Gita sull’Etna

Cronaca

Ai tempi in cui chi scrive viveva a Giardini Naxos (Me), la cosa tutte le volte, iniziava così. Incontro con l’amico che chiedeva: “Vieni sull’Etna? Organizzano una gita”. Risposta: “Quanto costa?”. Veniva detto il prezzo, mettiamo 500 lire (quelle di fine anni ’50 del secolo scorso, quando per un gelato grosso grosso ne spendevi 25 e se volevi largheggiare, dovevi andare al Mokambo di Taormina dove con 50 ti davano anche tanta panna attorno, cosa da re Faruk), con la precisazione che nella cifra era compresa anche la sala da ballo. La risposta era scontata e uguale per tutti: “Chiedo ai miei”. Al che l’amico incalzava: “Vedi se puoi convincere anche tua sorella. Sennò siamo scarsi di ragazze”. La questione era sempre la solita, che fosse una gita, un ballo in famiglia, una riunione al Circolo dei Giovani, il maledetto problema delle ragazze era sempre e comunque immanente. Io per anni mi sono chiesto se mi invitassero perché simpatico e “continentale”, ovvero perché avevo in dote una sorella belloccia.

In ogni caso, stabilito che potevo andarci, che mia sorella avrebbe partecipato e che la data, in pieno inverno, andava bene a tutta la comitiva, iniziava la parte più delicata per tutti; per le ragazze addirittura drammatica, cioè: cosa mi metto? Dove lo trovo? Chi me lo dà? Cerca qua, chiedi la, adatta un po’, il risultato era sempre quello. Le ragazze riuscivano mettere insieme una decente “mise”, nonostante che a quel tempo non fossero di moda maglioni, giacche a vento e i pantaloni si usassero solo in estate. Infatti, il classico loro abbigliamento era dato da camicetta, gonna stretta in vita e ampia sul finire, lunga leggermente sotto il ginocchio con scarpe a tacco alto e possibilmente coda di cavallo alla Brigitte Bardot, cui aggiungere un cappottino e un impermeabile nella stagione più fredda. Noi ragazzi, di contro, eravamo la quint’essenza dell’improvvisazione: scarponi dalle più svariate fogge sino a quelli dei nonni, usati nella prima guerra mondiale e, pertanto, più adatti alle fasce mollettiere che non a moderne calze. Maglione girocollo non tuo (si vedeva bene) e non di misura giusta, perché aveva fatto il giro di tutto il paese indossato da chi pungeva vaghezza di salire sul vulcano, in alternativa camicia di lana a quadretti con bretelle, pantaloni tipo fustagno, tipo velluto a coste, tipo velluto liscio, tipo vattelappesca, in ogni caso rigorosamente non idrorepellenti proprio adatti ad una nevicata. Ed infatti, nevicò.  Aveva cominciato piano a Nicolosi (CT) e poi, via via la caduta si era rinforzata salendo. A un paio di chilometri dal rifugio Sapienza, meta del nostro viaggio, il pullman, pur montando, le catene non riusciva ad andare avanti, ma quel che peggio neppure tornare indietro. E lì iniziò il bello. Dopo mezz’ora di sosta forzata e di neve continua, a uno venne in mente affermare: ”Occorre che qualcuno avverta il rifugio che siamo bloccati. Serve uno spazza neve”. Nessuno si mosse, e ti credo col freddo e la “fioca” che c’erano fuori. Dopo un po’ un altro invito, questa volta più risoluto: “Possibile che non ci sia un ragazzo pronto ad andare al rifugio?”. A quel punto tutto l’autobus, come a rispondendo a un preciso segnale, si voltò verso di me. Tutti si ricordarono, all’improvviso, che chi scrive 18 anni prima era venuto al mondo in Piemonte, terra di Alpini e arrampicatori. Non potevo sottrarmi alle conseguenze della mia nascita Valligiana. Deus Vult. Con due amici, riuscimmo, seguendo la strada, ad arrivare al rifugio Sapienza ove ci rassicurarono che due spartineve erano in arrivo. Tornammo indietro. Trovammo l’autobus un po’ più a valle e via. Destinazione sala da ballo. Lasciato alle spalle il paese di Nicolosi, ci avviammo per Zafferana Etnea o per meglio dire, per il salone da ballo dell’Hotel Airone.

Qui giunti, si è notò subito la differenza tra uomo e donna. Questa appena aveva deciso di partecipare alla gita in montagna, aveva messo subito in moto i suoi 86miliardi di neuroni del cervello, al fine di organizzarsi di tutto punto per l’occasione e anche per il dopo, vale a dire per il momento del ballo. Portando con sé le scarpette adatte alla bisogna. L’uomo no! I due o tre neuroni che stancamente ciondolano nella sua testa, ignoranti da non sapere che cosa sia una sinapsi, a questa evenienza non pensarono. E, quindi, noi con scarponi rafazzonati per colore, foggia e anno d’immatricolazione, invitavamo a ballare ragazze elegantine e ben messe. Eppure a loro piacevamo così. A ognuna di quelle ragazze, grazie!

Ripensando alla passeggiata sotto la neve mi chiedo ancora, con tutti gli acciacchi di oggi, ma chi me lo aveva fatto fare. Nascere in Piemonte non è una missione. Sarebbe come dire che, se fossi nato in Val d’Aosta ai piedi del Gran San Bernardo, sarei stato obbligato di andare a quella gita con la botticella al collo. Me non scherziamo.

Giuseppe Rinaldi