” Donne liberate, per chi?”

Cultura & Società

Sono ben educate, gentili nei modi.

Partecipano alle manifestazioni in difesa della donna e raccolgono sottoscrizioni per iniziative che sostengano le madri bisognose o contro lo sfruttamento delle ragazze nigeriane obbligate a prostituirsi lungo le strade delle nostre città.

Studiano, si laureano, lavorano: stanno al passo coi tempi loro! Hanno potere contrattuale e spesso si impegnano al livello sindacale per difenderlo.

Grazie alla loro tenacia sono salite di un gradino sulla scala che porta all’emancipazione, alla dignità, alla non appartenenza a qualcuno che pensi, agisca e viva al posto loro.

Sono convinte di essere donne dalla parte delle donne ed, in una certa misura lo sono: negli anni settanta hanno respirato e portato nel cuore la libertà, combattuto per essa e vinto.

 Non c’è dubbio alcuno: le cose sono andate così, o in gran parte cosi.

Infatti queste donne si sono liberate dai ceppi che le imprigionavano, ma hanno incatenato altri, anzi altre, forse proprio quelle altre che tanto le hanno ammirate e difese per il coraggio o il talento e che, spaesate, si trovano ora a non capire ed a domandarsi cosa fare. In effetti è senz’altro straniante il contrasto tra i modi amabili e la gentilezza che alcune false donne liberate ostentano e la rigida gerarchia che impongono al mondo intorno a sé, a cui negano di avere diritti se non quelli da esse stesse concessi, lentamente, faticosamente e nella misura che solo loro possono stabilire, una misura, ca va sans dire, sempre di molto inferiore a quella che riconoscono a sé. Per le malcapitate è come se fossero state imprigionate e,dopo molti giorni, fossero state concesse loro solo poche gocce d’acqua.

È questo un modo evidentemente ancestrale di regolare i rapporti con le altre donne, fatto di punizioni e rarissimi elogi, di doveri e di privazioni inflitte. Ma è poi così divertente tenere al guinzaglio qualcuno da portare a spasso solo per fargli fare la pipì? Cosa si aspettano queste false eroine liberate dalle proprie vittime? Senz’altro il mantenimento dello status quo, che peraltro appare loro molto soddisfacente.

C’è da domandarsi anche se, chi subisce, non riesca ad immaginarsi un modello di interazione alternativo a quello loro imposto, un modello che sembra uscito dalle spoglie case dei contadini dei primi del novecento e che può essere efficacemente sintetizzato con queste parole :”Una  donna non ha il valore di un uomo, è una mezza persona ed in quanto tale, non può che essere usata”.

Sono molto di più di quante pensiamo le donne che la pensano così e, benché il fenomeno si mostri nella sua evidenza e sia dunque facile da descrivere, non lo è altrettanto indagarne le ragioni profonde che, solo con una certa aleatorietà` sono ascrivibili all’educazione ricevuta.

Personalmente infatti, non escludo che vi sia una componente caratteriale soggettiva in talune dinamiche, ma in quale misura sia essa determinante o lo sia invece la paideia è questione impossibile da stabilire con una qualche precisione.

La sola cosa certa è che si tratti di un modello iniquo e che è un dovere per tutte, ma anche per tutti coloro che vi si imbattono, lavorare “in direzione ostinata e contraria”.

Una concezione tanto gerarchizzata dei ruoli e dei compiti è figlia di una cultura non destinata ad esseri umani, ma a coloro che considerano gli altri e sé stessi mezze persone, che ricorda le disumanizzanti guerre tra poveri o i ruoli assegnati ai kapò nei campi di concentramento.

È un modello che non conosce infatti solidarietà, a difesa del quale si potrà sostenere che la vita e le sue leggi siano cosa aspra ed ingiusta, che, per poterla, saperla vivere la vita sia necessaria la durezza, la disciplina e che solo questa possa portare ad ottenere dei risultati, “a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno” ed anzi, a raggiungere la posizione in cui, a schiacciare gli altri sia proprio tu.

Questa modalità delle donne di trattare altre donne ha una sua componente centrale ed insostituibile nella negazione del piacere delle altre ed, in ultima analisi, nel negare loro di essere.

Forse qualcuna di voi starà pensando ad una propria conoscenza, magari qualcuna avrà in mente proprio sua madre; dev’essere infatti difficile per una madre accettare un’altra femminilità oltre la propria all’interno del nucleo familiare, il che non significa che non provi affetto per sua figlia, ma solo che, in certe fasi, sarà difficile mostrarglielo, perché mescolato alla necessità di non sentirsi minacciata.

È possibile poi, che tutto questo soffocare sia spacciato per educazione: “Cosa penseranno  le altre se mia figlia è una poco di buono?”.

Ed è proprio a questo punto che l’aguzzina rivela di credere di essere una mezza persona e che, tutte le altre, siano mezze persone come lei, una consapevolezza non dissimile appunto, da quella dei kapo`.

Mi si dirà che queste sono cose che appartengono al passato, che dagli anni settanta le donne hanno spezzato le proprie catene e che mai si potrà tornare allo status quo ante.

In effetti una qualche liberazione in occidente il sessantotto l’ha portata, anche se era soprattutto il frutto di un’economia che non conosceva crisi e che poteva sognare e cercare di realizzare quei sogni. L’attuale congiuntura economica è di segno opposto e la crisi mette in discussione i diritti prima acquisiti e che, sbagliando, si ritenevano acquisiti una volta per tutte. Che cosa c’entra la condizione della donna con la crisi? In tempi difficili la lotta per la sopravvivenza diventa feroce ed impone una gerarchia verticale di tutti i rapporti ed un arretramento verso sistemi ancestrali di organizzazione delle relazioni umane, in cui prevalgono le ragioni della forza.

Se ciò dovesse verificarsi, tutte le modalità relazionali subirebbero un regresso, un imbarbarimento che le condurrebbe ad organizzarsi secondo la nota piramide che, al gradino più basso ha sempre posto gli schiavi ed appunto, le donne.

Rosamaria Fumarola