Referendum: Berlusconi da’ liberta’ di voto, dibattito nel Pd

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ROMA – Il referendum sul taglio dei parlamentari divide i partiti invece di unirli. È questo lo scenario a cui si sta assistendo a una ventina di giorni dal voto referendario, Se il Sì lo scorso ottobre aveva incassato il via libera da parte di tutti i partiti, tranne qualche distinguo nel gruppo Misto di Montecitorio, la situazione oggi è molto diversa. Il fronte del No al referendum costituzionale cresce. “Io sto ancora riflettendo sul mio voto, fermo restando l’assoluta libertà per i nostri militanti e per i nostri eletti”, ha detto Silvio Berlusconi l’1 settembre  ad “Agorà Estate” di RaiTre. Mentre l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, intervistato da Repubblica, ha motivato in modo netto la sua contrarietà alla riduzione dei parlamentari dicendo che “questo referendum serve solo a tagliare delle teste, alla Robespierre: io non ci sto”, aggiungendo che la riduzione dei parlamentari ci può stare, ma solo “a valle di una riforma del sistema e della legge elettorale”. Le truppe del “No” saranno in piazza S.S. Apostoli, a Roma, il prossimo 12 settembre. Secondo i sondaggi il Sì parrebbe ampiamente avanti ma, come dice Casini, “le battaglie più intelligenti sono quelle di minoranza, quindi non rinuncio a dire quel che penso”. Maggiormente diviso al suo interno è il Partito democratico, che aveva posto sul piatto dell’accordo di governo la riforma elettorale, sempre più difficile in questo scenario, offrendo in cambio al M5s il proprio Sì alla riforma costituzionale. Il 2 settembre una pattuglia di dem ha affrontato le ragioni de Sì in un incontro alla Camera. Il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, getta acqua sul fuoco sottolineando il dibattito interno al partito “molto ricco e vivace”. Una “ricchezza” dice il capo dei senatori Pd, e “un bene da preservare, un bene prezioso quasi unico nel panorama della politica italiana”. Ma in una lettera inviata a Repubblica il segretario Nicola Zingaretti, si guarda intorno ed esprime “rispetto” per chi, dei suoi, non sostiene la linea della segreteria sul Sì al referendum, ma avverte: “accanto a esigenze vere e sincere vedo anche il crescere, soprattutto fuori di noi, di uno spirito polemico contro il Pd e contro la scelta del Sì”. Zingaretti denuncia il fatto che la voce del Pd dia “fastidio a molti” e sostiene che ci sia “un’insofferenza verso il governo, la maggioranza e il lavoro svolto”. Per questo, “il No così diventa, a prescindere dal merito, la clava per colpire il Pd, la maggioranza e il governo stesso”. E ai suoi dice: “Chi, con le sue ragioni, reputa conclusa la fase di collaborazione con il Movimento 5Stelle e Italia Viva, non crei confusioni, indichi un’altra strada, chiara e praticabile”. D’altronde la posizione attuale del Partito democratico è la sintesi di quanto è successo nel passaggio parlamentare, votando per tre volte No, per poi, soltanto all’ultima votazione, aderire al taglio del numero die parlamentari. La segreteria ha convocato per il 7 settembre la direzione del Pd che deciderà, la posizione verso il referendum. Una riunione al fotofinish che ha come obiettivo compattare il partito di fronte a un quesito costituzionale che non piace a molti dem. Tra questi c’è Matteo Orfini, apertamente schierato per il No, che dice ormai inutile la direzione convocata a 14 giorni dal voto, a cosa serve convocarla “se la posizione del Pd è stata già solennemente annunciata dal nostro segretario. Già era surreale la scelta di convocarla così tardi, ma adesso è tutto davvero farsesco”, si chiede.