La politica che non vorremmo ovvero la politica che cerchiamo

Politica regionale, nazionale e internazionale

Di pierfranco bruni

Siamo in un tempo in cui la politica, pur vivendo le sue contraddizioni, i suoi conflitti, le sue agonie, resta al centro di una discussione che è fondamentale per le scelte di un Paese. Non so se questo definirlo un bene o un male. Ma il più delle volte dietro la camicia della politica si nascondono vuoti paurosi. Il più delle volte. Ma non è sempre così. Il guaio è che dietro a una contestazione di proposta resta solo la contestazione e non una proposta alternativa. E questo avviene in tutti i campi degli schieramenti.

Per riassumersi in sintesi due sono i problemi-aspetti. Occorrerebbe una classe dirigente capace di confrontarsi con le “evoluzioni” di una società costantemente in transizione ma si pensa soltanto ad un consenso numerico senza rendersi conto che questo consenso si ottiene da un consenso basato su una reale progettualità delle tematiche che incombono in un quotidiano che deve saper guardare al futuro. Occorre, ecco il secondo aspetto-problema, che la cultura si impossessi della politica in termini reali.

È ormai un dibattito antico questo. Ma è sempre più opportuno non toglierlo dallo scenario che abbiamo davanti. La politica come qualità di significati e di senso ha perso di valore e di valori. Le cause sono tante; e nonostante tutto non si cerca di porre dei rimedi perchè forse come scrive Gaia de Beaumont: “Tutti vogliono salvare la terra e nessuno vuole, appunto, portare giù la spazzatura” (in Vogliamoci male, Marsilio). Ma c’é un concetto poi non tanto diverso che risale a Seneca quando afferma ne L’ira che: “Il padrone d’una nave che lascia entrare molta acqua dalle commessure allentate, se la prende forse con i marinai e con la nave stessa? Piuttosto corre ai ripari e una parte d’acqua la ferma, un’altra la sgotta, ottura falle evidenti, resiste con continuo impegno a quelle invisibili che lasciano entrare acqua di nascosto, e non è indotto a fermarsi dalla constatazione che, quanta acqua sgotta, altrettanta se ne riforma. Contro i mali continui e che si riproducono c’é bisogno d’un soccorso persistente, non perchè cessino, ma perchè non abbiano la meglio”.

Valori e progettualità sono i contenuti e le linee portanti di un processo che prima di essere politico era ed è sostanzialmente culturale. Un processo al quale spesse volte ci siamo richiamati come modello di quella identità che vedeva nella destra possibile una chiave di lettura fondamentale per capire la realtà del nostro tempo.

Quella destra possibile era ed è la destra dei valori, delle idee, della ricchezza della discussione politica dalla quale non si può prescindere se si vuole andare verso una identità non fossilizzata né schematizzata ma che si richiama ai grandi significati del sentimento di radicamento. La destra è radicamento di valori nella costante proposta di una progettualità i cui riferimenti politici non possono che trovare nella cultura i punti marcanti di una visione ideale che guarda al futuro con capacità di risposte concrete.

È su questa base che il dibattito all’interno della destra trova una sua motivazione di spessore e un interlocutorio valido proprio nell’istante della civiltà contemporanea che viene assorbita dai problemi quotidiani della società in un rapporto tra attualismo e modernismo.

La destra, quella destra possibile alla quale si faceva cenno, ha sottolineato ed ha discusso queste motivazioni sia in termini storici sia in termini problematici sia in termini prospettici. Il futuro della destra resta inevitabilmente legato ai due fattori già evidenziati. Ovvero i valori e la progettualità. L’identità è dentro un’offerta che crea un legame consistente, appunto, tra politica e cultura. Ma l’identità non è focalizzata nella stabilità di un tempo che non conosce nuovi percorsi e varianti.

Metafore che ci riportano alla questione viva del rapporto politica-società-cultura. Un tema persistente e che ha una sua valenza ormai storica. L’impegno della cultura nella politica deve essere un impegno di coraggio e di coerenza sulle linee progettuali che sono linee sia di sviluppo in termini più ampi sia esistenziali. La società non è un apparato o un gregge.

