Luigi Pirandello a Coazze. La lunga vacanza in Piemonte

Cultura & Società

Quando Luigi Pirandello, nel 1924, scrisse “Ciascuno a suo modo”, sicuramente avrà ricordato la sua vacanza a Coazze (TO) che ebbe luogo tra il 23 agosto ed i primi di ottobre del 1901.

Perché Coazze? Innanzi tutto perché invitato dalla sorella Lina che abitava nella non lontana Torino e , poi, in quanto la località gli era stata presentata  come un oasi di pace ove trarre ispirazione per il suo lavoro di scrittore in “fieri”, in quanto a quel  tempo  non era ancora famoso e, per vivere, doveva dedicarsi all’insegnamento della letteratura italiana presso l’Istituto Superiore di Magistero a Roma.

Fatto sta che, visitando questi luoghi prealpini trasse materiale per scrivere uno dei suoi taccuini: quello di Coazze per l’appunto. Ma soprattutto, guardando il campanile della locale chiesa Madre vide quel “Ognuno a suo modo” che gli ispirò il titolo della quasi omonima commedia che sta tra i “Sei personaggi in cerca d’autore” e “Questa sera si recita a soggetto”. La nota trilogia che l’autore dedicò al “teatro nel teatro”.

Coazze, nell’alta valle Sangone, ha origini antichissime, alcuni dicono d’essere stata una delle dodici città componenti il regno di Cozio, un signore di provenienza celtica che insieme al padre Donno, dominò i territori alle pendici di quelle che da lui presero il nome, le Alpi Cozie. Secondo altri il nome del paese deriva si da Cozio, ma solo  perché qui attorno vi sarebbe sepolto. Al tempo di quella  vacanza, il paese era già un florido centro turistico, attraeva soprattutto i torinesi che potevano raggiungerlo dal capoluogo sino a Giaveno con una tranvia e quindi da Giaveno a Coazze con diversi mezzi. Bus, carrozze, auto private. La tranvia era stata inaugurata nel 1883, prima a vapore e quindi elettrificata dopo il 1928. Stazioni terminali per quanto qui riguarda, Torino via Sacchi e Giaveno stazione. In molti tratti del suo percorso, vale a dire lungo i 35 chilometri, spesso i convogli transitavano così vicini alle abitazioni da averli quasi adiacenti alla porta d’ingresso.

Quanta gente ha viaggiato sul quel trenino, sino alla soppressione della linea nel 1958. Studenti, professionisti, operai, soprattutto dipendenti Fiat con il loro “baracchino” (scaldavivande) dal quale prendevano il nome (i baracchini=operai e impiegati Fiat).

Tra i torinesi che in estate si avvalevano del “trenino” per raggiungere le fresche valli, in quel 1901, ancora scosso per  due luttuosi avvenimenti, la morte di Giuseppe Verdi e i il regicidio del re d’Italia Umberto I di Savoia per mano dell’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900, quasi certamente v’era anche la famiglia della sorella del drammaturgo, Lina con il marito Calogero De Castro e le due figlie Giuseppina e Linuccia. Pirandello giungerà con la moglie Antonietta e i figli Stefano, Lietta e Fausto.

Della visita, Lina serberà sempre un tenero ricordo, infatti su un calendario annoterà: “Partito Luigi con Antonietta e i bambini per Roma dopo esser stati un mese e mezzo insieme a Coazze” , dal Taccuino di Coazze.

Visitando i luoghi attorno al paese, risalendo il letto del Sangone e  cercando mulattiere tra gli alberi ed i rii, guarderà la gente, i loro modi, il gesticolare e le parole, ruberà la loro l’anima per poi farne personaggi nelle sue Novelle di gioventù (1902); ovvero in  “Le Medaglie” (1904), “Di Guardia” (1905), “La messa di quest’anno” (1905, “Il sonno del Vecchio” (1906), il romanzo “Giustino Roncella nato Boggiòlo, il titolo alla commedia “Ciascuno a suo modo”.

Domenica 19 luglio scorso in paese, come è d’uso da più lustri, per un giorno si è respirata l’atmosfera del Novecento ricostruendo la permanenza del drammaturgo. Il luogo non può scordare l’illustre ospite, soprattutto se si rileggono i teneri versi della poesia “Cargiore” del 1903, ispirata a queste contrade. Da Pirandello Web, alcuni versi:

Verde pianoro, tutt’intorno cinto/da le Prealpi; borghicciuol romito,
sparso a gruppi qua e là, come dipinto:/dolce, ne la memoria, e mesto invito!

Tutto pieno di fremiti è il silenzio/di quelle verdi alture: acuti, esigui
di grilli fritinníi, risi di rivoli/per le zanelle a piè de’ prati irrigui.….

Oh festa d’acqua che corre, s’affretta,/si rompe in cascatelle e si raccoglie
per giungere a quel campo che l’aspetta,/dove par che la chiamino le foglie!

…………

Cantano, intanto, come la fugace/gioja le ispira, alcune donne a coro,
nel chiaror blando, ed una, ecco, fra loro/fa tenor con la rustica minugia.
Solo sul prato prossimo s’indugia/un contadin: gli sento ad ora ad ora
la falce raffilare. Ancor lavora,/solingo, sotto il cheto lume pieno:

guizza a tratti la falce in mezzo al fieno.

Anche le donne di Sicilia cantavano nell’aia, mentre il mulo tirava una pietra, e gli uomini speravano nel vento che “spagliava”. Avevano usato le stesse falci, e la stessa selce per affilare. anche se in altre latitudini, sotto un diverso sole,  tra mandorli e gelsomini, ma che cambia? Un ragazzo cresciuto all’ombra dei templi greci, in terra araba e normanna, si ritrova adulto sul suolo che fu di celti e longobardi e da ciò è affabulato, tanto da farne oggetto dei suoi lavori. Sicilia e Piemonte due estremi, che si sono toccati quando non c’erano autostrade e senza il ponte.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it