuale allestimento espositivo fu curato dall’illustre anatomopatologo Antonio Allegri ed inaugurata dal senatore Giovanni Spadolini nel dicembre del 1981.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it