Abbattere i simboli è un passaggio tipico delle grandi rivoluzioni politiche e culturali

Cultura & Società

di Danilo Breschi

Prima considerazione. Vista la deculturazione in atto da decenni nei sistemi di pubblica istruzione, non solo in Italia ma in gran parte dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti d’America, soprattutto per materie come storia e geografia, temo che si preferirà sempre più abbattere il passato piuttosto che affrontarlo, perché quest’ultima azione, che è mentale, comporta una fatica a cui un numero sempre minore di studenti viene educato. Fatica che si insegna con severità e si sopporta con disciplina, parole e pratiche oltremodo neglette da circa cinquant’anni. Dagli esordi del nuovo millennio abbiamo cominciato a raccogliere i frutti di una pluridecennale e sistematica seminagione di idee e pratiche desertificanti. Ogni anno che passa un tale cattivo raccolto si fa più abbondante che mai. Triste tipo di abbondanza che immiserisce gli animi e impoverisce culturalmente le nostre società, sempre meno civili.
Seconda considerazione. L’abbattimento sistematico e forsennato di simboli non necessariamente segna il passaggio ad altro grado di civiltà, o almeno non nel senso di un miglioramento. Può senz’altro suggerirci che è in atto un tentativo di scalata al potere, per sostituire i governanti in carica o più modestamente per essere cooptati tra di essi. La logica sarebbe la seguente: si minaccia l’ordine costituito in un momento di particolare debolezza di chi guida lo Stato al fine di contrattare quote di potere, immunità, privilegi, ecc. In cambio si offre la cessazione del caos appositamente provocato. Se lo scambio avviene, ciò significa che è stato intaccato il monopolio statale della forza e dunque chi ha generato il caos può cominciare a sperare in un condominio con le autorità costituite, per poi, in una fase successiva, arrivare persino a sostituirsi ad esse.
Si conferma che chi decide dello stato d’eccezione, addirittura in questo caso prima lo crea e poi lo controlla a suo piacimento, è l’autentico sovrano. Sovrano è colui che non riconosce alcuna autorità sopra di sé e tutto sovrasta, comanda e controlla entro quel dato spazio circoscritto, ampio o ristretto che sia. Tra le manifestazioni di protesta seguite al brutale omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco, che lo aveva fermato, si è verificato un episodio assai eloquente in tal senso. A Seattle i manifestanti hanno barricato gli ingressi a Capitol Hill, il distretto commerciale di Seattle, hanno occupato la stazione di polizia locale e proclamato una “zona autonoma” ed ora la presidiano in armi. È stata così proclamata la Zona autonoma di Capitol Hill (“Chaz”) dopo il ritiro delle forze di polizia locali su ordine del sindaco di Seattle, Jenny Durkan, esponente dei democrats. La zona autonoma è stata proclamata dai manifestanti «uno spazio di proprietà dei cittadini di Seattle», e una «comune libera dalla polizia». Dopo alcuni giorni di proteste la polizia ha abbandonato il Distretto orientale. Dai media non si ricava una versione unica, condivisa, su quanto sta accadendo nello stato di Washington, ma è certo che un soggetto in azione di protesta violenta ha ottenuto una cessione di sovranità da parte delle autorità costituite.
Fatto di non poco conto e su cui s’innesta la terza considerazione, che rimanda alla storia, sempre meno conosciuta e, come tale, sempre più destinata a ripetersi. Anzitutto nei suoi errori, se non orrori. Nel caso specifico di Seattle è sorto immediatamente un conflitto tra autorità locale e autorità centrale, federale. Il presidente della repubblica statunitense, Donald Trump, ha minacciato di mandare l’esercito per ripristinare il controllo della legale autorità sul quartiere trasformato in zona autogestita. La sindaca Durkan ha immediatamente replicato, sempre via Twitter, scrivendo: «Mettici tutti in salvo, tornatene nel bunker» (Make us all safeGo back to your bunker), e aggiungendo l’hastag #BlackLivesMatter. È dunque evidente il conflitto istituzionale, nel bel mezzo di una campagna elettorale più accesa che mai. L’episodio non va sottovalutato.

