La satira politica e il circo

Politica regionale, nazionale e internazionale

C’è stato un tempo in cui (si era nei primi anni ’50 del secolo scorso) per i piccoli paesi giravano altrettanto piccoli Circhi la cui massima aspirazione non era certo quella di offrire il Più Grande Spettacolo Del Mondo”, ma tirare a campare sperando nel pubblico e che il grande tendone non andasse a fuoco. Al che sarebbe stata la rovina. Le attrazioni erano poca cosa: una coppia di leoni in età da pensione, un serpente e la sua danzatrice in costume da odalisca che aveva visto tempi migliori, il cavallo che sapeva contare e qualche evoluzione su un trapezio con sotto la rete. Per rendere più emozionante l’esercizio, spuntava d’improvviso il direttore di pista che rivolgendosi al pubblico annunciava: “Signore e signori, questa sera un numero pericolosissimo, i sofferenti di cuore è meglio che lascino la sala, perché l’artista si esibirà «senza rete». Visto il pericolo che corre l’esecutore, ci permettiamo di fare un giro tra voi perché possiate dimostrare la vostra generosità”. Detto e fatto ciò la rete veniva tagliata con gesto drammatico. In seguito la cosa sarà proibita e giustamente dalle autorità.

Quindi era la volta dei clowns e delle loro battute. La censura del regime era ormai solo un ricordo, pertanto giù con tutto quanto potesse apparire sarcastico, spiritoso e irriverente nei confronti del potere.

Chiedeva l’Augusto (il clown elegante con il costume di lustrini, chiamato anche l’Azzurro), rivolgendosi al pagliaccio male in arnese (definito il Bianco): “Sai qual è il partito più sociale e democratico in Italia?“ Risposta: “Non lo so!”.  “Ma è il partito del reggiseno, sciocco. Infatti, regge la «destra», regge la «sinistra» ed insieme vanno incontro al popolo”. Seguivano risate da tutti gli angoli, le battute sessiste facevano bene alla gente, intenta com’era a liberarsi dal falso perbenismo da salotto e dall’ipocrisia sagrestana strisciante.

Altro giro, altra storiella. Questa volta era il pagliaccio con la”faccia in farina”, il Bianco a rivolgersi all’Azzurro, chiedendo: “Se i più importanti capi partito del nostro Paese (a quel tempo potevano farsi i nomi di De Gasperi, Togliatti, Saragat, o altri che qui sfuggono) si trovassero su un aereo che precipita senza scampo, chi si salva secondo te?”.  “Non saprei!”. “Scemo, l’Italia si salva”. E lì venivano giù le sedie dalle risate. Il Potere oggetto di scherno? La cosa non aveva prezzo. Era la conquista della democrazia. Si dica ciò che si vuole ma è così.

Eppure, non ostante i frizzi e i lazzi, a quel tempo non si stava male. Tra la fine degli anni ’50 e i primi del ’60 non c’era troppo da lamentarsi. Con l’aiuto degli americani attraverso il piano Marshall, più conosciuto come Erp, ci stavamo risollevando da una guerra tragicamente perduta; tra il 1959 ed il 1964 il nostro reddito nazionale era salito di oltre il 32%, cosa che non accadrà mai più. Qualcuno passò dalla bicicletta allo scooter e quindi alla 500; nelle case spuntavano i primi elettrodomestici e quindi la TV che prima si vedeva nei locali pubblici, anche perché molti avevano paura che scoppiasse. L’economia era in crescita e stabile. Il prestigioso giornale “Financial Times” assegnò l’oscar delle monete“ alla lira per ben due volte nel 1959 e nel 1964. La decisione, pur non avendo un valore ufficiale, rifletteva in ogni caso la fiducia dei banchieri, dei governi e degli operatori commerciali nella solidità della nostra valuta.

I partiti facevano il loro dovere: i Comunisti ogni tanto sfilavano con fazzoletti rossi al collo e pugno chiuso; i nostalgici del regime fascista riempivano le piazze con oratori di prestigio (Almirante docet), i Socialisti e le loro anime erano intenti a dividersi per poi riunirsi e quindi ridividersi ancora cambiando nome. Infatti, prima PSI (Partito Socialista Italiano) e poi PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) dal 1943, per tornare al PSI nel 1947 dopo la scissione di Palazzo Barberini. Da qui ebbe origine il PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano), poi FDP (Fronte del Popolo) in occasione delle elezioni del 1948 unendosi col PCI (Partito Comunista Italiano). Ritorno al PSI e dopo PSI PSDI Unificati nel 1966. Per finire come PSI dal 1970. In ogni caso ognuno dei partiti aveva un suo ruolo e una sua funzione nell’ambito di un programma di base che non mutava spesso tranne che per dettagli. La difficoltà per l’elettore era data dal cogliere questi particolari.  Per esempio che ci faceva un Partito Repubblicano Italiano in una repubblica? Oppure, domanda ricorrente tra gli elettori di sinistra del tempo: “Perché votare PSDI (Partito Socialista Democratico Italiano) e non PSI (Partito Socialista Italiano)?”.  Risposta: “Perché quest’ultimo è meno democratico rispetto il primo. Lo dice il nome”. Non era così.

