Il dono della nuora, di Pasqua Sannelli

Diritti & Lavoro

RECENSIONE

Maria Pia Latorre

Ha la modulazione cullata di una ninna nanna antica, l’intenso profumo sperso nell’aria dell’origano frantumato, le ampie tinteggiature marine stemperate nel brunito della terra del Sud, la leggerezza degli ortaggi essiccati al sole, sui terrazzi dall’immacolato candore, Il dono della nuora, opera prima di Pasqua Sannelli.

Il romanzo, ambientato tra il 1939 e il 1946, racconta la storia di una famiglia laertina, impegnata a difendere la propria quotidianità, ma anche a cercare di attraversare, indenne, le vicissitudini politiche del periodo fascista e della seconda guerra mondiale, in un paese dell’entroterra pugliese dove gli uomini, così come le bestie, dalla notte dei tempi, hanno imparato a stare in devoto ascolto dei segnali della terra.

La connotazione storica, determinante per seguire la trama del racconto, tuttavia non intacca minimamente, nel lettore, la percezione della scansione del ritmo temporale, che si svolge con la stessa lenta e e suadente cadenza, immutata da millenni di rapporto fisico dell’uomo con la sua terra, e beffardamente incurante dei proclama di un qualsiasi politico di turno.

Essa rappresenta un capace piano d’appoggio per tutta l’architettura della narrazione, così come risulta fondamentale l’elemento geografico, che diventa, esso stesso, protagonista, al pari di uno dei numerosi personaggi del romanzo, col rimando improcrastinabile all’atavico rapporto di filiazione dell’uomo nei confronti del suo territorio e al profondo senso di appartenenza vissuto nella sua carnale ancestralità.

Luigi è il protagonista, ma intorno a lui, in movimento epico, tutto il paese che vive, agisce, si difende come può dalle ingiurie della miseria e della guerra, per cui l’Autrice ha voluto far precedere la storia vera e propria dall’elencazione di tutti gli attori che si muovono sula scena, indicandone, per ognuno, il grado di parentela, e con questa operazione, ci introduce ai paradigmi che sottendono all’opera stessa; tra questi, imprescindibile, il mito della famiglia, quella patriarcale, guidata dalle donne e dal silenzio.

Luigi è antifascista, e questa è la fonte dei suoi problemi che lo porteranno a decidere di stare quasi ai margini della vita, mentre intorno, un’umanità dolente, combatte per la propria identità. Ma in questa particolare prospettiva di esistenza che ha scelto per sé, egli vive interiormente forti tensioni ideali e, proprio quando ogni cosa sembra compiuta, riceve un dono inaspettato, quello che dà il titolo al romanzo.

La scrittura prismatica del racconto si snoda con leggerezza e ritmo; mirabili le descrizioni che, oltre al pregio della maestosità pittorica, diventano incredibilmente narrative e riescono, sapientemente con precisi tratteggi, non solo a ritrarre fedelmente la realtà, ma addirittura a farla parlare, coinvolgendo, così, il lettore in prima persona e inducendolo a credere di essere lui lo scopritore dei fatti,  a partire da apparentemente irrilevanti agganci.

“La descrizione deve essere veloce – afferma l’Autrice – non si può approfittare dell’attenzione del lettore per più di tre minuti”; ma, in questo caso, è talmente bello l’arazzo descrittivo tessuto che si può star fermi ad ammirare per ore, come davanti ad un cielo stellato o davanti ad un film.

Grande maestria ed uso sapiente non solo delle tecniche di scrittura giallista, dunque, ma uso esperto del climax, della modulazione del linguaggio, che, sempre molto accurato, passa, con estrema disinvoltura dai toni alti e colti, al linguaggio popolare, sfumato in colorite fioriture gergali; difatti, come nella migliore tradizione verista dei Capuana, Serao, De Roberto, Di Giacomo, Deledda, l’Autrice si avvale dell’artificio della regressione, annullando, in certi passi, le radici colte, per mettersi sullo stesso piano culturale dei personaggi: “Fu come scivolare nel dominio di un’altra epoca murata e intatta, l’aria era di polvere lunare fredda e asciutta. – Il sole non ci entra nemmeno alla stagione, quando fiammeggia come un leone -, asserì don Tommaso, -Sarà buono per fare la cantina-”.

Efficace anche la scelta di raccontare in terza persona, con stile impersonale, rendendo la realtà distaccata e in lontananza, in un alone di fascinosa magia, tanto che, talvolta le atmosfere si fanno stranianti e convulse.

Nel romanzo è cantata, come in un inno d’amore, la bellezza mistica e arsa dei luoghi del Sud, della terra dura e  aspra che ci riporta prepotentemente alle radici, delle pareti di rocce, delle asperità e delle spine, dei boschi, dei pantani e della malaria.

Il dono della nuora ha l’andamento del romanzo storico, circolare, scritto per dare dignità ai “senza nome” e con l’intento di “sottrarre la nostra storia alla dimenticanza”, e fornire riscatto e coscientizzazione alle masse anonime che hanno attraversato la grande storia, quasi ignare della propria esistenza e del proprio destino. La seconda guerra è, senz’altro, stato un acceleratore sociale che ha emancipato e prodotto un evidente balzo in avanti delle società, anche di quella rurale, rischiando tuttavia di snaturarne la ricchezza.

Quest’opera rende giustizia dei danni del tempo e degli errori politici, assumendo la memoria come fondamento valoriale e affidando ad essa la stigmatizzazione di un portato culturale che rischia inesorabilmente di andare perduto. Così oggetti carichi di sostanza che paiono comparire da uno spaccato di fine Ottocento animano dalle casedde ai casali: l’imbottita rubinea del letto matrimoniale, il corredo a dieci, le fornacelle lungo le vie pietrose, i capasoni, rotondi come i fianchi delle donne; accanto ad essi, una puntuale ricostruzione storica frutto di un elaborato lavoro di ricerca che affiora appropriatamente ad ogni pagina: “Alla parola duce come per l’evocazione d una divinità, partì un coro che coprì la voce del podestà: -Duce, duce, duce-. Nessuno ascoltò, per loro fortuna, la pernacchia di un gruppo di malacarne che se la ridevano”.

Chiari i rimandi ai ricordi del passato ma anche all’assimilazione di tutto il fondamentale lavoro etnografico svolto dall’antropologo Ernesto De Martino, come chiaro appare il “pensiero meridiano” abbracciato dall’autrice, laddove, in sottili sfumature, si percepisce il gusto amaro della consapevolezza del tradimento della politica e della storia nei confronti del Sud e della sua gente e l’abbandono al sentimento della natura, come consolazione per le continue delusioni a cui si assiste.

Un altro particolare di pregio del romanzo è la costruzione delle figure femminili, che risalta per vividezza e struggimento; si tratta di donne forti, dirette, sostanziali, capaci di assumere su se stesse decisioni definitive, donne dai colori intensi e brucianti della terra, che da sempre hanno con essa un rapporto panico, donne di cocciuta pazienza, donne sempre madri di qualcosa, donne che hanno la bellezza del silenzio disegnata sulle labbra.

Strettamente legato al tema femminile quello della magia, che più volte riaffiora nel romanzo, attraverso figure di zingare e maciare che sanno leggere il destino dell’umanità. Un libro che senz’altro appassionerà e rimarrà nel cuore di ogni lettore.

(Progedit, pp. 246)