Senso della nazione e senso dello Stato

Politica regionale, nazionale e internazionale

Trattasi ovviamente di annosa questione, quella dell’identità nazionale, che riemerge regolarmente in occasione dei momenti di più acuta crisi che, di volta in volta, vengono attraversati dal nostro Paese. Se però non diradiamo alcune nebbie dalla nostra mente e ripuliamo i concetti che usiamo e soprattutto abusiamo, continueremo ad alimentare un dibattito del tutto vacuo e sterile. Non solo: un dibattito che rimarrà facile preda della polemica politica e della strumentalizzazione partitica, che non da ora punta a che tutto cambi affinché tutto rimanga com’è. Nello specifico del tema dell’identità nazionale, tutto cambia se ci limitiamo a muoverci sul piano dei sentimenti. Quando parliamo di identità nazionale stiamo in realtà discutendo di sentimento nazionale. Questo è il primo punto fermo.
Ciò spiega anzitutto perché gli italiani non mostrano scarso patriottismo specialmente nei momenti di crisi, di messa in discussione od offesa da parte straniera della nostra identità di italiani. Ciò si lega anche alla nostra storia, travagliata da molti secoli di mancata indipendenza e asservimento allo straniero. In fondo il nostro imprinting come italiani ci viene dall’epopea risorgimentale. Purtroppo non si è più fatto abbastanza per consolidare quella memoria, farne una viva e vitale tradizione, una narrazione accomunante ed esaltante, trasmissibile di generazione in generazione. Per amara ironia della storia, le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia sono apparse piuttosto un elogio funebre, una sorta di commiato definitivo da quelle origini piuttosto che una riattivazione e riorganizzazione di una serie di politiche culturali miranti a riedificare e consolidare memorie, miti e riti, senza i quali, piaccia o non piaccia, non si cementa alcuna identità nazionale. Dopo il 2011 si è assistito alla rimozione del Risorgimento. Questo è il secondo punto fermo.
Senza una storia comune e condivisa delle proprie origini non c’è possibilità alcuna di un sentimento nazionale che sia forte e duraturo. Peraltro negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un drastico indebolimento della memoria risorgimentale, confermato dall’esaurimento delle cattedre di storia del Risorgimento e dalla sostanziale cessazione del suo insegnamento in qualsiasi ateneo della penisola, isole comprese. Il dato non è secondario, eppure è passato senza sollevare levate di scudi o almeno qualche polemica e un minimo confronto pubblico. Una tradizione di studi, e con essa una memoria storica, è stata messa in soffitta una volta per sempre, o almeno così pare. Cercano di ovviarvi associazioni culturali volontarie su base locale e regionale di cultori della storia risorgimentale, ma le loro risorse e le loro possibilità d’impatto educativo e formativo sulle nuove generazioni sono ridotte al lumicino. A fronte di questi sforzi, che rischiano di esaurirsi per mancanza di apporto di nuove energie rappresentate dai laureati in storia risorgimentale, sono proliferate le associazioni, i circoli e le pubblicazioni che contestano l’unità politica italiana e, ad esempio, rivalutano il regno borbonico, dipingendolo con i tratti della vittima innocente di soprusi e abusive colonizzazioni piemontesi. Si tratta di fenomeno culturale pre-esistente che il successo elettorale leghista ha senz’altro contribuito a far crescere nel corso degli anni Novanta. Tutto ciò non ha fatto altro che riattizzare tensioni e polemiche rivendicative tra il nord e il sud della penisola. Al di là delle retoriche ricorrenti, anzi proprio in un rapporto di proporzionalità inversa con queste, i legami profondi tra le due parti del territorio nazionale si sono allentati in questi ultimi trent’anni di storia unitaria. Sottotraccia siamo più disuniti che in passato, soprattutto tra settentrionali e meridionali. Questo è il terzo punto fermo.
