L’Armistizio: 8 settembre 1943

Politica regionale, nazionale e internazionale

Per gli italiani l’8 settembre del 1943, non fu solo una data convenzionalmente posta sul calendario del tempo; fu molto di più, fu l’apice di una tragedia iniziata il 10 giugno 1940 con l’annuncio di Mussolini dell’entrata in guerra dell’Italia, passando per le inique leggi razziali, stonate all’animo dell’italiano medio, continuando attraverso le drammatiche spedizioni in Russia CSIR e ARMIR, e protrattasi ben oltre l’8 settembre in esame.

«Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.»

Nella criptica prosa, sinonimo d’incertezza e paura degli eventi che, in ogni caso, accadranno, non v’e alcun accenno alla conseguenza che un tale testo recava in se medesimo. Vale a dire la dichiarazione di guerra contro l’ex alleato germanico. Questa, infatti, sarà ufficializzata olttre un mese dopo, attraverso questo comunicato: «ITALIANI! Vi informo che S.M. il Re mi ha dato l’incarico di notificare oggi 13 ottobre la dichiarazione di guerra alla Germania.
(P. Badoglio, 13 ottobre 1943).  Nelle more di tale dichiarazione, intanto, era accaduto di tutto e di più. Non solo la fuga del Re e della famiglia, unitamente a Badoglio e agli alti comandi generali a Brindisi, ma quel che è più grave l’abbandono di migliaia di militari a se stessi senza ordini, indicazioni assunzioni di responsabilità.

Come previsto la reazione tedesca al voltafaccia italiano non fu certo tenera.

Gli italiani appresero dell’armistizio attraverso le onde radio dell’EIAR alle 19,45 dell’8 settembre, annunciato dal maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, Capo del Governo; i tedeschi lo appresero un’ora prima dalla voce del generale Dwight Eisenhower che aveva letto il proclama ai microfoni di Radio Algeri.

La verità storica ci tramanda che il testo dell’armistizio fu, in realtà, sottoscritto alcuni giorni prima con la clausola “gentlemen’s agreement” che non ne sarebbe stata data subito notizia. E’, infatti, il 3 settembre, quando il generale Castellano, già a Cassibile (SR) dal giorno precedente, riceve da Roma le credenziali per apporre la propria firma sulla richiesta di tregua. L’orologio della storia segna le 17,15 nella tenda di Eisenhower.

I comandi germanici, intanto, erano sul chi vive da diverso tempo. Avevano la viva percezione che l’Italia volesse sganciarsi dal conflitto attraverso una pace separata. In Germania, dove si studia bene la storia, si ravvisava quanto era accaduto alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando l’Italia faceva parte della”Triplice Alleanza”, composta da Germania, Austria e Italia; sennonché al momento di decidere da che parte stare durante il conflitto il Bel Paese scelse di fiancheggiare le Nazioni della “Triplice Intesa”, vale a dire Francia, Regno Unito e Russia.

Poiché prevenire, è meglio che curare, Hitler e i suoi generali avevano predisposto una strategia, sin dal maggio 1943, volta a controbattere un eventuale cambio di fronte dell’Italia. Il piano recava il nome di “Asse” e prevedeva la neutralizzazione delle forze armate italiane schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo, nonché l’occupazione militare della Penisola. Quando l’8 settembre l’armistizio chiesto agli Alleati, con tutto ciò che comportava, divenne palese, il piano “ Asse” divenne operativo e l’operazione, pianificata da Hitler e dal comando tedesco ebbe un ottimo successo. Approfittando del disorientamento dei reparti combattenti italiani, ed del crollo delle strutture dirigenti, in pochi giorni la Wermacht riuscì a catturare  centinaia di migliaia di soldati, senza colpo ferire, che furono in gran parte internati in Germania come lavoratori coatti, oltre ad impadronirsi di un cospicuo bottino di armi ed equipaggiamenti. I tedeschi s’insediarono in tutta l’Italia centro-settentrionale oltre alle terre occupate dagli Italiani nei Balcani, nel Mare Egeo e nella Francia meridionale. Il massacro di Cefalonia e in modo minore di Corfù, dove morirono uccisi dai tedeschi, migliaia di Italiani appartenenti alla divisione Acqui è parte integrante di questo pezzo di storia patria.

