Bellolampo (Pa) Salvatore Giuliano 19 agosto 1949

Cultura & Società

Se chiedi di Bellolampo a Palermo oggi, ti è indicata una collina oltre la quale ci sta una catastrofe ecologica, la discarica omonima oggetto anche di mazzette e arresti. Non così 71 anni fa, quando la discarica non c’era, ma c’era il banditismo e la zona rappresentava una specie di Deserto dei Tartari, dove la Fortezza Bastiani era un avamposto dei Carabinieri presidiante la strada che dal capoluogo siciliano conduce a Montelepre. Ma se la fortezza Bastiani era in eterna attesa di lontani e ostili Tartari, qui i nemici ci stavano davvero, vicini ed in carne ed ossa, rappresentati dai banditi della temuta banda di Salvatore Giuliano. Infatti, una prima volta fu al centro di un violento scontro a fuoco, il 26 dicembre 1945, quando una cinquantina di banditi incappucciati attaccarono l’edificio occupandolo, devastandolo e razziando armi e munizioni, e una seconda volta il 19 agosto del 1949.

La sorella di Salvatore Giuliano nel suo libro scritto a quattro mani col proprio figlio Salvatore Sciortino, dal titolo “Mio fratello Salvatore Giuliano (Editrice La Rivalsa, giugno 1987) così illustra l’accaduto, precisando che in quel periodo Giuliano aveva assunto il grado di Colonnello dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia): il 26 dicembre 1945, verso le ore 23, “Turiddu prese con sé 10 uomini della sua squadra. Un autocarro Fiat 626 di colore giallo rosso (i colori della bandiera indipendentista NdA) guidato da Gaspare Pisciotta (ci tengo a puntualizzare che egli non era affatto nostro cugino), era in attesa nella periferia del paese in località chiamata Belvedere. Gli uomini presero posto nel cassone; Turiddu nella cabina. Il mezzo si avviò lentamente sulla strada che porta a Palermo. Subito dopo il cimitero effettuarono una breve sosta per prendere le armi. Circa 10 Km prima di arrivare a Palermo vi era la Caserma di Bellolampo. Turiddu fece fermare il camion ad alcune centinaia di metri dalla caserma. Gli uomini scesero e silenziosamente circondarono l’edificio. Quando mio fratello azionando una raganella, diede il segnale, gli uomini aprirono il fuoco. L’intensa sparatoria durò pochi secondi. Il suono della raganella l’aveva fatta cessare. «Arrendetevi!». Gridò più volte qualcuno, ma nessuno rispose. Di nuovo si sentì la raganella e un’altra rabbiosa scarica di fucileria raggiunse le pareti della caserma. Altro suono della raganella, altra cessazione del fuoco. «Arrendetevi!». Gridò la solita voce. Stavolta la porta si aprì lentamente; apparve un panno bianco, sulla canna di un moschetto, in segno di resa. Qualche secondo più tardi vennero fuori due carabinieri con le mani alzate Ancora un breve intervallo e venne fuori un brigadiere. Egli avvertì della presenza di un carabiniere ferito. Turiddu e alcuni uomini irruppero all’interno. Lo trovarono seduto per terra presso una finestra. Mio fratello stesso lo sollevò, lo adagiò sopra una branda e lo medicò”. Dopo aver lasciato sui muri l’impronta separatista (rappresentata da un disegno raffigurante la separazione della Sicilia dall’Italia) e aver preso armi e munizioni tornarono al camion. “Qualche minuto più tardi, fermata una macchina di passaggio lasciò liberi i prigionieri perché conducessero il ferito all’ospedale. Tornarono a Montelepre”.

Succinta la narrazione dell’accaduto tratta dall’Associazione Nazionale dei Carabinieri di Villabate (Facebbook): “Tra gli episodi più significativi si ricorda il precedente assalto alla caserma dei carabinieri di Bellolampo (26 dicembre 1945) quando una cinquantina di banditi incappucciati attaccarono l’edificio che lo occuparono, dopo un violento combattimento, devastandolo e razziando armi e munizioni”.