Francisco Goya, I disastri della guerra (Incisione numero 3, Lo mismo)

La storia appunto dovrebbe insegnare. Ogni volta che una minoranza, com’è anche stavolta quella che anima le azioni più violente delle proteste in America, trova una sponda in parte delle istituzioni e dei pubblici poteri, l’orizzonte della guerra civile tende a farsi meno lontano. La gravità di quanto sta accadendo negli Stati Uniti, e parziale causa del suo diffondersi a macchia d’olio, è questa infausta congiunzione tra la legittima e pacifica protesta antirazzista, le sistematiche violenze, gli assalti, i saccheggi organizzati da gruppi anarco-insurrezionalisti a sfondo etnico (i Black lives matter e gli Antifa su tutti) e una campagna elettorale del partito democratico che intende cavalcare il risentimento afroamericano e indirizzarlo tutto contro Trump. La battuta della sindaca di Seattle ce ne dà conferma. La miscela può farsi esplosiva.
Il Black lives matter (Blm) è nato ufficialmente nel 2014 come un movimento di protesta sociale ispirato ai valori della resistenza non-violenta e mirante alla sensibilizzazione contro la brutalità poliziesca. Ben presto si è però trasformato in un’organizzazione dal vasto sostegno nazionale e internazionale, presso collettivi della sinistra radicale anche europea, e al proprio interno ha inglobato una galassia composta da elementi estremisti, come gli Antifa, che hanno giocato un ruolo-chiave nell’esportazione delle violenze e dei saccheggi da Minneapolis al resto della repubblica americana. Inoltre, come ha osservato Emanuel Pietrobon, «il potere destabilizzante di Blm è [,…] molto elevato in quanto suscettibile di esportare le crisi oltre-confine, in tutti quei paesi afflitti da tensioni inter-etniche e multiculturali». Ogni società ad elevato tasso multietnico è delicato congegno che può essere fatto saltare in aria con relativa facilità, specialmente in un periodo di depressione economica e sociale come quello che stiamo vivendo. Su questa congenita e strutturale fragilità, in paesi come Francia e Belgio, hanno da tempo scommesso le varie sigle del terrorismo islamico jihadista: gettare benzina sul fuoco che cova sotto le ceneri di politiche fallite in tema di immigrazione e relativa integrazione. Anche da qui si spiega il perché sia giunta forte l’eco delle vicende americane sia in Inghilterra sia in alcune città dell’Europa occidentale.
La quarta considerazione riguarda la spirale rivendicativa alla base degli scontri e dei saccheggi. Nei mesi precedenti lo scoppio della pandemia è stato tutto un parlare e scrivere di “odio”. L’etimologia della parola è almeno duplice: odio sembra potersi ricondurre ad una radice indoeuropea che si ritrova nel sanscrito, nel greco e nel latino. Pertanto odio significa essenzialmente repulsione, rifiuto, allontanamento. Un’altra ipotesi plausibile sembra essere quella che riconduce la parola odio alla radice ad-, da cui il latino edo- mangio. Pertanto l’odio è da intendersi come un rodimento intimo. Entrambe le interpretazioni etimologiche mettono in luce l’estrema negatività di questo sentimento, nel primo caso evidenziandone la forza distruttiva verso l’esterno, mentre, nel secondo, quella autodistruttiva.
Indubbiamente noi stiamo assistendo al seguente fenomeno, che i recenti fatti d’America hanno evidenziato: l’odio verso l’altro può nutrirsi anche di odio verso di sé, verso il proprio passato. Si sta assistendo in alcune democrazie occidentali a qualcosa di molto simile ad una temporanea alleanza, se non saldatura, tra l’estremismo violento di collettivi anarco-insurrezionalisti, radicalismo rivendicativo di stampo etnico e la political correctness della sinistra politica istituzionale, un fenomeno alquanto pericoloso per l’ordine pubblico e assai rischioso per le sorti elettorali degli stessi partiti di sinistra. Nancy Pelosi, speaker democrat della Camera Usa, ha chiesto la rimozione delle statue degli Stati confederati dal Campidoglio, poiché «monumenti a uomini che hanno promosso la crudeltà e la barbarie per raggiungere un fine così chiaramente razzista sono un grottesco affronto» agli ideali americani di democrazia e libertà. Le statue dei soldati confederati al Congresso Usa sono undici e «queste statue sono un omaggio all’odio e non un’eredità. Devono essere rimosse».
