Sonetti per quattro stagioni” e “na canzona nova”, la poesia che racconta Gianni Ruggiero

Cultura & Società

Raccontare il proprio tempo attraverso un personale sguardo sul mondo è una delle prerogative che distinguono un autore e che ne tracciano premessa al pensiero e alla poetica, come nell’ ultima opera di Gianni Ruggiero “Sonetti per quattro stagioni” affiancata dal racconto in versi “Na Canzona Nova”.

Un progetto che si articola su quattro pubblicazioni, una per ogni stagione, con i volumi di Autunno e Inverno già pubblicati e quelli di Primavera ed Estate in calendario per il prossimo autunno – un’iniziativa condizionata dalle conseguenze della pandemia di Covid ’19, che ha bloccato e poi accellerato l’uscita delle prime due raccolte.

Trenta sonetti, dieci per ogni mese della triade stagionale, ispirati alla stagione stessa: l’aria fredda, il cielo cupo, le strade a volte deserte, le feste, gli avvenimenti sociali, o l’afa dell’estate e il rinascere della primavera. Ma anche le ricorrenze, la cronaca, le riflessioni, le vicende e le disavventure personali così come la vita le riserva.

Una nuova avventura “Sonetti per quattro stagioni”, tesa a ripercorrere insieme al mutare delle stagioni, le influenze e gli adattamenti dell’agire umano: l’autore, inevitabilmente immerso in questo avvicendarsi continuo, ne vuole cogliere le diversità.

Ci sono periodi dell’anno che predispongono a certe composizioni, a certe tematiche, da qui l’idea di dividere le poesie per le quattro stagioni. Volumi da pubblicare nel corso del tempo, a mano a mano, in una visione ampia,  chiarisce Ruggiero, che per raccontarsi ha scelto la forma poetica del sonetto.  “Con la poesia fai più sintesi, l’idea della poesia è quella di immaginare scenari possibili, non espressi.  Il sonetto perchè è la struttura più diretta di comunicazione: è oltremodo sintetico e nella cultura popolare è da sempre lo strumento più semplice per la divulgazione del patrimonio culturale, che avveniva quasi esclusivamente per via orale”, aggiunge.

Sinonimo di “verso”, di poesia, nell’accezione popolare, il sonetto è stata la forma poetica classica per eccellenza da Petrarca a Dante e fino al Foscolo – sarà Leopardi, nel XIX secolo, ad inaugurare la metrica libera. Più di seicento anni di endecasillabi in quartine e terzine, quindi!

Il rapporto con le stagioni riporta a quello con la natura a cui siamo esposti. Viviamo nella natura, anche se meno rispetto al passato, ne siamo parte e ne subiamo o godiamo tutti capricci: pur essendo persone siamo molto vincolati all’istinto. Le stagioni contribuiscono a segnare e determinare questo rapporto, continua lo scrittore, ispirato anche dal ricordo dell’indimenticato Matteo Salvatore, che nel 1973 pubblicava “Le quattro stagioni del Gargano” cofanetto composto da 4 raccolte di canzoni, una per ogni stagione. Sullo sfondo, aggiunge, i Maestri del Gargano, i Cantori di Carpino ed Antonio Piccininno.

In attesa di pubblicare gli ultimi due volumi dei sonetti per la Primavera e per l’Estate, i versi di “A Cenere da ngìle”, “La cenere dal cielo”, toccante lirica che cerca parole nuove per salvare la memoria,  ”…un detto, e quando lo trova, lo scrive sul petto”.

“ A Cenere da ngìle”
Nu vendarille ca stizza ‘mbonde
Pe ‘ngìle nuvele janghe d’ nève.
T’arravogghie a ‘na cenge, fòre gèle.
Ndà nninde s’è chiatrate ‘a facce.
Cerche parole nòve, ‘nu ditte
Quann’i trove m’ì scrive ‘mbitte
Quelle ‘a memorije è corte
Nu vìde che succede a quilli murte.
Cadeve cenere da ngìle. P’a semene
da uanne è vede a summende
cume s’a gode e cume cresce ‘a spiche
Ogn’e spiche na stelle quill’anne
E pe ne n’ate e tande sembe chiù erte
A quilli timbe ‘ngìle tenévene a che ffà.
Gianni Ruggiero

La Cenere dal cielo – Un venticello carico d’acqua/ Nel cielo nuvole bianche di neve/ ti avvolge un cencio, fuori gela/ in un niente si è pietrificata la faccia// Cerco parole nuove, un detto/ quando le trovo le scrivo sul petto/ La memoria è corta/ non vedi cosa succede a quei morti// Cadeva cenere dal cielo. Per la semina/ di quest’anno devi vedere il seme/ come gode e come cresce la spiga// Ogni spiga una stella quell’anno/ e per altrettanti sempre più alta/ A quei tempi in cielo avevano da fare.