Lo stesso sito dell’Associazione ci offre una narrazione più particolareggiata, invece, in ordine a quanto ebbe a verificarsi il 19 agosto 1949. La ricostruzione dei fatti può essere suddivisa in tre momenti: 1) Attacco provocatorio alla caserma dei carabinieri dell’isolata località di Bellolampo, allora in piena campagna, a circa 10 km da Palermo, con l’utilizzo di mitragliatrici e bombe a mano, da parte di circa 15 elementi della banda GIULIANO. 2) Attesa della reazione dello Stato, cosa che avvenne puntualmente. Infatti, “erano le ore 18,00, quando a seguito dell’allarme, molti ragazzi (dell’Arma) si presentarono volontariamente al punto di raccolta. Con generoso slancio si equipaggiarono rapidamente e non esitarono a salire sui mezzi per portare aiuto ai colleghi, pur consci del grave pericolo cui andavano incontro. Giunti a Bellolampo, effettuarono il rastrellamento dell’area unitamente ad un piccolo contingente di agenti di P.S. giunto a bordo di “camionette”, in condizioni difficili sia per l’aspra orografia del terreno sia per l’orario notturno. Visto l’esito negativo verso le ore 21,00 si avviavano per far rientro nella propria caserma”. 3) Effettuazione del massacro dei militi sulla via del ritorno. Ciò accadde “alle ore 21.30 del 19 agosto del 1949, in località Passo di Rigano. In quella che allora era una piccola borgata alle porte di Palermo, posta sulla strada provinciale SP1 di accesso alla città provenendo da Partinico e Montelepre, di obbligato passaggio. Lì il bandito Salvatore Giuliano, detto “Turiddu”, fece esplodere una potente mina anticarro, collocata subdolamente lungo la strada. La deflagrazione investì l’ultimo mezzo, con a bordo 18 Carabinieri, di una colonna composta da 5 autocarri pesanti e da due autoblindo che trasportavano complessivamente 60 unità del “XII Battaglione Mobile Carabinieri” di Palermo. L’esplosione dilaniò il mezzo e provocò la morte di sette giovani Carabinieri, di umili origini, provenienti da varie città italiane: Giovan Battista ALOE classe 1926 da Cosenza (Lago), Armando LODDO classe 1927 da Reggio Calabria, Sergio MANCINI classe 1925 da Roma, Pasquale Antonio MARCONE classe 1922 da Napoli, Gabriele PALANDRANI classe 1926 da Ascoli Piceno, Carlo Antonio PABUSA classe 1926 da Cagliari ed Ilario RUSSO classe 1928 da Caserta. Altri 10 carabinieri rimasero feriti, alcuni subendo gravi mutilazioni.

“Alla notizia dell’attentato l’Ispettore Generale di P.S. VERDIANI, il Generale dei Carabinieri POLANI, il Colonnello TUCCARIN, il Maggiore JODICE ed un vice Questore con due automobili si dirigono verso Passo di Rigano.
Attraversata piazza Noce, nel tratto di strada (attuale via G.E. Di Blasi) che conduce a Passo di Rigano, le autovetture subirono una aggressione da parte di un gruppo di fuorilegge appostati dietro un muro che costeggiava la strada.
Una prima bomba colpì l’autovettura dell’Ispettore VERDIANI e del Generale POLANI, altre bombe e raffiche di mitra colpirono l’altro mezzo.
Gli occupanti scendendo fulmineamente dai mezzi poterono salvarsi la vita.
Il bandito Giuliano compì così la più spavalda delle imprese contro i Carabinieri”.

