Conte e l’ombra di un possibile avviso di garanzia

Diritti & Lavoro

Il premier domani in Procura a Bergamo sulla mancata zona rossa in Val Seriana. Non si esclude che possa essere indagato per epidemia colposa.

Piove da giorni sulla Lombardia e in questa atmosfera cupa e grigia il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si prepara a varcare la soglia della Procura della Repubblica di Bergamo per riferire sulla mancata zona rossa in Val Seriana nel pieno dell’emergenza coronavirus. Il premier si dice sereno, ma in cuor suo sa che potrebbe entrare in Procura da testimone e uscirne da indagato, con in mano un avviso di garanzia per un reato che farebbe tremare qualsiasi persona, figuriamoci un premier: epidemia colposa. Roba da non dormirci a lungo, oltre che da consegnare immediatamente le dimissioni, almeno finché la vicenda non si chiarisce.

Quale sarebbe la colpa di Conte? Quella di non avere attuato nella zona tra Alzano Lombardo e Nembro, nella valle bergamasca più castigata dall’epidemia, un provvedimento come quello adottato a Codogno o a Vo’ Euganeo: una zona rossa che avrebbe paralizzato l’attività nell’intera area e che avrebbe blindato il territorio con il presidio degli agenti di Polizia o dell’esercito. Come nel Lodigiano, come in Veneto.

Il primo caso ufficiale di coronavirus in Italia, quello del «paziente 1 di Codogno» venne alla luce il 21 febbraio. Solo quattro giorni dopo, il 25, cominciano a essere i primi segnali preoccupanti in Val Seriana. Una settimana dopo il caso del Lodigiano, il numero dei contagiati nella zona aveva superato il centinaio. Quattro giorni dopo erano più di 370. Un’escalation da far paura, ma di fronte alla quale si prese (anzi, si perse) tempo: il Governo (delle cui decisioni risponde Conte in prima persona, ovviamente) decise non di istituire la zona rossa attorno ad Alzano e a Nembro ma una zona arancione in tutta la Lombardia. Il che ebbe due conseguenze: la prima, la gente continuò a lavorare e, quindi, a contagiarsi. La seconda: senza la zona rossa, non ci fu alcun presidio da parte delle forze dell’ordine o dall’esercito. Si dice che alcuni militari fossero già in loco, in attesa dell’ordine per essere operativi, ma che poi siano stati dirottati nel Lodigiano a dare il cambio a chi già presidiava Codogno e dintorni.

Il guaio, per Conte, è che prima di lui in Procura ci sono stati il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, e l’assessore al Welfare Giulio Gallera a dare la loro versione dei fatti. E che al termine del colloquio, il pubblico ministero di Bergamo abbia definito la mancata istituzione della zona rossa in Val Seriana «una decisione governativa». Cioè, responsabilità del presidente del Consiglio. Il quale, successivamente, ha ricordato che la zona rossa poteva essere istituita, in base alla legge, anche dalla Regione. Ma questo non risolve il pasticcio: semmai, rende palese quanto sia a volte squallido il gioco della politica, quando gli attori principali perdono tempo a puntarsi il dito contro e a dirsi reciprocamente «è colpa tua» ma nessuno di loro dà delle risposte certe ed esaurienti ai cittadini che hanno visto i loro cari morire, venire caricati sui camion dell’esercito, essere portati via in una processione che ha ammutolito il mondo intero.

Conte è sereno, dunque. «E non per arroganza», ha tenuto a precisare ai giornalisti. «Sono certo che il Governo e gli esperti che ci hanno aiutato abbiano fatto tutto quello che era umanamente possibile. Perché non c’era un manuale da seguire nella gestione della crisi, ma decisioni da prendere giorno per giorno». Decisioni che ora possono costare al presidente del Consiglio un avviso di garanzia, con tutto ciò che comporterebbe anche da un punto di vista politico.