Ricordando Tribuna Politica Quando si giocava di fioretto Scrive l’uomo della strada……

Politica regionale, nazionale e internazionale

Per chi non ha i capelli bianchi, occorre precisare che i confronti politici non sono un’invenzione di oggi, bensì sono discendenti di una consolidata quanto interessante esperienza degli anni ’60 del secolo scorso. Esempio: “Tribuna Politica” fu una trasmissione di grande successo, figlia diretta di “Tribuna Elettorale”. Quest’ultima vide la luce l’11 ottobre 1960, fu trasmessa in prima serata (ore 21), era moderata dal giornalista Rai Gianni Granzotto, realizzata in vista delle elezioni amministrative di quello stesso anno. La prima (Tribuna Politica), come, accennato, ne fu una conseguenza, visto l’enorme successo che avevano i confronti tra politici e giornalisti. Fu fortemente favorita dal governo allora in carica guidato da Amintore Fanfani e andò in onda per la prima volta mercoledì 26 aprile 1961 alle ore 21,10.

La dinamica era semplice, un leader politico al centro di un emiciclo e attorno i giornalisti di testate indipendenti e organi di partito, a fare domande.

In occasione di una di queste, si era nel 1961, l’on. Giovanni Malagodi, esponente di primo piano del Partito Liberale Italiano tanto da esserne il segretario dal 1954 al 1972 e presidente sino alla sua morte avvenuta nel 1991. Presidente, altresì, del Senato per un breve periodo tra Amintore Fanfani e Giovanni Spadolini (1987). L’on. Malagodi, si diceva, in quella Tribuna Politica incentrò gran parte della sua introduzione in direzione di un’auspicata tribuna elettorale televisiva permanente, come espressione di paesi democratici e liberali. Mai auspicio fu più azzeccato, questo è accaduto. Ma se Malagodi, uomo dabbene qual era, avesse presagito quale indecoroso carosello ne sarebbe venuto fuori in tempi a venire, ebbene, quella sera si sarebbe morso la lingua. Malagodi era troppo “signore” da potere solo immaginare che in futuro le belle, solatie, rispettose, financo garbate Tribune Politiche, pur nell’asprezza dei toni e delle domande, si sarebbero trasformate in luoghi dove l’insulto, anche personale, è d’obbligo, ove è negato ogni minimo accenno al bon ton istituzionale, ove spira di continuo l’aria della mischia, il vento della baruffa, ove lo scontro vede il “tutti contro tutti” elevato a eleganza dialettica, democratico confronto, garbato dibattito. E piantarla? Tornare ad un fare educato, no?

La tv di oggi è inflazionata da un lato di dibattiti politici dai quali è difficile trarne insegnamenti perché è un sovrapporsi di voci, di grida che costituiscono la negazione del comprendere, e dall’altro da scuole a go go di cucina che, seppur troppe, almeno tintinnano le papille senza fare danni se non ai diabetici, ai colesteroloci, ai gastritici, gli obesici (si dice?), ecc.

Non è vero che il passato sia sempre migliore del presente, “quando c’era lui caro lei”, “vuoi mettere i grissini di una volta…”, “non ci sono più gli uomini di prima della guerra…”; il fatto è che il trascorso lo ricordiamo con gli occhi della gioventù, al tempo in cui avevamo più futuro che non passato, quando ogni mattina non ci si alzava contando con un acciacco che ieri non c’era. Però qualche eccezione c’è ed una delle tante sta nell’approccio che le trasmissioni di approfondimento politico oggi hanno con gli elettori rispetto a quelle di una volta. Volete mettere una “Tribuna Politica” di allora a confronto con qualsiasi epigona di oggi dì. Non c’è paragone. Lo stile, il rispetto dei turni nell’intervenire, la proprietà di linguaggio e la continuità dell’esposizione, l’educazione, la facevano da padroni. E, con questo, non è che il confronto non fosse acceso, tutt’altro. Ma era condotto a punta di fioretto, tutt’al più a fil di spada, mai facendo roteare la mazza snodata dove “cojo cojo” Nella Tribuna Elettolare del 12 ottobre 1960 il giornalista di Paese Sera chiese conto, ad un’impacciatissimo Aldo Moro, del perché la Democrazia cristiana avesse messo in lista per le amministrative un uomo come Giuseppe Genco Russo, ritenuto da tutti il capo della mafia siciliano dopo la morte di Calogero Vizzini. Il segretario della DC rispose, agitandosi scompostamente sulla sedia (ci sono i video che lo dimostrano), che innanzi tutto si trattava di un piccolo comune siciliano e che il ”signore” era solo in lista e non capolista, precisando anche che non gli risultavano provate le accuse che la sinistra muoveva. Minimizzò, concludendo che, in definitiva, non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali. Conclusione: Genco Russo divenne capo della Democrazia Cristiana e consigliere comunale di Mussomeli, tranne poi a dimettersi nel 1962 perché a seguito di una campagna giornalistica fu successivamente  processato e condannato.

Senza parlare poi quando protagonista era Giorgio Almirante, ottimo contradditore quanto brillante oratore, capo indiscusso dell’allora MSI, nel qual caso era un continuo battibecco, fatto di accuse pesanti ma, in ogni caso, ordinato e come tale facile a capirsi da parte del colto e dell’inclita. In una occasione, nel corso di un confronto a due tra Malagodi e Almirante il primo diede del mentitore all’altro, Almirante richiamò l’attenzione sul termine e Malagodi si scusò dicendo “rimangio la parola “mentitore”, ma ciò non toglie che lei onorevole Almirante non “dice la verità”. Dove trovare, di questi tempi, una correttezza e oserei dire cortesia istituzionale di tal fatta? I telespettatori che ancora seguono le varie edizioni dei confronti politici oggidì, lo fanno non perché interessati ma in quanto incuriositi da chi la dirà più “grassa” e contro chi. Inenarrabile squallore. Nell’agone, e non finirò mai di sottolinearlo, si urla, si strepita, le voci si accavallano, non si riesce a rimettere ordine se non interrompendo la scena con la scusa della pubblicità. Le persone che non sono li per ridere ma per capire, ne escono distrutte, affaticate, con le trombe di Eustachio indolenzite, martelloincudine e staffa lesi, senza aver afferrato nulla, senza il benché minimo arricchimento culturale. E poi ci si lamenta perché l’elettorato si allontana dalla politica e i non votanti sono il primo partito d’Italia. La gente, che nell’insieme costituisce il popolo “sovrano” non si è allontanata dalla politica, bensì ha preso atto che questa si è separata dalle persone cosiddette normali, e non da oggi. La frattura tra potere e popolo è una faglia il cui movimento sappiamo da chi promana e qual è la parte che prende le distanze dall’altra, attraverso un atteggiamento autoreferenziale. “Noi siamo noi e voi….. che ne capite?”. Ciò anche quando il consenso elettorale è minimo. Comunque la frattura è profonda ed in quanto tale da non sottovalutare. Un popolo si può governare, specie se c’è qualche evento sportivo che lo affabula, ma se per un caso o per l’altro diventa “gente” che poi piano piano si trasforma in “folla”, allora si che sono problemi. O per essere moderno, si che sono ca**i amari. O mi sbaglio?

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it