Celebrare la Pentecoste al tempo della pandemia. I sette doni dello Spirito (parte seconda)

Diritti & Lavoro

Di Michele Illiceto

Dopo la Sapienza, la Pietà e la Fortezza, restano da vedere gli altri quattro doni dello Spirito Santo.

Il quarto dono è la Scienza. Di solito a questo termine ci approcciamo con un mentalità positivista che ci proviene dalla tradizione dell’illuminismo e dall’ultimo neopositivismo. In tale senso, la scienza è quella conoscenza che, utilizzando il metodo sperimentale galileiano, fa un  uso razionale delle cose basato sull’esperienza e su ciò che è verificabile. La Scienza come dono dello Spirito, intesa in senso biblico, al contrario, indica una conoscenza non solo intellettuale, astratta, ma esperienziale. La Scienza, come dono dello Spirito, è un‘esperienza e non un esperimento. Una comprensione, direbbe il filosofo Gadamer, e non tanto una spiegazione. Essa riguarda il vissuto e non il dato. Le verità di senso e non le verità di ragione o di fatto. Riguarda l’esperienza globale della nostra persona, che coinvolge anche il corpo e il cuore, e non solo la parte intellettuale e razionale.

Io posso fare esperienza di una cosa, capirla senza però riuscire a spiegarla. Nel mondo spirituale conoscere una cosa è essere intimi con essa. Nella conoscenza spirituale non c’è separazione tra chi conosce e chi è conosciuto, ma c’è una profonda compenetrazione, una reciproca comunione. una tacita corrispondenza. Si diventa talmente intimi che si riesce a cogliere il segreto di ciò di cui si ha scienza senza però poterlo dire a parole. La scienza spirituale deborda il linguaggio e sposa la logica del silenzio, dell’afasia. La conoscenza come dono dello Spirito non è finalizzata a possedere e a dominare, ma a contemplare e a “stare”. E’ una conoscenza affettiva, che non è riducibile alla pura sfera emotiva. E’ una conoscenza che ti fa entrare in relazione. Ti rende custode del mistero senza violarlo o catturarlo.

In definitiva, la scienza come dono dello Spirito è la conoscenza che viene dall’amore, perché è generata dalla passione, perché, come diceva Kierkegaard, “è la fede la passione suprema”. Quando ami, conosci meglio ciò che ami. E l’amore non lo si riesce a dire, e neanche a capire. Già Platone nel Simposio scriveva che “amare è tentare di dire a parole ciò per cui non si hanno le parole per dirlo”.

La conoscenza razionale è raccolta di dati logici e fattuali, la conoscenza spirituale coglie il senso ultimo delle cose che prima o poi porta a Dio. La vera scienza è conoscere Dio come Dio conosce noi. E’ conoscere Dio ed è conoscersi in Dio. Lo dice l’apostolo Paolo  quando scrive che “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” (1 Cor 2,10-11). E a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito.

Il quinto dono è la Pietà. Questo dono non rientra nell’elenco che il profeta Isaia fa al cap. 11. E’ stato aggiunto dalla tradizione ecclesiastica a partire dai Padri della Chiesa, che bene hanno fatto a inserirlo. Non va confusa con la commiserazione o con il pietismo. La pietà è la tenerezza che nasce dall’amore per Dio in risposta al suo amore per noi. Essa rende l’uomo “pio”, cioè devoto nel modo giusto, evitando devozionismi e bigottismi. Infatti, pietà in greco significa cautela, rispetto, precauzione, coscienziosità. Indica l’attenzione con cui il credente vive la propria relazione con Dio e da cui scaturisce un atteggiamento di adorazione libera e interiore.

Pietà è il modo con il quale il credente si prende cura di Dio, per stare e camminare davanti a Lui in modo degno, evitando qualsiasi forma di ipocrisia. E’ stare davanti a Lui con riconoscimento e gratitudine, con un grande affetto filiale che genera abbandono e fiducia. Significa maturare il desiderio di piacere a Dio e a nessun altro. Questo affetto per Dio porta all’amore e all’affetto verso gli altri che di Lui sono immagine. Ecco perché la pietà che rende pio il credente è la stessa che poi lo rende attento verso le esigenze del fratello. Il salmo 112, a riguardo, dice: “Beato l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia (…) Egli dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre, la sua potenza s’innalza nella gloria”. Ecco allora i frutti di chi vive il dono spirituale della pietà. Questo significa che per il credente non vi è figliolanza senza fraternità e, viceversa, non vi può essere vera fraternità senza la consapevolezza della filialità verso Dio. La pietà è più che semplice filantropia, essa è il dono che porta alla carità.