L’Italia ebbe premura di dire basta al conflitto, non ne poteva più, ma non si preparò a dovere alle conseguenze; non mutuò dai germanici l’attento esame della situazione per redigere un organico piano di difesa contro l’ex alleato la cui reazione al voltafaccia era prevedibile e si sapeva durissima. Anzi, gli alti gradi militari, il governo e il Re che avrebbero dovuto dirigere la controffensiva nei confronti dei tedeschi, non si erano posti in condizioni di emanare pronte direttive, giacché la “gita” a brindisi li aveva allontanati, dai “campi di battaglia” dell’Italia del nord. Si trovavano nel profondo sud, vicino agli Alleati, nuovi “amici” e financo dipendenti da questi ultimi per ogni decisione importante. Non per nulla, quando il 29 settembre, a bordo della corazzata Nelson ancorata nella rada di Malta, Badoglio lesse i 44 punti dell’armistizio “lungo” impallidì, rendendosi solo in quel momento conto che l’Italia era in mano agli “amici” Alleati. Lesse le 44 clausole di natura politica, economica e finanziaria che andavano ad aggiungersi alle 13 clausole militari dell’armistizio corto, tentò di opporsi, sventolò la buona volontà di collaborazione, ma non ci fu nulla da fare perché con la firma di Cassibile (armistizio corto) l’Italia aveva firmato, come scriverà Katherine Duff con perspicacia: «un assegno in bianco, sul quale l’armistizio lungo aggiunse le cifre». Aggiungerà Marco Picone nel suo ‘In nome della resa’: «Esse infatti erano tanto dure che furono tenute segrete fino al 3 novembre 1945». L’ultimo atto di questa triste storia fu che il Paese usciva dalla guerra attraverso una “resa senza condizioni

Nello stesso giorno il Comandante in Capo delle Forze Alleate farà recapitare a Badoglio il seguente dispaccio: “29 settembre, 1943.

Mio Caro Maresciallo BADOGLIO,

I termini dell’armistizio al quale noi abbiamo appena apposto le nostre firme sono supplementari all’armistizio militare breve firmato dal Suo e mio rappresentante il 3 Settembre 1943. Essi sono stati basati sulla situazione presente prima della cessazione delle ostilità. Gli sviluppi da quel tempo hanno alterato notevolmente lo status dell’Italia che è divenuta, in effetti, un cooperatore delle Nazioni Unite. È riconosciuto pienamente dai Governi per conto dei quali sto agendo che questi termini sono stati superati in certi aspetti dagli eventi successivi e che molte delle clausole sono divenute obsolete o sono già state poste in esecuzione. Noi riconosciamo anche che non è in questo momento nel potere del Governo Italiano eseguire certe condizioni. Il fallimento nel fare ciò a causa di condizioni esistenti non sarà visto come una mancanza di buona fede da parte dell’Italia. Comunque, questo documento rappresenta le richieste che ci si aspetta che il Governo Italiano ottemperi quando sia in condizione di farlo.

Resta inteso che sia i termini di questo documento sia dell’armistizio militare breve del 3 settembre potrebbero essere cambiati di volta in volta se le necessità militari o la misura della cooperazione del Governo italiano indichi ciò come desiderabile.

Sinceramente,

Dwight D. Eisenhower”

Una pacca d’incoraggiamento sulla spalla e via.

Scrisse a suo tempo Manzoni nel primo coro dell’Adelchi: “L’un popolo e l’altro sul collo vi sta…”. E così fu in quei lontani quanto sconsolati giorni, al nord i Tedeschi, a sud gli Angloamericani, sino a che, respinti i primi oltre confine, ci svegliammo in un’Italia, sotto tutela che come moneta batteva le “AM Lire” (cesseranno di circolare solo nel giugno del 1950), volute dall’Amministrazione del Governo Militare Alleato. Non eravamo più un popolo sovrano e cosi fu sino al 24 febbraio 1945 quando la “presa” fu un po’ allentata.

Per alzare la testa ce n’è vorrà di tempo.

Le generazioni che non vissero in prima persona quei tragici fatti, li appresero sulla scorta dei racconti dei “vecchi”, perché ancora vent’anni dopo i fatti, i libri di scuola erano timidi a parlarne, la “damnatio memoriae” si affrancherà più avanti nel tempo. Quindi tra un giro e l’altro di “hula hoop” fu più facile  perdersi fra cieli dipinti di blu e Watussi alti due metri che non rammentare che la dignità che si stava vivendo era stata pagata dai padri, col denaro della mortificazione di allora.

Giuseppe Rinaldi