Non ingannino le manifestazioni emotive, che si riallacciano appunto alla nazione intesa come sentimento. Se ci fermiamo su questo piano, il più forte e duraturo tra i sentimenti è l’odio e non l’amore, compreso quello patrio, specialmente se quell’odio viene costantemente alimentato dalla polemica politica con cui i partiti si nutrono. L’Italia è una nazione fondata sulla divisione tra fazioni, e purtroppo dobbiamo riscontrare una maggiore disunione in alto, ai vertici politico-istituzionali, tra le classi governanti, che non in basso, alla base della popolazione. Quest’ultima potrebbe ancora trovare elementi di identificazione e condivisione, abbiamo però partiti e loro seguito intellettuale che operano quotidianamente per alimentare divisioni e conflittualità reciprocamente delegittimanti. Un martellamento massmediatico, ma spesso anche storiografico, teso a suscitare fazioni e indicare il nemico interno. In Italia ci si legittima prevalentemente screditando l’avversario, derubricato a nemico oggettivo, dicendosi il suo opposto e non accreditandosi sulla base del proprio contributo fornito al consolidamento e migliore funzionamento della macchina statale. Una repubblica dei partiti è il sistema politico che abbiamo sperimentato fino a metà anni Novanta, e repubblica di scheletri partitici è ciò sotto cui viviamo da un quarto di secolo a questa parte. Con questi ultimi ormai sgonfiati e scarnificati, in certi casi letteralmente scomparsi, sono rimaste etichette, denominazioni sempre più omologate, con le quali provare a mascherare le reti di potere, consorterie e clientele createsi precedentemente, ai tempi della repubblica dei partiti. Il reticolo burocratico-corporativo-clientelare, frastagliato e talora conflittuale al proprio interno, ma solo nei momenti di spartizione di alcune quote di gestione di risorse pubbliche, è apparso un po’ più nudo, ma il bipolarismo di facciata gli ha consentito per circa un ventennio di continuare a prosperare nell’ombra. Questo è il quarto punto fermo.
L’emersione di questo reticolo, un po’ meno occulto rispetto ai tempi della cosiddetta prima repubblica, conferma infine il dato fondamentale che dovrebbe stare alla base di ogni riflessione sul tema dell’identità nazionale. Non capiremo mai nulla del tema fino a quando non metteremo in relazione la nazione allo Stato. Solo quando quest’ultimo è solido può darsi una certa identità. Come già detto, il sentimento, ogni sentimento, è labile, comunque maggiormente incline, per definizione, a lasciarsi condizionare dall’ambiente esterno, dal mutare improvviso degli eventi, dalla pressione degli opinion makers, persuasori più o meno occulti, presenti oggi quanto e più di ieri. Solo e soltanto un apparato statale solido, efficientemente ed efficacemente presente ovunque, in modo tendenzialmente uniforme su tutto il territorio nazionale, può fornire identità ai propri cittadini. Se, a prescindere dalla regione in cui abito, ricevo come cittadino i medesimi beni e servizi pubblici, nonché mi vedo applicati – e riscontro adempiuti – i medesimi obblighi giuridici, solo e soltanto allora io cittadino trovo davvero l’identico in cui e con cui identificarmi. Ed è qui che si svela tutta la nostra difficoltà in quanto italiani: un deficit di Stato, ancor prima e ancor più che di nazione. Eppure si è soliti concentrare il dibattito sul mancato o scarso spirito nazionale, e la confusione ingenerata non aiuta a puntare il dito sulla piaga, sempre più dolente, forse ormai purulenta. Di qui la crisi di rappresentanza sempre più grave che attanaglia il sistema politico-istituzionale italiano. L’assenza di Stato è registrata in un numero crescente di aree del territorio nazionale, anno dopo anno. A quest’assenza si unisce una cattiva presenza sotto forma di tassazione esorbitante, soprattutto per alcune categorie produttive, e in generale sotto forma di schiacciante peso burocratico, che tutto ingarbuglia e tutto rallenta. Il mix rischia di essere esplosivo nel lungo periodo, soprattutto qualora venisse meno la possibilità, ora più che mai sollecitata ed auspicata, di continuare ad erogare sussidi e assistenza statale. Senza più assistenzialismo, verrebbe meno l’ultima residuale funzione che attesta la presenza di uno Stato italiano. Funzione importante ma non cruciale, tanto meno incentivante.
Questo è il quinto punto fermo. L’ultimo e il decisivo. Quel che in Italia è carente in modo cronico è il senso dello Stato e non della nazione. Tra i due sentimenti, il secondo è a buon mercato, mentre il primo è più difficile, richiede tempo, risposte concrete e persistenza nelle perfomances di una macchina di diritti e doveri, di servizi e obblighi, che sempre meno funziona in modo coerente, costante ed uniforme su tutto il territorio nazionale. Se lo stato della nazione italiana non è così inferiore a quello di altre nazioni europee, lo stato dello Stato nazionale è invece gravemente malandato e richiede urgente intervento risanante.

[articolo apparso su «Oikos. Centro studi sul Noi politico», diretto da Spartaco Pupo, che ringrazio].