Dimissioni volontarie: 3 su 4 presentate da donne

Diritti & Lavoro

Quasi 38mila lavoratrici hanno lasciato il posto per seguire la famiglia, contro 14mila neopapà. La Cgil: il Governo si muova. Il ministro: lo sta già facend

Nel 2019 sono state 37.611 le lavoratrici madri che hanno presentato le loro dimissioni volontarie. Lo rileva l’Ispettorato nazionale del lavoro nella relazione annuale sul tema. I lavoratori padri che hanno, invece, lasciato il posto di lavoro di loro spontanea volontà sono stati 13.947. Numeri che, probabilmente, dicono poco, ma che visti in un altro modo fanno capire la sproporzione tra uomini e donne: i primi rappresentano il 27%, le lavoratrici il 73%. Praticamente, tre dimissioni su quattro sono state presentate dalle mamme.

Tra le motivazioni rilevate dall’Ispettorato del lavoro che hanno portato alle dimissioni volontarie, spicca proprio la difficoltà dichiarata di conciliare l’occupazione lavorativa con le esigenze di cura della prole, registrata in oltre 20mila casi, cioè nel 35% del totale. Difficoltà espressa per:

  • l’assenza di parenti di supporto;
  • gli elevati costi di assistenza al neonato;
  • il mancato accoglimento al nido.

Le restanti motivazioni hanno invece riguardato:

  • un cambiamento di sede;
  • la distanza dal luogo di lavoro;
  • l’orario;
  • la modifica delle mansioni svolte.

Tocca sempre alle donne rinunciare alla carriera per prendersi cura degli impegni familiari? Ne è convinta la Cgil: «Il dato dell’Ispettorato del lavoro sul boom di dimissioni volontarie di neomamme – si legge in una nota del sindacato – è l’ennesima allarmante conferma della difficoltà di essere madri e lavoratrici e di quanto siano necessarie forme positive di flessibilità del lavoro. Chiediamo un incontro al Governo: l’occupazione femminile deve essere al centro dell’agenda per la ripartenza del Paese», prosegue il comunicato.

Secondo la confederazione sindacale, oltre alla difficoltà di bilanciare occupazione e maternità, non solo in termini di giornate di congedo, «emerge in modo evidente il cronico disinvestimento nella scuola per l’infanzia da zero a sei anni. Un servizio non sufficiente, con costi spesso troppo alti, e addirittura assente in alcune parti del Paese. La politica dei bonus – continuano i responsabili della Cgil – non riduce questo divario: occorrono forti investimenti strutturali».

La risposta del ministro del Lavoro non si fa attendere: «È mia intenzione – fa sapere Nunzia Catalfo – avviare una seria azione di contrastato al part-time involontario, che penalizza principalmente le donne e, come stabilito dal programma di Governo, introdurre, nel più breve tempo possibile e coinvolgendo il Parlamento, una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni. Per le madri-lavoratrici, i primi tre anni di vita di un bambino rappresentano il periodo in cui occorre un maggiore sostegno. Un primo passo avanti – ricorda il ministro – lo abbiamo già fatto con il Family Act nel quale, fra le altre cose, oltre all’assegno unico e al potenziamento dei congedi parentali è prevista una quota di riserva della dotazione del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese per l’avvio delle nuove imprese start up femminili e l’accompagnamento per i primi due anni».