Confini, muri o ponti? Riflessioni sull’ultimo libro di massimo recalcati

Arte, Cultura & Società

Di Michele Illiceto

E’ appena uscito in questi giorni l’ultimo libro dello psicanalista Massimo Recalcati dal titolo: La tentazione del Muro. Lezioni brevi per un lessico civile (Feltrinelli, 2020). Uno dei temi centrali trattati è quello del confine, da non intendere solo in senso geografico o geopolitico, ma anche simbolico, metaforico, in un’accezione che mi piace definire “relazionale”.

Ognuno di noi ha i suoi confini: personali, familiari, territoriali. La mia prima linea di confine, come amava sostenere il filosofo Sartre, tanto caro allo stesso Recalcati, è ad es. il mio corpo, poi la casa dove abito, il mio perimetro familiare, la mia città, fino ad arrivare ai confini regionali nazionali, continentali. La questione è come gestire il nostro rapporto con il confine. Tutto dipende da qui: l’idea sia di me sia che dell’altro, e, di conseguenza, anche dello straniero e della possibilità di trattarlo come ospite o come nemico.

Questo libro pare adatto al momento storico che stiamo vivendo, visto che questa pandemia, con la pratica del distanziamento sociale, ha rimescolato le carte anche per ciò che riguarda il modo con cui definire i confini e le relazioni, i contatti, gli accessi e gli scambi. Infatti, ora che tutti ci vediamo solo attraverso delle mascherine che ci occultano, nascondendo i nostri volti, sembriamo tanti stranieri alla ricerca di un poco di familiarità e di amicalità. Ecco la domanda che possiamo cogliere da questo testo: “Come gestire i confini personali, sociali, geografici e politici?”

Utilizzando i concetti della psicanalisi lacaniana, Recalcati parte dal presupposto che noi viviamo due forme di desideri: da un lato avvertiamo la pulsione dettata dal bisogno di appartenenza e dall’altro sentiamo la necessità di varcare i confini, di viaggiare liberi in una sorta di nomadismo permanente. Noi abbiamo due pulsioni: quella dell’appartenenza per essere accolti e riconosciuti, per ricevere protezione e per avere una nostra identità, e quella dell’erranza, per sperimentare la nostra libertà. Ogni giorno siamo chiamati a gestire i nostri confini per rispondere all’appello che ci viene dal stessa vita che è quello di costruire la nostra identità in rapporto alle tante forme di alterità.

E il confine non è altro che questa linea dove io finisco e tu cominci, o forse, come ho scritto anni fa in un mio libro, dove tu finisci e io comincio. O forse, come ancor meglio penso si debba dire, dove io e te cominciamo insieme. Perché dove sono io possa essere tu, e viceversa. E i confini anche se ci distinguono, non ci separano. Non ci dividono, ma ci fanno incontrare. Tocca a noi usarli in modo che i due codici dell’appartenenza e dell’erranza non vadano mai separati.

E proprio del confine, sostiene Recalcati, si possono avere due interpretazioni. Da psicanalista, il primo lo definisce di tipo schizofrenico, l’altro di tipo paranoico. Entrambi sono forme patologiche con cui ci si approccia al problema del confine. Patologie che nascono come individuali, ma che poi hanno grandi effetti sociali. Ecco la questione: il confine è un luogo sia individuale che sociale. E la linea di demarcazione tra l’individuale e il sociale.

La prima patologia, quella schizofrenica, dice lo psicanalista milanese, è propria di chi dissolve il confine, scegliendo l’indistinzione,  la confusione, il caos, l’indifferenziazione. Il secondo, è proprio di chi il confine lo irrigidisce e lo ingigantisce, fino a trasformarlo in muro, roccaforte, bastione. Il primo dissolve la categoria dell’identità, il secondo quella della differenza. Il primo assolutizza la libertà, il secondo la teme e quindi la rimuove, solo perché non riesce a gestirla.  E a proposito di quest’ultima, citando il famoso testo di F. Kafka, Der Bau (La Tana), Recalcati scrive che “La casa senza porte che si aprono non è più una casa, ma una fortezza.

