Salvini un anno dopo

Politica regionale, nazionale e internazionale

A distanza di oltre un anno dal momento in cui il sen. Matteo Salvini determinò la fine dell’esecutivo, nel quale era ministro dell’Interno, c’è ancora chi si domanda: perché?

La risposta sta nell’animo umano. Molti anni fa si diceva che se le sbornie di vino e birra sono una peggio dell’altra, entrambi non arrivano mai alla “scuffia” di se stessi. In questo vortice sono caduti politici dei quattro punti cardinali, di ogni tempo, religione e cultura. L’ebbrezza del successo conduce alla sopravalutazione di se stessi facendo in pari tempo perdere la misura degli altri. Non è una colpa è una debolezza. Ma non bella per un politico. Tanto è vero che ove lo stesso Mussolini si fosse limitato a coltivare il sogno socialista di cui era figlio senza assumere le vesti a lui estranee dello stratega, oggidì, quasi certamente parecchi lo ricorderebbero meglio e tanti forse lo rimpiangerebbero.

E’ vero che Salvini trascinava una palla al piede rappresentata dai “posa piano” dei compagni di coalizione che, per pavidità, opportunismo, attendismo, incertezza e financo dissenso, frenavano le sue proposte, ma le coalizioni questo sono. Sono contratti matrimoniali della cui natura fanno parte la pazienza, la tolleranza, la comprensione, la solidarietà, escludendo l’amore poiché tra 5 stelle e Lega non ve n’era e mai ve ne sarà dal momento che i partiti non si amano; s’illuminano di se stessi e basta, il resto è ombra.

L’errore del capo della Lega è insito in alcune valutazioni inesatte ben individuabili. Innanzi tutto non ha saputo (voluto?) porre al suo fianco un consigliere di prestigio, non un Machiavelli, per carità, ma un esperto delle cose di Palazzo sì. “In secudis” avrebbe fatto bene a dotarsi di un servizio di “intelligence” efficace. Meglio se una donna, Mata Hari docet. Ma sopra ogni altra cosa, non poteva privarsi del classico “schiavo”, di romana memoria, suggeritore petulante ma necessario a ricordargli: “Hominem te memento” (ricordati che sei un uomo). L’insieme di questi tre aiuti gli avrebbero suggerito alcune basilari atteggiamenti, imprescindibili per un’attenta valutazione del passo che stava per intraprendere.

Salvini si è fidato del fatto che i 5 stelle e il Pd, se ne erano dette tante, ma tante, che era impensabile una loro convivenza. Ecco che il consigliere, a questo punto, avrebbe dovuto ricordargli che in politica tutto è possibile, specie quando si deve salvare il Paese, vale a dire la propria poltrona per cinque anni. In passato ci fu chi teorizzò in politica la convergenza di rette parallele, quindi, figuriamoci tutto il resto. In verità, erano altri uomini che in politica volavano alto. Aquile non passerotti, con tutto il rispetto per il volo cinguettante di questi ultimi.

Salvini aveva contato sul Capo dello Stato, ritenendo improbabile la disponibilità di quest’ultimo a consentire un apparentamento tra 5 stelle e Pd, visto dai più contro natura e non allineato alla volontà degli elettori. Costoro, non dimentichiamolo, si erano espressi per tenere la sinistra ai margini. Però, se avesse avuto accanto un buon conoscitore del Quirinale, costui gli avrebbe detto: “Calma e gesso”. Sul più alto colle non ci sta un Presidente tipo Cossiga, più pratico e meno formale, Mattarella è un Capo di Stato “classico”. ”Portatemi una coalizione credibile che abbia la maggioranza in Parlamento ed io in linea con la costituzione io non posso che benedirla”.

E fu così che tutto il progetto salviniano, avventato perché privo del senso della misura, crollò. Tutto quanto progettato si rivelò un disastro, senza ritorno, peggio della “catastrofe dell’ultravioletto”. Si spiega perciò anche l’estremo tentativo da parte del capo della lega di indicare al Capo dello Stato come premier addirittura Di Maio, estremo tentativo per non essere messo fuori gioco, per scongiurare l’isolamento. Troppo tardi, com’è finita è storia recente. L’eccesso di sicurezza gli ha giocato un brutto scherzo. La causa? Difetto d’interlocuzione con qualcuno che gli sussurrasse Matteo: “Hominem te memento”.

La politica è fatta di “pensiero” e non di muscoli. Si usa il fioretto non la Katana. L’ostacolo si aggira, si prende e si mantiene. Non si va lui incontro l’ariete, perché ci si può far male, ma tanto. E si è visto.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it