Un movimento denominato Stop Trump Coalition ha realizzato una mappa interattiva, Topple the racists, in cui si elencano placche e monumenti in oltre trenta città del Regno Unito: nella lista ci sono la statua di Robert Milligan, il fondatore del mercato degli schiavi, West India Docks, al Museum of London; quella a Edimburgo dell’ex segretario Henry Dundas, che ritardò l’abolizione della schiavitù; quella di sir Francis Drake sul Plymouth Hoe. Sempre l’Agenzia giornalistica Italia (Agi) ci informa che il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha annunciato che una nuova commissione rivedrà le statue, i monumenti e i nomi delle strade per assicurarsi che «riflettano la diversità della città». Dal canto suo, il consiglio comunale di Manchester ha deciso di anticipare i vandali e ha annunciato la “revisione” di tutte le statue della città. A Plymouth le autorità hanno deciso di ribattezzare una piazza intitolata al mercante di schiavi sir John Hawkins, anche se hanno fatto sapere che non intendono rimuovere la statua di sir Francis Drake.
L’ultima considerazione concerne l’esito di uno stato di anarchia e anomia che si protrae oltre misura. Basta pensare al “biennio rosso” in Italia (1919-1920), a cosa fu e alla logica reattiva che innescò. Dalla rivendicazione alla vendetta come logica reazione il passo è breve, soprattutto se la prima viene estremizzata fino al punto di degenerare in violenze, soprusi, arbitrii troppo a lungo consentiti. Se la maggioranza silenziosa percepisce come gravemente minacciata la propria sicurezza, la proprietà, persino la propria incolumità, ma pure la dignità (attenzione agli effetti dello spregio anti-uomo bianco che sta dietro gli estremisti neri), allora monta un sentimento di vendetta. Sentimento amplificato se le autorità danno la sensazione di non essere in grado di garantire l’ordine pubblico. La logica vendicativa nasce dal sentirsi sminuito dal proprio aggressore e, successivamente, dal sentimento di vergogna di aver permesso che ciò accadesse. Umiliazione e vergogna innescano la rabbia e conducono al desiderio ardente di veder riparati i danni e i torti subìti, anche in una misura notevolmente sproporzionata. La vendetta è altrettanto cieca dell’iniziale furia anarcoide. Non è mai consigliabile svegliare la belva che dorme nel ventre di ogni maggioranza.
Se tutto questo fosse compreso anche da chi avalla, giustifica o anche solo minimizza la furia iconoclasta che oggi imperversa negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, prenderebbe subito le nette distanze ed eviterebbe l’innesto del meccanismo esplosivo della reazione di coloro che sono attualmente inermi, attoniti e impauriti. Al momento non sembra purtroppo albergare una simile saggezza presso le élites occidentali, e non intendo solo quelle politiche. Quanta miopia potenzialmente suicida in coloro che hanno addirittura preso seriamente in considerazione le pressanti e risentite rivendicazioni di “Cancel Culture” (votata parola dell’anno 2019 dal Macquarie Dictionary, il più famoso dizionario australiano, che in Oceania viene considerato un’autorevole fonte sull’evoluzione della lingua inglese), ossia «la pratica di non supportare più le persone, in particolare le celebrità, e i prodotti che sono considerati inaccettabili dal punto di vista etico». In parole semplici: campagne di boicottaggio culturale. L’etica è quella del politicamente corretto, ideologia delle élites dominanti, ma anche cavallo di Troia di gruppi politici radicalizzati, appartenenti a minoranze etniche, che mirano a conquistare spazi di potere e privilegi in quanto etnia, e solo in subordine il riconoscimento di una piena cittadinanza democratica.
Dalla cancellazione di nomi e associazioni su Facebook, Twitter, Instagram e altri social annessi e connessi, si passa all’abbattimento di statue, monumenti e altre effigi, mettendo in pratica una teoria della guerra civile, non più di classe, ma di razza. In società multietniche è rischio sempre incombente la rottura di un equilibrio necessariamente molto precario. Quanta rivendicazione razziale potrebbe nascondersi dietro la lotta antirazzista? Il problema di fondo, non compreso a tempo debito, è che una società multietnica persiste e prospera se tendenzialmente monoculturale. Una società multietnica e insieme multiculturale rischia l’esplosione, soprattutto se la cultura autoctona entra in profonda crisi d’identità, una sorta di crisi di rigetto, e se poi manca anche l’amalgama economico, ossia una ricchezza e un benessere diffusi, l’accensione della miccia è quasi certa.
Non comprendere questa eventualità tutt’altro che remota rischia di favorire la disgregazione delle nostre società faticosamente civilizzatesi. Società che sia i contestatori violenti sia i raffinati intellettuali della political correctness o del radicalismo anti-occidentalista raffigurano come agglomerati intolleranti e brutali, proprio ciò che invece non sono, o molto meno di un tempo, e che rischiano semmai di tornare ad essere in virtù di proteste selvagge e violente, facendo così arretrare tutti quanti di decenni, se non di secoli. In troppi stanno scherzando col fuoco.

[articolo apparso il 15 giugno 2020 su «Oikos. Centro studi sul Noi politico», diretto da Spartaco Pupo, che ringrazio].

Scontri a Minneapolis