Celebrare la pentecoste al tempo della pandemia. I sette doni dello spirito (parte prima)

Cultura & Società

I sette doni dello spirito (parte prima)

Di Michele Illiceto

La Pentecoste per i cristiani è la festa in cui si celebra la discesa dello Spirito Santo e rappresenta il compimento della Pasqua. Secondo la tradizione, risalente a un brano del profeta Isaia, sono sette i domi dello Spirito, i quali non sono tanto di natura religiosa, ma di natura spirituale con una forte valenza antropologica ed esistenziale e una profonda connotazione sociale.

Sono degli abiti interiori che ci aiutano a fare le scelte giuste e a contribuire a migliorare la vita sia personale che sociale, politica ed economica. E in questo tempo di pandemia tali doni possono essere una specie di corredo spirituale con il quale i credenti possono dare una mano a ripartire e a ricominciare, senza alcuna pretesa di avere la verità in tasca, ma dialogando e cercando insieme a tutti gli altri. Vediamo i primi tre doni.

Il primo dono è quello della Sapienza, non tanto quella dovuta al solo lume della ragione, ma la sapienza che viene dal cuore, perché la ragione, come diceva il grande filosofo Pascal, anche se può fare molto, da sola non basta. Non è neanche un semplice stato intellettuale, ma una condizione che si estende anche a dinamiche di natura esistenziale, proprie di chi, come ha scritto in un suo bel libro il filosofo ateo S. Natoli, “sa stare al mondo nel modo giusto”. Di chi cioè riesce a saper stare dovunque si trovi, adottando flessibilità e comprensione, perché non si fa dominare dalle situazioni perdendo il controllo di sé, ma, al contrario, mostrandosi distaccato ed equilibrato ed evitando gli eccessi, perchè sa qual è il giusto valore da dare alle cose, a se stesso e agli altri.

Chi riceve il dono della sapienza che proviene dallo Spirito riesce ad avere un ottimo rapporto con se stesso, senza né sopravvalutarsi né sottostimarsi, perché non sente la necessità di attaccarsi al proprio io, in quanto si conosce come è conosciuto da Dio. E ciò gli basta. In ciò si sazia. La sapienza è la pace del cuore, ed è per questo che coincide con la semplicità e con la povertà di spirito proclamata dal Vangelo. A questo punto, da intellettuale la sapienza si eleva ad un livello  che è  squisitamente spirituale, che ti fa fare l’esperienza del bene, del bello e del vero unitamente. La vera sapienza ti porta a Dio inteso come la Ragione (il Logos) di tutte le cose, senza arroganza, senza pretesa, senza avere la voglia di catturarlo o di usarlo, ma con umiltà e con semplicità. La sapienza è sapersi amato da un Amore che dà senso a tutto, diventando la condizione per cominciare ad amare chiunque incontri sulla tua strada. Ecco, la sapienza che proviene dall’alto è quella che ispira buone prassi, che vanno dalla giustizia e arrivano alla carità.

Poi c’è il secondo dono che è quello della Fortezza. Essa, in questo tempo di sfiducia e di scoraggiamento, riveste un significato storico particolare. Ti fa resistere al male ricevuto, per continuare a fare il bene mentre non sei creduto. E’ la fortezza del perdono e della comprensione che non si identifica con la giustificazione. E’ la fortezza dell’attesa che ti permette di vivere la difficile arte della semina e della pazienza, specie quando il seme dorme e il frutto tarda a venire, e nessuno più ci crede, mentre tu continui ad aspettare ciò che a suo tempo dovrà maturare. Oggi la chiamiamo “resilienza”, ma prima si chiamava “fortezza”. Insomma la fortezza dello Spirito è di chi ha conosciuto la bellezza del bene, per il quale vale la pena anche di lasciarsi ferire piuttosto che inveire. Non è la forza di chi vuole vincere o prevaricare a tutti i costi, o avere ragione, ma di chi sa perdere, di chi riesce a starti accanto anche nei momenti bui della vita. Perchè il bene non è imposizione, ma solo una profonda provocazione. La fortezza come dono spirituale è la forza delle mitezza che ti induce non tanto a prendere ma a donare. Irrobustisce l’anima perché pratichi la virtù. Rappresenta una sorta di eroismo spirituale, che non è individualismo perché è ispirata dalla gratitudine. Invincibile fiducia di superare le difficoltà. L’ambito di questo dono è dato dalle situazioni che ci mettono alla prova. Non è frutto del ragionamento, ma un impulso dettato dallo Spirito.

