Per la Puglia occorre una politica culturale imprenditoriale

Politica regionale, nazionale e internazionale

Pierfranco Bruni 

Ormai non si discute più di Cultura o di progettualità culturale. Forse è anche giusto in una tale emergenza sanitaria e sociale “sforare” nella cultura diventerebbe provocatorio. Di questo sono convinto. Però se dobbiamo ripartire sul piano economica, in questa fase, bisogna anche registrare un interesse verso il legame cultura – turismo uguale economia altra.

Tra le tante grandi emergenze che ha la Puglia ne ha una sottaciuta, forse sottovalutata, che è quella della cultura. Si spendono tante anacronistiche discussioni, soprattutto sul piano regionale, ma il vuoto di competenze e il trionfo delle vacuità trionfano.

Le città della Puglia sono città che esprimono cultura e profonde appartenenze ma sono anche territori completamente sradicati. Non da oggi. In tempi pandemici. Sono territori dove non si è costruito un progetto culturale, dove la cultura non è stata investimento, dove la provvisorietà è epocale.

Eppure non ci si è resi conto che è dalla promozione del territorio che nascono il turismo, le economie sommerse, lo sviluppo generazionale. C’è una abbinata singolare tra processi culturali e generazioni che attraversano il tempo degli anni. E gli anni passano e i giovani culturalizzati vanno via.

Taranto è una città in caduta libera, non è riuscita a fare evento neppure con la internazionale Concattedrale di Gio Ponti. Non ha un progetto istituzionale garante di un futuro culturale. La “noiosa” etimologia di Magna Grecia è diventata un orpello consumata. Taranto muore in tutti i versanti ma non ha la forza culturale di creare eventi valorizzanti se non fosse per qualche libera e autonoma associazione.

Così il suo territorio. Paesi perduti. Nonostante tra il 1995 e il 1999 si erano realizzati eventi internazionali. Cosi nel resto della Puglia. Bari è un deserto. Foggia sembra il territorio dove non arriva il mediterraneo mentre Lecce ha il Barocco nell’anima e la grecità è solo un concetto.

Insomma, quando cominceremo a pensare che la cultura, ovvero i beni culturali, ovvero il patrimonio ambientale, naturalistico, socio – identitario saranno un epicentro per una vera rivoluzione economica attraverseremo una nuova dinamica sugli investimenti. La Puglia è una terra da risanare sul piano culturale se vuole essere competitiva sul piano europeo.

Qual è il punto della questione oggi? Non mi pare che ci sia una attrazione verso il “sistema cultura” in Puglia in senso complessivo, ma nei singoli territori in modo più particolare.  Questo significherebbe che non abbastanza si ha fiducia in una cultura che possa portare nuova economia.

Si tratta di un discorso antico, ma sempre di attualità. Insistere non è glorificare la evanescenza. È piuttosto dare un programma alle vocazioni territoriali che diventano sempre più risorse. Non si tratta di una battaglia perso già in partenza.

Il ruolo che ha avuto ed ha il Museo archeologico di Taranto è imponente e lo dimostra sempre più. Credo che sia necessario manageriale tutti i comparti dei beni culturali a partire dalle aree archeologiche sino alle biblioteche (completamente chiuse). Una politica culturale forte sarebbe virtuoso proprio ora in una emergenza totale.