I 95 verbali del Cts, dai dubbi all’ ipotesi di dimissioni

Cronaca

Al netto degli screzi istituzionali quello che emerge dai verbali è un frequente cambio nella valutazione dei rischi, nelle scuole o sui posti di lavoro, di pari passo con l’evolversi dell’emergenza epidemiologica.

© Massimo Paolone / AGF – Domenico Arcuri

Una cosa è certa: a un certo punto ‘sono volati gli stracci‘ tra gli il Comitato tecnico scientifico e il Commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri, con ripetute minacce di dimissioni da parte degli esperti. E’ quello che emerge dalla pubblicazione completa dei 95 verbali del Cts, sul sito della Protezione Civile. Lo scontro istituzionale si è consumato una prima volta il 15 marzo, quando i camici bianchi hanno avanzato “con fermezza la necessità di una norma di salvaguardia che tuteli l’operato dei membri del Cts rappresentando che, in mancanza, il Cts rassegnerà in maniera unitaria le dimissioni dal proprio mandato”.

Si era in pieno lockdown, ma le cose non sono migliorate neanche quando la curva dei contagi ha cominciato a dare qualche speranza. Ancora più duro l’intervento de 3 maggio, in cui si esprime “preoccupazione e profondo rammarico in ragione di alcune note pervenute dal Commissario” Arcuri, “interpretabili come una delegittimazione del lavoro svolto dal gruppo in ragione dei presunti ritardi” sulla valutazione delle mascherine.

I membri del comitato tecnico scientifico misero nero su biancho la richiesta al ministro della Salute, Roberto Speranza, di “revisione del mandato, emancipando il Cts da competenze che devono tornare nell’alveo della gestione ordinaria degli organi deputati allo scopo: numerosi membri hanno già ipotizzato di rassegnare le dimissioni”.  Al netto degli screzi istituzionali, quello che emerge dai verbali è un frequente cambio nella valutazione dei rischi, nelle scuole o sui posti di lavoro, di pari passo con l’evolversi dell’emergenza epidemiologica.

GLI APPELLI ALL’ISS SUI DATI E LA SECRETAZIONE

Già il 24 febbraio gli esperti rilevavano che “la quantità dei dati che giungono dalla periferia è insufficiente per definire un preciso profilo epidemiologico dell’epidemia”, lanciando una frecciata anche all’Istituto superiore di sanità. “Le comunicazioni di positività non associate a sintomi determinano una sovrastima del fenomeno nel Paese”, constatavano ancora gli studiosi, “rendendo i dati non omogenei con gli altri diffusi dall’Oms”. Sconsigliato allora anche il tampone: “In assenza di sintomi il test non è giustificato, in quanto non fornisce un’informazione indicativa ai fini clinici.     l 4 marzo gli esperti invitavano l’Istituto superiore di Sanità ad “aggiornare” il “piano di organizzazione e risposta dell’Italia in caso di epidemia e ad una “una revisione puntuale e compiuta di tutte le cause di morte ai pazienti deceduti attribuiti al Covid 19″.E lamentavano che “il flusso informativo dei dati dal territorio continua a presentare forti criticità che impediscono e rallentano una corretta analisi epidemiologica e le conseguenti azioni di risposta ai bisogni urgenti delle strutture sanitarie locali”.Il Cts auspicava infine: “Si giunga ad un flusso unico di informazione affidabile e rapido che dovrebbe essere garantito dai dati forniti dall’Iss”.     “Resta inteso che il documento dovrà essere considerato secretato”, è la l’invito contenuto poi nello stesso verbale.Mentre è del 28 febbraio un messaggio ancora più esplicito alla riservatezza: “Massima cautela nella diffusione per evitare che i numeri arrivino alla stampa”.