È un sistema esistenziale ed etico. Non possiamo dimenticare, noi popolo Mediterraneo, noi popolo dalle “Vite parallele” proprio il Plutarco de Il simposio dei sette sapienti. Non possiamo dimenticare l’insegnamento di Senofonte quando ne La tirannide ci educa ad una “felicità senza invidia”. E la politica invece è tutto il contrario. È una infelicità colma di invidia? Non possiamo dimenticare la lezione di Cicerone nell’affermare che nulla avrà valore “se non ci riuscirà di dimostrare non solo che è falsa l’idea che non si possa governare lo stato senza ingiustizia, ma che è bel vero, al contrario, che non lo si può governare senza estrema giustizia” (in La repubblica luminosa).

Non possiamo tralasciare quel concetto forte che ci fa ritornare ancora a Plutarco: “Il politico è multiforme, e tratta ciascuna situazione nel modo più adatto a trarne guadagno…” (in Sertorio). Nell’immaginario collettivo cosa è cambiato. Ma poi Plutarco ammonisce e suggerisce: “….la politica non è un servizio che ha l’utile come scopo: essa è piuttosto la vita stessa di un essere mite, socievole e politico…” (in Anziani e politica).

Perchè queste citazioni? È vero che lo status della politica ha delle caratteristiche fondamentali che restano fisse nella storia e nel tempo ma è anche vero che ogni società e ogni civiltà ha la sua politica e pratica la politica con gli strumenti e con le classi dirigenti che si trovano in un determinato contesto. Ma ciò che conta, nelle contraddizioni stesse del fare politica, nella proposta di un fare politica in un modo diverso, dopo la fine delle ideologie che abbiamo vissuto, è il saper dialogare con la cultura e porre la cultura come riferimento di consensi.

Si è in grado di fare questo? Qui invece si ripete la massima di Antifonte sottolineata in La Verità: “Chi progetta di danneggiare i vicini, e pensa che non ne trarrà danno, non è saggio”. Basterebbe guardarsi intorno per collocare ogni citazione di queste da me riportate ad un preciso avvenimento politico accaduto nel nostro recente passato e nel nostro impatto con il presente.

Non facciamo in modo che la politica possa morire. La civiltà che ci appartiene, quella già citata delle “vite parallele” (ovvero greca e romana), è una civiltà fondata sull’essere della politica, eredi di Platone e di Aristotele. Ma siamo sempre immersi nel mare della politica. E pur essendo immersi in un tale mare dobbiamo comunque sempre tenere presente ciò che affermava Seneca ne Le consolazioni: “Tutto ciò che l’uomo ha di meglio non è alla portata dei potenti”.

Non si tratta di una consolazione. Ma di riappropriarci di quell’essere della politica che è la vita stessa. Utopie? Probabilmente si. Ma si dovrebbe avere il coraggio, perchè d’altronde è poi così di dire alla politica quello che sosteneva Socrate dal carcere riportato in La vita felice di Seneca: “Io sono come uno scoglio solitario di fronte al mare, che le onde flagellano da ogni parte senza riuscire a smuoverlo e logorarlo nonostante l’assalto di secoli. Attaccatemi, datemi addosso, io vi vincerò sopportandovi. Contro gli ostacoli saldi, insuperabili, tutto ciò che si lancia a colpirli sfoga la sua violenza a sue spese; vi conviene quindi cercare materia più molle e cedevole ove infiggere i vostri dardi”.

La metafora continua. La cultura e la politica. Noi siamo ancora un popolo Mediterraneo che ha bisogno di conservare la tradizione della politica. Siamo altresì consapevoli che le ideologie sono finite. Ma siamo altrettanto coscienti che questa politica suicidandosi porta in rovina una eredità di valori e di idee che è dentro l’uomo che crede ancora che la cultura possa salvarla. Dobbiamo convincerci di essere come lo scoglio solitario di Socrate e sollevare dall’abisso quella politica che si è illusa di divertirsi come se fosse in un circo e in un teatro mandando in rovina idee e valori forse ignorando che è da questi che bisogna partire per dare senso alla vita stessa.

Si è in grado di fare ciò? Siamo Mediterranei ed essendo Mediterranei siamo innanzitutto greci e poi romani.