L’uomo saggio ed equilibrato evita queste due patologie, riuscendo a coniugare queste due esperienze insieme: l’appartenenza e l’erranza, il radicamento e il viaggio, l’identità e la differenza, la libertà e l’esperienza del limite. Il sé e l’altro come si intitola un bel libro del grande filosofo francese P. Ricoeur.

Perché, se da un lato un’erranza senza appartenenza assume la forma dello sradicamento e dello spaesamento, propria di una libertà senza limiti e senza legge, dall’altro, l’appartenenza senza l’erranza prende la forma della identità securitaria che si irrigidisce, e paranoicamente comincia a vedere nemici dappertutto, temendo la libertà dell’altro come una minaccia.

E’ a questo punto che si pone la questione dell’altro visto come straniero o peggio ancora come ostile. “Lo straniero –  scrive Recalcati –  non è solo chi abita oltre la frontiera”. Riprendendo Freud, possiamo dire che lo straniero è quella parte di noi che non riusciamo a governare, e che la psicanalisi identifica con l’inconscio.  Prima che fuori, lo straniero è dentro di noi. Siamo noi stessi. E lo straniero ce lo ricorda. Per questo ci fa paura.

Ma “straniero” non vuol dire per forza di cose “ostile”. E’ la pulsione securitaria a trasformare lo straniero in qualcosa di minaccioso e di terrificane. Ma, fa notare Recalcati, così facendo, la pulsione securitaria –  per la quale l’uomo è portato a difendersi e proteggersi, a immunizzarsi – scardina la definizione che diede Aristotele come “zoon politikon, cioè come “essere sociale”. Cioè essere comunitario.

La sfida, allora, sta tutta nel riuscire a coniugare la propria identità con le mille forme alterità vivendo appieno il senso del nostro essere sociale quale fondamento di un vero lessico civile. Si tratta di vigilare affinchè si superi “la tentazione a trasformare il confine in muro”. Perchè “il muro –  continua il nostro – non è solo l’esito di un analfabetismo politico o di una barbarie, ma una vera e propria passione dell’umano, una sua tentazione fondamentale”.

Quindi non si tratta tanto di esorcizzare la pulsione securitaria, ma vigilare affinchè non degeneri  in una patologia dell’identità, che, invece, esorcizzando la nostra dimensione sociale, finirebbe con il  portarci a trasformare il confine in muro. E il muro è una tentazione per segregare ed espellere il diverso, lo straniero, l’altro che ci ricorda la nostra alterità rimossa. “E’ stata la patologia securitaria –  continua Recalcati – ad animare la stagione storica dei totalitarismi nel Novecento e che ancora continua ad animare ogni forma di fondamentalismo ideologico”. La patologia secutìritaria vive quello che lo psicanalista lacaniano chiama il “delirio di contaminazione.

In definitiva, non esistono muri ma solo confini. Ma questi –  ed è questa l’ida di fondo del libro –  non ci autorizzano a erigere steccati. Forse, in questo tempo di pandemia i muri non aiutano. Come diceva il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello, piuttosto che muri dovremmo cominciare a erigere ponti. I confini non sono luoghi dove far scoppiare le guerre, ma dove far scoppiare la pace.

In definitiva per Recalcati “Affinché la vita resti viva è necessario misurarsi con la difficoltà, talvolta drammatica, del processo di inclusione e di integrazione. Se il confine cessa di essere un luogo di transito irrigidendosi in muraglia, la vita muore, manca di ossigeno, il cuore cessa di battere. Se la difesa immunitaria è troppo rigida, il trapianto di cuore fallisce e la vita muore. Perché vi sia vita è necessario mantenere il confine poroso senza trasformarlo in muro. Bisogna ospitare il cuore di un altro per continuare a vivere”.