Come ci sono istinti carnali così ci sono anche istinti spirituali. E’ un’attitudine soprannaturale a resistere. E’ la base del coraggio che non ci fa perdere d’animo. L’eroismo può avere una matrice narcisistica, facendoci compiere dei gesti solo per un momento, e solo per me. L’eroismo dello Spirito non è così, esso è distaccato, perché non è fare qualcosa per sé, ma per gli altri. Grazie alla fortezza non ci facciamo scoraggiare dal corso degli eventi. Essa non va confusa con la testardaggine, ma indica la tenacia che ci fa andare fino in fondo agli impegni presi. La fortezza nasce dall’amore che si esprime nei termini di fedeltà. L’uomo forte è colui che non si lascia smontare dalla vita, non si lascia fare a pezzi.

Poi c’è il dono del Consiglio. Nessuno può trovare da solo la verità. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci apra gli occhi, la mente e il cuore. Che ci conduca nelle stanze chiuse del nostro mondo interiore. Questo dono ci aiuta a scendere in profondità dentro di noi e dentro le persone, anche dentro gli eventi, dentro la storia e dentro le cose. Un dono che ci aiuta a scoprire il progetto d’amore che Dio ha su di noi e la strada giusta per realizzarlo. E’ la saggezza che ci sostiene nel momento delle decisioni e delle scelte. Questo dono agisce in noi in due modi: ci fa diventare consiglieri per gli altri, in particolare rendendoci capaci di trasmettere le nostre esperienze di fede, ma ci fa anche riconoscere bisognosi di consigli nelle quotidiane scelte che la vita ci mette davanti, ovviamente attraverso la preghiera che è il pensiero del cuore.

Insomma è il dono delle buone scelte, per non scegliere a caso. E’ il dono che ci dice che Dio non banalizza la libertà ma la valorizza. Le lascia spazio. Mi fa evitare la superficialità e la fretta. Mi insegna a dare peso ai momenti della vita. E non solo nelle grandi circostanze, ma in ogni attimo della mia quotidianità. Grazie al dono del Consiglio il credente è portato a giudicare rettamene le cose nelle varie situazioni. E’ il dono che permette di fare discernimento. E’ un dono che ci viene in aiuto nella condizione del dubbio, soprattutto quando dobbiamo scegliere, per superare il rischio di fare una scelta sbagliata per potere fare invece una scelta buona. Il Consiglio ci aiuta a fare le scelte giuste in vista del bene soprannaturale e non solo per un fine immediato.

Che cosa sono, infatti, più importanti: i mezzi o il fine? La via o la meta? Se la meta, come diceva già il grande filosofo Aristotele, è la felicità, ebbene per il credente tale felicità coincide con la piena comunione con Dio, che include la piena comunione con sé e con gli altri. Allora, il dono del Consiglio ci aiuta a scegliere la meta giusta, a non sbagliare direzione. A non disorientarci,  a saper navigare senza però naufragare.

Ecco, allora, i primi tre doni della Pentecoste che in questo tempo di pandemia ci possono aiutare a ripartire e a ricominciare, per saper stare al mondo in modo consapevole e critico, con responsabilità e buon senso, con gli occhi rivolti alle vere necessità di tutti, per fare scelte giuste sia a livello personale che comunitario. Sapienza per capire. Consiglio per non sbagliare e Fortezza e Coraggio per decidere e lottare (continua…).