LA SCUOLA PREOCCUPAVA GIA’ DAL 7 FEBBRAIO

Era la scuola la prima fonte di preoccupazione per gli esperti del Cts, riuniti il 7 febbraio al Ministero della Salute. Alla riunione parteciparono Agostino Miozzo, Giuseppe Ruocco, Alberto Zoli, Francesco Maraglino, Claudio D’Amario, Giuseppe Ippolito, Silvio Brusaferro, Federico Federighi. Nel corso delle riunioni il comitato sarebbe stato arricchito con altre figure, come quella di Alberto Villani, presidente dei pediatri italiani.     A febbraio l’attenzione era posta ai bambini che frequentavano scuole dell’infanzia, fino alle secondarie di secondo grado, e che provenissero nei 14 giorni precedenti da aree della Cina interessate dall’epidemia e si parlava ancora di permanenza volontaria fiduciaria a domicilio fino al completamento del periodo di 14 giorni.      Il 4 marzo, appena 4 giorni prima del lockdown totale, gli esperti continuavano a sostenere che “vi è consenso fra gli addetti ai lavori sul fatto che un’eventuale chiusura delle scuole è stimata essere efficace solo se di durata prolungata”.”Non esistono attualmente dati che indirizzino inconfutabilmente sull’utilità di chiusura delle scuole indipendentemente dalla situazione locale – aggiungevano – e anzi il provvedimento potrebbe garantire una limitata riduzione nella diffusione dell’infezione virale”.     Il 31 marzo, invece, mentre si cominciava a discutere della richiesta di Speranza di programmare la fase 2 con la riapertura dal 18 aprile la preoccupazione “per la salute psicofisica dei soggetti in età evolutiva la possibilità di uscire da casa per attivita’ ludico-motorie”, prese il sopravvento. “Liberate i bambini”, fu l’appello, sulla scorta di un impegno a monitorare la salute psichica di tutta la popolazione, che già il 21 dello stesso mese avevano posto gli psicologi. Il presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, Davide Lazzari fu poi inserito all’interno del Comitato.

SUL LAVORO MASCHERINE INUTILI

Era ancora il distanziamento l’unica norma da seguire sui posti di lavoro, e la mascherina – eccetto che per gli operatori sanitari – era considerata non utile. Il verbale che riporta il parere è quello del 13 marzo, quando gli esperti sostenevano che non vi fosse “evidenza per raccomandare indiscriminatamente ai lavoratori di indossare mascherine chirurgiche per la protezione contro Sars-Cov-2. “Per le “rimanenti attività quotidiane non vi sono evidenze scientifiche per raccomandare l’uso delle mascherine e ancor meno di Dpi”, concludevano.LA LOMBARDIA: DAI CASI SPORADICI ALLA CHIUSURA     Nel verbale del 21 febbraio il Cts “prende atto della segnalazione proveniente dalla Regione Lombardia di casi sporadici in via di conferma”. Una data fatidica quella del 21 febbraio, perché corrisponde alla scoperta, a Codogno, del ‘paziente 0’, al primo caso a Vo Euganeo, e al primo morto registrato. Durante la riunione a cui parteciparono anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, e il viceministro Pierpaolo Sileri, si riteneva che le notizie provenienti da quella che poi sarebbe stata la regione più colpita dal virus rappresentassero “un cambiamento rilevante nel quadro epidemiologico nazionale”.

La richiesta degli esperti fu dunque di “adottare misure di contenimento e controllo aggiuntive”.

Già allora si prevedeva la “limitazione della mobilità delle persone“.  In apertura della riunione del 26 febbraio invece si discuteva dell’opportunità di delimitare al fine della quarantena altre aree della Regione Lombardia, in aggiunta ai 10 comuni del lodigiano previsti nel decreto di tre giorni prima. In quel momento però il Cts non riteneva che ci fossero “le condizioni per l’estensione delle restrizioni a nuove aree e che non fossero necessarie altre misure restrittive”.      La raccomandazione della chiusura di Alzano e Nembro arrivò solo il 3 marzo. “Il comitato – si legge nel verbale – propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni”. L’indice di contagio era già superiore a 1 e quindi si trattava di “un indicatore di alto rischio di ulteriore diffusione”.”A tal proposito – è scritto nel verbale del Cts – è stato sentito per via telefonica l’assessore al Welfare della Lombardia, Giulio Gallera e il dg Caiazzo (che poi sarebbe risultato positivo al Covid), che confermano i dati relativi all’aumento nella regione e, in particolare, nei due comuni menzionati”.     Il governo deciderà di non chiudere i due comuni della Bergamasca. E la questione è ancora al ecentro dell’inchiesta della Procura di Bergamo.

ALLARME SU RSA AD APRILE   

“Una maggiore incidenza dell’azione delle istituzioni preposte alla tutela sanitaria è assolutamente necessaria”, esortavano poi i camici bianchi, riuniti per studiare misure più idonee per la gestione del contagio che stava mietendo tantissime vittime nelle Rsa.

TERMOSCANNER E RISTORANTI    

 Il 26 febbraio il Cts non suggeriva controlli  on termoscanner ai passeggeri in partenza per voli extra-Schengen da Fiumicino. Mentre nel verbale numero 68 dell’8 maggio si chiedeva ancora ai ristoranti di garantire “il distanziamento tra i tavoli non inferiore a 2 metri”. Inoltre “va definito un limite di capienza predeterminato non inferiore a 4 metri quadri per ciascun cliente, fatto salvo la possibilità di adozioni di misure organizzative come, ad esempio, le barriere divisorie”.

La regola dei 2 metri è rimasta, le Regioni hanno fatto saltare quella dei 4 metri. Di recente è stato tolto il divieto di buffet, che veniva stabilito sempre nel verbale 68.