Di questo episodio, la sorella di Turiddu offre il seguente resoconto nel libro su citato, facendolo precedere dalla indicazione che l’azione dei banditi era stata ispirata da un moto di ribellione verso lo Stato, sordo, a suo dire, alle sollecitazione del fratello volte a creare una Sicilia più giusta e meno malvagia nei confronti delle popolazioni inermi in generale e della zona di Montelepre in particolare. Cosicché quando il Ministro dell’Interno affiancò Ugo Luca, ufficiale dei carabinieri, all’alto funzionario di PS Ciro Verdiani: “Per mio fratello la misura era colma e decise di fargliela pagare cara a tutti e due: organizzò un assalto alla caserma di Bellolampo, ma ciò era solo un diversivo. Il vero scopo era quello di attirare ingenti forze di polizia e carabinieri fuori dalla città. Com’egli aveva previsto, circa mezz’ora dopo l’attacco, si recò sul posto un’intera colonna di autocarri, carichi di militari delle due armi (più esattamente: Arma dei Carabinieri, Corpo di Pubblica Sicurezza al tempo. NdA). Essi iniziarono subito una battuta nei dintorni della caserma, alla ricerca di Turiddu e dei suoi picciotti: naturalmente non trovarono nessuno. Ai rispettivi comandanti non restò altro da fare che rientrare a Palermo. Mentre essi avevano girovagato inutilmente sulle montagne, mio fratello aveva fatto collocare due mine anticarro sulla strada per Palermo. Gli ordigni erano destinati a Luca e Verdiani. Purtroppo uno degli autocarri che seguivano, schiacciò con la ruota posteriore una mina e ne provocò lo scoppio: il veicolo venne investito in pieno dalla deflagrazione; alcuni militari rimasero uccisi, molti feriti”.

A pochi giorni di distanza dai fatti del 19 agosto l’Ispettorato generale di Pubblica Sicurezza in Sicilia, al cui comando si avvicendarono dal 1945 gli Ispettori Ettore Messana, Domenico Coglitore, Francesco Spanò (già collaboratore del prefetto di ferro di Cesare Mori), Ciro Verdiani, fu praticamente avvicendato dal Comando forze repressione banditismo la ccui responsabilità fu affidata ad Ugo Luca colonnello  dell’Arma dei carabinieri.

La strage di Bellolampo ebbe luogo poco più di due anni dopo quella di Portella della Ginestra che costò la vita ad inermi civili e la cui responsabilità, in un primo tempo addossata interamente a “Turiddu”, oggi risulta più sfumata. Ciò in quanto da approfondire ricerche storiche, risulterebbe la determinante partecipazione di forze mafiose, ed ex fasciste, come ebbe ad asserire Alfredo Angrisani ufficiale dei carabinieri di Palermo che a ridosso dell’evento telegrafò a Scelba: “Confermo che azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia”. I vari tipi di bossoli trovati sul luogo non tutti risultarono compatibile con l’unica arma usata dagli uomini di giuliano, parimenti risultò incompatibile la direzione di provenienza degli spari.

Bellolampo avviene a meno di un anno dalla morte del bandito, in un momento per lui difficile in termine di “appeal”. Le forze politico-mafiose che l’avevano sostenuto ora, progressivamente, potevano fare a meno di lui divenuto ingombrante per i nuovi scenari che si andavano delineando. Con l’attenuarsi della spinta indipendentista barattata con l’autonomismo regionale, anche l’EVIS, di cui Giuliano era stato esponente di rilievo, nella parte occidentale dell’isola, si era praticamente sciolto dopo l’arresto del suo ultimo comandante Concetto Gallo, a seguito della schiacciante vittoria delle truppe italiane nei pressi di Caltagirone (Ct) il 29 dicembre 1945.

Il re di Montelepre, morirà nel luglio del 1950 a oltre 70 chilometri lontano dal suo regno, in casa altrui, in un paese non amico, Castelvetrano (Tp), abbandonato da tutti coloro che lo avevano sostenuto ed in alcuni casi esaltato.

Giuseppe Rinaldi

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