Soggiorno’ a Exilles  la maschera di ferro

Arte, Cultura & Società

Un angolo di Piemonte tra storia e leggenda

La strada verso la Francia si fa tortuosa dopo Avigliana, autostrada a parte. Da qui sfiorando le acque della Dora Riparia si incunea tra i monti della alta Valle di Susa dominata dal Rocciamelone, maestoso testimone del dipanarsi della storia di queste contrade. Se è da dibattuto il fatto che queste vie siano state percorse dagli elefanti di Annibale, è confermato il passaggio del penitente imperatore Enrico IV diretto col capo chino a Canossa. E prima di lui papa Pio sesto e, prima ancora, Pipino il Breve e Carlo Magno. Queste terre erano un  cammeo tra  i tanti possedimenti della contessa Adelaide di Susa  che la rendevano ricca poco meno di sua cugina Matilde di Toscana più nota come “di Canossa”, la nobildonna portò in dote pianure, fiumi e monti ad Ottone signore della Savoia: dal cui matrimonio  dipartirà una  discendenza quella dei Savoia che, duchi e conti prima,  riuscirà poi a cingere la corona di Sicilia, quella Sardegna d infine d’Italia. Erano i signori dei passi (alpini), pertanto controllavano le vie di Francia. Si dice che lo stesso Enrico IV, consuocero di Adelaide in quanto la figlia di questa, Berta, aveva sposato il figlio dell’imperatore, abbia pagato pedaggio per attraversare il Moncenisio. Terra calpestata da eserciti e mercanti, pellegrini diretti a Roma e barbari invasori, in un alternanza di vicende fitte come grani di un rosario.

Si era alle porte dell’inverno in quel 1681 quando, in una valle dominata dai francesi, una carrozza  più simile ad un cellulare che non ad una vettura  da viaggio, saliva dalla Val Ghisone verso il passo dell’Assietta provenendo da Pinerolo. Quaranta soldati scortavano il mezzo che ospitava due prigionieri una dei quali mascherato. Prigioniero del re di Francia, quest’ultimo divenne una leggenda al pari di  Cyrano e Cagliostro. Il suo nome rimbalzerà tra letteratura e cinema, tra cronaca e leggenda. Chi fosse con certezza non è dato sapere ma la sua figura è conosciuta come La Maschera di Ferro.

La carrozza scollinò, percorse quindi una ripida mulattiera, tracciata per il collegamento tra le due valli (Ghisone e Susa) e si fermo ad Exilles, qui entrò nel prestigioso forte. Una volta tra le mura il prigioniero e con il suo sventurato compagno, nei sette anni di permanenza mai ebbe occasione di parlare con qualcuno al di fuori dei suoi stretti carcerieri. Col viso sempre coperto da una maschera, dimorò in una cella posta al secondo piano della torre più munita del forte. Da qui, attraverso una apertura poco più grande di una feritoia,  non poteva vedere molto di ciò che lo circondava e soprattutto non poteva essere visto.

Il viaggiatore di oggi, che risale la valle, ha ancora molto da ammirare in termini di natura incontaminata prima di vedere, dopo Susa sulla sinistra, l’imponente costruzione cui qui è cenno. La costruzione domina le pendici delle Alpi Cozie, il cui nome deriva da Marco Giulio Cozio figlio di Donno entrambi re dei Cozi e delle tribù liguri stanziate in questi territori. A differenza del padre vantava, però, un titolo in più in quanto anche prefetto romano della provincia.

La fortezza originariamente un punto di vedetta dei Galli, in considerazione della sua posizione elevata, nel tempo si trasformerà in un munito campo militare, sempre più guarnito e al punto che in epoca romana divenne il “castrum” più importante della intera regione militare. Ciò, in quanto, la costruzione chiude lo sbocco all’alta valle ad ogni possibile invasione nemica proveniente dal nord. In proposito l’interessante  lavoro di Ettore Patria “Il Forte di Exilles” editrice Tipolito Melli di Borgone di Susa, ediz. 1975, nonché la pregevole ”Guida Delle Valli di Susa” a cura di Piero Pollino edizioni Monviso di Torino, ci dicono che nel medioevo la costruzione fu contesa tra i signorotti dei dintorni specie tra i “delfini” di Vienne ed i Duchi di Savoia. Infatti, il suo possesso significava il dominio di tutta l’alta Val Susa e la difesa della stessa.

Nel tempo i bastioni del forte si fecero via via più muniti attraverso un incremento di personale militare ed il potenziamento dell’armamento. Per secoli le guardie si diedero la voce percorrendo i cammini di ronda e lanciarono segnali di allarme. Le mura di cui diciamo respinsero le fanterie svizzere ma furono espugnate dagli Ugonotti, da Carlo Emanuele I e prese dai Francesi. Distrutto da Napoleone nell’ottocento fu  quindi rimaneggiato sino all’inesorabile declino. Si decise di  disarmarlo facendo tacere per sempre le sue temute bocche da fuoco a retrocarica e, anche se fino al settembre 1943 continuò la sua funzione di “Centro di mobilitazione” del battaglione alpino Exilles, la costruzione non poté sottrarsi alle offese del tempo. E il silenzio si impossessò di quelle mura. Pertanto, non più ordini urlati, niente alzabandiera, nessun addestramento in piazza darmi e cambi della guardia. La quiete tragica e forzata della fine. Deserta anche la cappella dedicata al beato Amedeo di Savoia. E così pure gli alloggi degli ufficiali e della truppa, i forni per il pane, le cucine e lo spaccio e non cigola più la catena del pozzo costruito nella seconda metà del VII secolo. Poco per volta ogni cosa degradò e si spogliò della sua storia.