Na Canzona Nova è invece il volume che affianca Sonetti per quattro stagioni, in cui il racconto in versi si fa fiaba, un fuoco di ricordi da cui risalgono i falò delle gite fuori porta; moderna traduzione del braciere casalingo e dell’ ancestrale bisogno di raccontare storie, del fare comunità, in relazione ad una modernità sempre più lontana ed incomprensibile.  “Siamo usciti indenni da quelle nottate. Siamo partiti e ritornati, siamo partiti e rimasti fuori. Non siamo rimasti indenni da quei sogni che ancora oggi ci tormentano che hanno dato vita alla nostra stagione ma che per molti, per tanti, sono restati irrealizzati” recita Gianni Ruggiero nell’introduzione all’opera. Un viaggio tra i viaggi della giovinezza, i sogni, le speranze deluse, le aspettative infrante, sempre con la musica sottobraccio al dialetto, lingua magnetica ed evocativa, scrigno unico ed insostituibile di vita vissuta, di echi e visioni.

Rivivono così tra i versi di Ruggiero le escursioni della tarda primavera o in piena estate sulle rive garganiche. Gli innamoramenti, gli sguardi, le collette per comprare il pane e la carne da arrostire; la brace, il vino e le chitarre che riecheggiano sulla spiaggia. Ma non si pensi che il passato sia rimpianto o nostalgia.  “Il passato è la tua memoria, la tua storia, la tua cultura, ne faccio ricorso solo come bagaglio personale” spiega l’autore, senza mai rinunciare alla leggerezza e all’ironia che contraddistinguono il suo carattere letterario, come nei versi che seguono.

Canzune
Chetarre canzune becchire de vìne
Nu piatte d’aulive ind’a candine
Storyteller i new candastorije
‘u munne de mò è senza memorije.
De tutt’i paìse, de ogge d’aìjre
‘a museca bbone nen tene frustire.
Ùne arrunzate, n’ate fatte a mestire
Èje tutt’a grazzie rialate do’ vìne.
A na cert’ore s’ammosce a chetarre
acale ‘a voce te pigghie ‘a papagne
Canzune chiù triste c’abbottene i palle.
Vene ‘a saudade, ‘a nustalggìje
‘U timbe è passate e cossì sije
Good bay, good night ci’accumbagne Dìje.
Gianni Ruggiero

Canzoni – Chitarre, canzoni, bicchieri di vino/ un piatto di olive nella cantina/ Storyteller i nuovi cantastorie/ il mondo di oggi è senza memoria// Di tutti i paesi, di oggi di ieri/ la musica buona non ha forestieri/ Una arrangiata un’altra fatta ad arte/ E’ tutta la grazia regalata dal vino// Ad una cert’ora si ammoscia la chitarra/ si cala la voce ti prende il sonno/ Canzoni più tristi che scocciano// Viene la saudade, la nostalgia/ il tempo è passato, così sia/ Addio, buona notte ci accompagni Dio.

Da notare l’uso dell’inglese, storyteller ad indicare che la memoria si perde, accanto ad assonanze impreviste per il poeta, che spiega “Scrivendo ho appurato, laddove ve ne fosse ancora bisogno, dell’impoverimento del nostro dialetto, della perdita di espressioni e termini autoctoni pertanto nelle rime e nelle scelta metrica la cosa si fa sempre difficile. Infatti ho dovuto far spesso ricorso alle assonanze in mancanza di rime precise” un j’accuse ad una modernità cieca, sorda al richiamo delle proprie radici, di cui crede di poter fare a meno e in cui la povertà linguistica che si affaccia è un chiaro monito.

Il posto lontano dal mondo dove la favola prende corpo è una masseria in collina, luogo immaginario del Gargano, dei Monti Dauni o della piana foggiana. Il dialetto con la sua magia espressiva è la maddalenina, lo strumento per ricordare, sognare, fino a ritrovarsi quasi fisicamente in quei luoghi e in quei momenti, realizzando una vera e propria intermittenza del cuore: protagonista di una notte magica, d’estate, sospiri, stelle e di canzoni che sapevano di vino e risate.