A devozione dei Santi Oronzo e Brunone, il taumaturgo che guarisce gli “spiritati”

Cultura & Società

Stefano de Carolis

Nel sec. XVI, dopo la controriforma, il costo delle medagliette devozionali divenne accessibile a molti, e questo portò un notevole sviluppo della produzione artigianale delle stesse. Oltre ad essere indossate, i “coronari” iniziarono ad inserirle nelle corone dei rosari determinando e fissando i rapporti tra le pratiche devozionali, le confraternite e i santuari.

Nei secoli questi oggetti di culto e devozione hanno rappresentato un importante mezzo di diffusione della venerazione della Madonna, dei Santi, e delle reliquie, secondo precise direttive impartite dalle autorità ecclesiastiche dopo il concilio di Trento.

Sulle medagliette votive sono incise immagini cristologiche, santi taumaturghi, mariane, giubilari e agiografiche, spaziando dai santuari ai luoghi di pellegrinaggio fino al culto dei santi locali.

Le medagliette più diffuse sono a forma ovale ma troviamo esemplari di forma rotonda, rettangolare, a forma di cuore o di mandorla. Sono in metallo sia povero che prezioso, e sono provviste di un piccolo anello che consentiva di inserire un laccetto per portarle appese al collo in segno di devozione e protezione. In origine sui bordi avevano tre appendici con piccoli fori che servivano per cucirla alle vesti o al copricapo.

Parlando di medagliette votive, un amico spagnolo mi ha segnalato la presenza nella penisola iberica di un esemplare del XVIII sec., molto particolare e interessante. Si tratta di una medaglietta votiva in bronzo, raffigurante da un verso Sant’Oronzo Vescovo di Lecce, con la classica iconografia del Santo, e dall’altro verso San Brunone di Colonia. Una medaglietta tanto rara quanto inusuale per Sant’Oronzo. Si conoscono altri esemplari della stessa tipologia, materiale ed epoca, effigianti Sant’Oronzo e Santa Irene.

San Brunone di Colonia, patrono della Lituania e compatrono della Calabria, nacque a Colonia nel 1030. Nel 1091 con altri confratelli si recò nella provincia di Vibo Valentia, in un luogo chiamato foresta della Torre, dove fondò una piccola comunità monastica, poi divenuto Serra San Bruno, dove morì nel 1101.

Le sue spoglie sono venerate all’interno di una grotta dove si recava abitualmente. Il 6 ottobre la chiesa cattolica festeggia il Santo.

San Brunone è il fondatore dell’ordine dei Certosini (motto dell’ordine: la croce è ferma mentre il mondo gira), una forma di vita monacale fatta di estrema solitudine, povertà, preghiera, meditazione, contemplazione, una vita  nel rigore dell’austerità. Un monaco molto colto, che sotto Papa Gregorio VII, poteva aspirare a scalare le gerarchie ecclesiastiche, ma che invece preferì la vita monastica da eremita.

Dopo l’approvazione del culto di San Brunone, concessa nel 1513 da Papa Leone X, nel ‘600 i monasteri dei monaci certosini si diffusero in tutto il nord e centro, fino al sud Italia. Anche nella città di Taranto nell’attuale area cimiteriale esiste una certosa, rimasta tale fino al 1807, anno in cui a seguito della soppressione degli ordini religiosi, i monaci certosini furono costretti ad abbandonare la loro proprietà.

Per quanto riguarda la preziosa medaglietta e l’accostamento di San Brunone a Sant’Oronzo, visto che dalle nostre parti e nell’intero Salento non si conosce nessun culto al Santo, è plausibile che la medaglietta custodita in Spagna, venne indossata in segno di devozione a Sant’Oronzo quale Patrono della propria città, e a devozione di San Brunone  per le sue virtù taumaturgiche di guaritore degli “spiritati” ovvero dei posseduti dal demonio.

Fino a qualche decennio i cosidetti “spiritati”, in occasione del lunedì di Pentecoste, venivano accompagnati a Serra San Bruno e in presenza di un sacerdote esorcista, venivano portati nel vicino laghetto “il laghetto dei miracoli”, luogo sacro e mistico dove nel 1505 vennero ritrovate le reliquie del Santo, e qui venivano immersi nelle acque per praticare riti di esorcismo. Si racconta che nelle stesse gelide acque  il santo, durante la sua vita monastica, si immergeva per fare penitenza.

Nell’antico rito di purificazione collettiva, gli “spirdati”, termine dialettale calabrese, dopo aver ricevuto l’esorcismo venivano immersi nelle acque gelide con il fine di liberarli dal maligno, grazie alla potenza taumaturgica di San Bruno. Una volta liberati dal demonio, questi venivano portati fuori dal laghetto, cambiati di abiti e i vecchi vestiti venivano bruciati.

La tradizione racconta che agli inizi del 500 un tale Garetto e sua moglie Isabella accompagnarono alla certosa di San Bruno la propria figlia, la quale “pareva posseduta da uno spirito immondo” affinchè le reliquie di San Bruino e del Beato Lanuino la liberassero dal demonio. Il prodigio non avvenne e il priore della certosa consigliò ai genitori di ripetere l’esorcismo nella grotta di San Bruno dove successivamente la ragazza sarebbe guarita, infatti dopo la liberazione dal demonio, la ragazza fu in grado di baciare l’effige del Santo. Da questo episodio nacque una forte devozione al Santo, un fenomeno antropologico, popolare e religioso che non avrebbe conosciuto crisi fino a qualche decennio fa.