Non chiamatelo raptus!

Cronaca

La disgregazione del nucleo familiare importa sempre una lacerazione emotiva profonda, la necessità di dover riprogrammare modus vivendi dati per acquisiti, la destabilizzazione di una parte di se stessi condivisa e per certi aspetti fusa e confusa con quella del coniuge.

Il disagio può trasformarsi in dramma quando, nelle separazioni, sono coinvolti i figli, innocente campo di battaglia su cui si giocano partite melmose e senza esclusione di colpi.

Non esistono separazioni non conflittuali, se non ci fosse conflittualità non si finirebbe nelle aule di un tribunale.

Esistono modi diversi di affrontare il trauma della rottura dei rapporti, ma il senso di frustrazione, il dolore, la rabbia, ed anche il rancore, più o meno manifesto, sono una connotazione universale.

Con modulazioni diverse nasce, più o meno consciamente, il desiderio di vendetta.

L’altro/a diventano, improvvisamente, nemici da combattere ed i sentimenti di complicità, tenerezza, amore, si trasformano, spesso, in odio.

Ma…

Uccidere un figlio NO! Non può essere l’epilogo cruento di un rapporto corroso e corrotto da una molteplicità di fattori complessi ed intersecati.

Uccidere un figlio è un’aberrazione biologica.

Non esistono giustificazioni, né pietismi psicologici.

Non è un raptus, non è un momento di derealizzazione, è una decisione maturata nel tempo, un puzzle costruito con attenzione quasi maniacale, immaginando lo strazio dell’altro genitore, pregustandone sadicamente l’immane dolore.

E’ umanamente inaccettabile ipotizzare di vendicare i presunti torti subiti dal coniuge uccidendo la proiezione di se stessi.

Un figlio è, appunto, il divenire, l’infuturarsi, l’eternarsi nel tempo.

Due giovanissime vite strappate alla vita, in un caldo pomeriggio di fine giugno, da una mano, la stessa mano che li aveva sorretti nei primi passi, nutriti, cullati,  accarezzati, poi…soffocati!

Sara Spagnoletti