Il sesto dono è l’Intelletto. Anche se pare legato al dono e alla facoltà naturale dell’intelligenza adibita alla conoscenza, l’intelletto dell’uomo guidato dallo Spirito santo è capace di intuire le verità soprannaturali rivelate e seminate nelle verità naturali. Chi riceve questo dono spirituale, intuisce il senso nascosto di tutte le cose. Si rende conto che esse sono come ordinate al fine soprannaturale che è la bellezza per la quale sono state fatte. Intelletto viene dal latino sia intus-ligare (vedere i nessi e i legami profondi tra le cose e gli eventi), ma anche da intus-legere (leggere nelle profondità delle cose). L’intelletto li contiene ambedue. L’intelletto ci permette di andare in profondità alle cose per trovare il bene che in esse si nasconde. L’intelletto spirituale ci rende ottimisti e intuitivi, ci stimola a cercare il bene anche laddove esso è celato da forme negative. Dall’intelletto nasce l’intendimento di ciò che è retto e giusto, evitando l’oscurità propria della cecità sia della ragione che del cuore. L’intelletto è l’antidoto al non-senso dilagante. Trova la radice delle cose che salva le cose stesse dalla loro banalità e inutilità.

Infine vi è il Timore di Dio, che tra i sette doni è il più difficile da spiegare e da capire, perché è il più frainteso, in quanto spesso è stato identificato a stretto giro con la paura. Anche se ha a che fare con la paura, non coincide con essa. Il timore è una forma di paura, però di una paura sana, vera, autentica. Il timore è una paura vera, cioè una paura che ha una sua verità. Una paura è vera quando ci avvisa del pericolo che può portarci alla morte, sia fisica che spirituale. La paura è un sintomo positivo se ci fa incontrare il nostro limite e ce lo fa rispettare, facendoci evitare quello che i greci chiavano la Hybris, la tracotanza e ci dà il senso della misura. Non avere paura a volte può essere pericoloso tanto quanto avere una paura sbagliata.

Ecco, il timore di Dio ci aiuta ad avere paura nel modo giusto. A distinguere vari livelli di paura per capire come dobbiamo muoverci da un livello ad un altro. Il timore di Dio è una paura “grande”, “nobile” che ci eleva, Trasforma il limite da qualcosa che ci può ostacolare o fare disperare, in fiduciosa consegna e apertura. Una paura che ci fa toccare quale è la vera posta in gioco delle nostre scelte, che possono oscillano tra il vivere o come se Dio ci fosse o come se non ci fosse. Non è la paura che ci fa temere per le cose mondane, o per l’esperienza legata al nostro ego, che spesso è fonte di un’ansia che ci rende schiavi. Non è la paura cieca che ci paralizza.

Al contrario, il timore di Dio è la paura di chi capisce che non si può vivere senza Dio e che Dio gli possa mancare. E allora teme di non poterlo trovare, e, se lo trova, teme di perderlo. Temendo di restare senza Dio, gli dà il giusto valore, cominciando ad aver rispetto e amore per Lui. E così, il timore trasformando la paura, ci salva dal paura. Trasforma la paura in amore. E dal timore nasce la fede che è abbandono, ma anche impegno e lotta, non per carriera o per potere, ma solo per timore e amore di Dio.

In ogni tempo storico il credente affronta le situazioni difficili della vita grazie a questi doni dello Spirito. Che questa Pentecoste rinnovi l’effusione di tali doni sì che i credenti possano essere in questo tempo di pandemia sale della terra, luce del mondo e lievito per far fermentare la pasta di questa nostra umanità ferita, ma allo stesso tempo desiderosa di rinascere e di ricominciare.