Ora per fortuna la Regione Piemonte ha recuperato alla vita quel monumento. Fatto più che meritorio.

Se vogliamo circostanziare,  pur non conoscendo il nome del primo comandante del forte si conosce, però, quello dell’ultimo governatore francese: D’Artagnan.  E qui non ce la sentiamo di deludere i sognatori che vorrebbero individuare in lui uno dei quattro moschettieri. Noto è anche il nome dell’ultimo comandante italiano, il tenente colonnello degli alpini Francesco Cuvertino.

Il paese che ospita il forte 

Terre queste in origine abitate dai Liguri, fusisi poi con le razze alpine di provenienza uralica e quindi dominate da Cozii, tribù celtiche che seppero trarre vantaggio dalla dominazione romana, videro, come si è detto,  il passaggio di eserciti, di barbari e di penitenti. Il paese, Exilles, si è da sempre sviluppato ai piedi dello sperone roccioso ove sorge il forte. Posto a circa 900 metri s.l.m. Il centro urbano, baluardo contro ogni invasione, vide, da qui, partire le truppe di Arduino il Glabrione per contrastare le avanguardie musulmane. Potenziatosi nel tempo, in epoca feudale artigiani, contadini, muratori e armaioli,  offrivono i loro beni e servizi ai nobiluomini d’ogni parte. Ogni volta che Exilles, al centro di contese, veniva distrutto altrettante volte risorgeva al pari di una Araba Fenice. Per i luoghi, per la natura, per l’industriosità della gente, armate francesi, spagnole, austriache e piemontesi financo,  si contesero a lungo il possesso di queste terre attraverso sanguinose battaglie. Dal profano al sacro: l’antica locale chiesa di S. Pietro Apostolo, risalente al XI secolo, a tutt’oggi racchiude un portale gotico considerato unico al mondo. E che dire del tabernacolo dal quale nel 1453 fu rubata l’Ostia Miracolosa. L’avvenimento commosse l’intero mondo cristiano e per ricordarlo in Torino venne edificata la Basilica del Corpus Domini. La cappella medioevale di san Rocco del XVII secolo con le sue antichissime sculture sulle pietre dei muri perimetrali merita una visita. E poi la ben conservata fontana in pietra “du pin” di tipica fattura del delfinato.

Con ogni probabilità, in quell’autunno del 1681 di cui si è detto all’inizio, il drappello di uomini che scortava il prigioniero passò tra le case del borgo prima che la struttura a tenaglia della fortezza si chiudesse inesorabilmente alle loro spalle.

La Maschera di Ferro

Il forte sotto la neve

Ma chi era la Maschera di Ferro? Forse il fratello gemello di Luigi XIV? Oppure l’ex sovrintendente alle finanze francesi Foucquet, fatto credere morto nella cittadella di Pinerolo?

Non si sa e probabilmente non si saprà mai con certezza assoluta. E ciò nonostante gli sudi, i convegni e gli scritti. Nessuno è riuscito a dare una precisa identità all’uomo dal viso coperto che per sette lunghi anni, trattato con un certo riguardo, fu costretto a misurare a passi lunghi e lenti la sua prigione. Attorno al prigioniero massima discrezione. Più che di ferro la maschera doveva essere di cuoio o velluto, in ogni caso era imperativo che la indossasse sempre o quasi a parte il rito della barba e la pulizia del viso.

Per anni alla sorte del nostro uomo fu legata quella del suo carceriere Benigno di Saint Mars, al punto che quando questi nel 1687 venne nominato governatore dell’isola di Santa Margherita l’uomo mascherato lo seguì.

Le ultime notizie dello sventurato si hanno da alcuni secondini della Bastiglia i quali nel 1717 raccontarono al filosofo Voltaire, anch’egli prigioniero, di essere stati incaricati in passato di sorvegliare il misterioso individuo. Ciò è coerente con quanto ci racconta un documento: “Oggi, lunedì 19 novembre 1703, questo prigioniero sempre mascherato di velluto nero, che tenevamo nelle carceri e che ci venne condotto dal governatore de Saint Mars provenendo dall’isola di santa Marghaerita, uscendo alla messa è stato colto da improvviso malore ed è morto. Non era malato. Ieri il nostro confessore M. Giraut l’aveva  confessato ma non era riuscito dargli in tempo i sacramenti”.

Queste note ci dicono come negli ultimi tempi della sua prigionia l’uomo usufruisse di un trattamento più umano di quanto non in precedenza e certamente molto più dei comuni prigionieri della parigina Bastiglia.

Prima della conclusione non può tacersi una precisazione che può aprire uno spiraglio nel velo del mistero. Infatti quando l’illuste prigioniero viaggiò verso Exilles, narrano le più attente cronache, non era solo nella  lettiga come detto più sopra, con lui vi era il domestico di Foucquet, certo La Rivier che dopo la morte del suo padrone avvenuta a Pinerolo nel 1690 non solo seguì la Maschera di ferro ma ne fu compagno di cella sino alla morte nel 1687. E se Foucquet non fosse deceduto a Pinerolo? Tutto si spiegherebbe con logica e verosimiglianza.

Ripensò mai ad Exilles la Maschera di Ferro? Alle più fredde sere d’inverno? Ai silenzi del paesaggio alpino rotto dai richiami dei lupi e dal rumore di brevi slavine? Ai brevi angoli del paesino che fu dei re alpini? Alla neve che imbiancava la spianata ed al vento che frustava la sua torre? Certo ricordò la partenza in lettiga, le scorte e la fatica dei viaggi nel progressivo riavvicinarsi alla terra da dove tanti anni prima, più giovane e meno stanco, era partito; gravato però della la sua condanna: una maschera di ferro.

Giuseppe Rinaldi

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