Nell’equilibrio dei ruoli si nascondeva il rispetto reciproco, messo in dubbio solo da marginali facinorosi. Anche i rapporti tra lo Stato e le cinque Regioni a Statuto speciale seguivano tale indirizzo. Specialmente con la Sicilia: prima inter pares. Non per niente il suo peculiare status recava la firma dell’ultimo re d’Italia Umberto II (1946) e, non per nulla, il suo stato giuridico era più vecchio della stessa Italia repubblicana (1947), il che voleva dire che la Regione a Statuto Speciale Sicilia era nata monarchica. Ma più che altro, tra i politici d’allora a differenza di oggi, erano ben chiare le spinte autonomiste che avevano convinto l’Italia monarchica a concedere all’Isola in fermento una particolare posizione politico sociale. Ricordavano bene e tenevano a mente le rivendicazioni del Movimento Indipendentista Siciliano di Finocchiaro Aprile e il suo braccio armato, l’Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana, noto come EVIS. Ma soprattutto come all’indipendentismo ci erano andati vicini i siciliani, aiutati dagli Stati Uniti d’America che non facevano mistero di gradire una portaerei nel mediterraneo. Se ciò non avvenne, in un momento delicato di blocchi contrapposti, fu per non mostrare i muscoli al “niet” pronunciato in proposito da Stalin.

La gente di Sicilia tra il 1943 e il 1950, non particolarmente ideologizzata, aveva mostrato di aderire al manifesto di Antonio Canepa “La Sicilia ai Siciliani”, e molti lo avevano seguito nell’EVIS di cui fu il primo comandante. L’EVIS era un esercito vero, con gradi ed uniformi, con linee di comando e organizzazione militare, sparava pallottole vere e il Simeto si arrossava col sangue dei picciotti, ovunque stessero. Fu un movimento col quale lo Stato scese a patti offrendo lo Statuto Speciale al posto dell’Indipendenza. L’offerta fu accettata in linea di massima, anche perché la sconfitta dell’Evis nei boschi di San Mauro di Caltagirone il 29 dicembre 1945, seguito dall’arresto di Concetto Gallo (Sostituto di Canepa alla morte di questi), e non per ultima la pressione dello Stato ridimensionarono il numero degli aderenti così tanto da ritenere saggio l’intavolare trattative. Quelle che sfoceranno nell’Autonomia Regionale.

Tutto questo ricordavano i politici di Roma a quel tempo e dall’esperienza traevano voti di rispetto di fronte a gente che a 20 anni si era mostrata pronta a morire per la sua terra, per dare la “Sicilia ai siciliani”.

Altri tempi, in tutti i sensi e comunque li si osservi e giudichi. Oggi, chi apre il giornale legge di partiti spazzati via da una pioggia di monetine e da inchieste penali che hanno, consigliano loro di sparire, cambiando nome. Di partiti dai programmi elastici incarnati da uomini sempre in preda a vertigini a causa delle giravolte politiche cui sono preda. Legge, con dolore, di un’Italia che pur fondatrice dell’unione Europea da questa è presa giornalmente in giro manco fossimo privi di intendere e volere. Di una cieca quanto dissennata gestione dell’immigrazione clandestina che assume l’aspetto di una bomba pronta a scoppiare nelle mani dei gestori della medesima. Legge, infine, la triste querelle tra Stato e Regione Sicilia. Il presidente che di immigrati non ne può più ordina lo sgombero dei centri di raccolta a scopi sanitari (perché non può farlo ad altro titolo e lo sa), la ministra Lamorgese ribatte che non è di competenza regionale ed impugna il provvedimento, i Prefetti fanno spallucce sostenuti dalla Lamorgese anche perché non sanno con chi stare, dal che Musumeci denuncia quelli che ritiene renitenti alla sua ordinanza. Non finisce qui: il parlamentare della sinistra al governo, Faraone, denuncia a sua volta Musumeci e anche Salvini (melius abundare quam deficere) per procurato allarme, abuso d’ufficio e diffamazione. Salvini e Musumeci magari risponderanno con una contro azione per omissione d’atti d’ufficio o che so io. Ma è vita questa? E’ corretta, sana, rispettosa e financo costruttiva vita politica questa?

Chissà se sulle piste degli ultimi circhi equestri di provincia, oggidì, vi sono ancora il pagliaccio Bianco e l’Azzurro che raccontano storielle. In caso affermativo perché non provare a riproporre quella dei politici sull’aereo che precipita. Chissà le risate? O i pianti.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it