Reddito per tutti, lavoro per nessuno. Buona fase2

Cronaca

Come vuoi far ripartire questo paese se ci sono 749 opere ferme nonostante «circa 155 miliardi sono già a bilancio», e M5s e Pd fin qui hanno pensato solo ad abolire la prescrizione?

Cantiere chiuso

L’epopea della fase 2 / 3

C’è una foto molto bella che circola sulle chat e che ritrae tre giovanotti in vena di lavori estivi. Due dei ragazzi (uno dei quali parrebbe parecchio in sovrappeso) sono in piedi (tenendola ben schiacciata a terra) su una scala stesa su un cornicione: insieme fanno da contrappeso al terzo, che in piedi all’estremità della scala esposta paurosamente nel vuoto, sta montando un condizionatore. «Tutti e tre sono senza mascherina!», strilla la didascalia. «Sono pazzi!».

Spirito burlone retaggio della quarantena, direte. È così. Non c’è mai stata in giro così tanta ironia – absit iniuria verbis – come nei quasi tre mesi nei quali i social hanno cessato di esistere quali catene di sant’Antonio dell’odio e dei sapientoni. E hanno invece preso il verso dell’intrattenimento dilettevole. Versione postmoderna abbreviata delle novelle decameronesche con cui il Boccaccio immaginò l’intrattenimento nella campagna toscana della lieta brigata di fuggiaschi la peste a Firenze (e in Europa) nell’anno 1348.

A proposito di intrattenimento. Viene in mente la ricorrente notizia dell’Italia bloccata dalla burocrazia. E i begli stilemi da commedia dell’arte che mettono in pagina i grandi giornali di sistema. Vuoi con una ricca vignetta di Giannelli. Vuoi con i lautamente pagati dossier della Gabanelli. Vuoi con un Gramellini d’antan. Oppure con dati molto puntuali come da lettura sulla Stampa l’altro ieri. La mitologica burocrazia che non si riesce a schiodare da questo paese nonostante tutte le commedie e denunce dell’arte in proposito, attiene in questo caso al tema delle Grandi Opere.

Lapidatemi se è la prima o se anche fosse la centesima volta che sentite questa storia delle Grandi Opere bloccate a causa di una non meglio specificata generalessa Burocrazia. Ecco, la Stampa che come tutti gli altri grandi giornali è andata subito al nocciolo della questione dei 6,3 miliardi di favore che gli Agnelli stanno facendo allo Stato chiedendogli quei soldi giusto per mantenere aperte per i prossimi tre anni le fabbriche Fiat in Italia, ha steso un bellissimo servizio per ricordare per la centesima e una volta che le Grandi Opere sono ferme. Che i soldi ci sono, sono stati messi a bilancio, ma le Grandi Opere sono ferme. E naturalmente, più stanno ferme, le Grandi Opere, più sono grandi i numeri dei tenutari di reddito di cittadinanza, di cassa integrazione e perfino il numero dei disoccupati.

Dunque, nella centesima e una volta che in Italia ci raccontiamo che le Grandi Opere sono ferme, scopriamo che in cima alla lista ci sono le opere che il governo Conte (versione gialloverde) ha classificato come «commissariabili» in virtù del decreto Sblocca cantieri dell’anno passato. Poi succede che arriva il governo Conte 2 (versione giallorossa) e non si sblocca più un tubo. Come mai? Misteri della scie luminose o realtà della decrescita felice? No. È che nei sei mesi prima del Covid i giallorossi si sono concentrati a studiare come abolire la prescrizione giudiziaria, come aumentare le pene giudiziarie, come favorire le intercettazioni giudiziarie e via di amenità giudiziarie.

Morale, alla fine di un dettagliatissimo elenco di Grandi Opere (elenco in parte fornito dall’Associazione nazionale costruttori e in parte dal Cresme, centro studi del settore edilizia), la Stampa scopre che:

1) di ben 615 lotti di opere definite strategiche o prioritarie sparse in tutta Italia e del valore di 273 miliardi, ne sono stati completati solo l’11 per cento.

2) Le opere totalmente bloccate sono 749 per un controvalore di 62 miliardi: 473 al Nord (33,5 miliardi), 115 al Centro (11,1 miliardi) e 161 nel Mezzogiorno (17,2 miliardi).

«Tenere tutto fermo, sostiene l’ associazione nazionale dei costruttori, significa rinunciare ad un potenziale economico enorme, stimato in 962 mila nuovi posti di lavoro ed in ben 217 miliardi di ricadute sull’economia.

A rallentare questi interventi non è tanto un problema di soldi, segnala il Cresme, perché circa 155 miliardi di euro (71 per cento) sono già disponibili a bilancio, quanto un problema di burocrazia, tra procedure, autorizzazioni e permessi».

Insomma, come si diceva sopra, non pare una grossa novità il fatto che in Italia non si riesca a lavorare anche quando «circa 155 miliardi sono disponibili a bilancio». Pensate a cosa può succedere se e quando l’Europa ci darà i 100 miliardi. Oltre ai 6,3 miliardi agli Agnelli, cosa ci faremo se l’assetto di questo paese resta l’attuale e a comandare ci saranno ancora questi fenomeni del “reddito universale, lavoro per nessuno”?

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Post scriptum. Ci è stato riferito da una fonte molto vicina a piattaforma Rousseau che il deputato cinquestelle che l’altro ieri è salito con gli scarponi sui morti lombardi per dare addosso «alla sanità di Formigoni che ha tagliato 25 mila posti negli ospedali pubblici» (ditegli che dà i numeri e che per altro Roberto Formigoni è fuorigioco da una decina di anni) si è confuso. Voleva bensì svolgere una interpellanza urgente sulla disgrazia che occorse nella villa in Sardegna di Beppe Grillo l’estate scorsa, domandare a che punto sono le indagini, regalare al suo padrone l’osso di una verità che non si è capito se veleggia, verso quale porto o mare aperto veleggia, e se il ministro della Giustizia – anch’egli figlio d’arte di Beppe Grillo – di tutto ciò sappia qualcosa.

Ripeto, il deputato che poi si confuse e salì in Lombardia con gli scarponi, voleva in realtà domandare solo la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità del procedere o del non procedere di un’accusa di stupro di gruppo. E comunque, per sapere tutto, ma proprio tutto, sul deputato toscano a cinque stelle e scarpe grosse, sono sufficienti le tre righe di profilo biografico pubblicate dal Corriere della Sera: «Regista teatrale eletto in Toscana. Da candidato sindaco a Massa promise: se vinco faccio venire la Finanza a controllare i conti del Comune». Uno che quando vince chiama la Finanza. Ammettiamolo, ci mancava.

Foto Ansa