Tra speranza, timori e realta’ oggettiva

Cultura & Società

E’ difficile fotografare serenamente e con il necessario distacco la situazione dell’Italia, ma ancor più degli italiani, nel momento di smarrimento e confusione che fa seguito al lungo e disperante lockdown.

Si riparte, finalmente, con la voglia di dimenticare la lunga notte dell’isolamento, dei droni, delle autocertificazioni, della paura alimentata, soprattutto, dal bombardamento incessante dei media, dal proliferare di virologi ed epidemiologi che rilasciavano, ed ancora rilasciano, dichiarazioni ed informazioni confuse, contrastanti e terrorizzanti.

Negli occhi di tutti è fissa l’immagine dei camion militari che trasportavano le bare con i corpi destinati agli inceneritori, un’immagine difficile da elaborare.

Le ferite sono ancora aperte, errori più o meno involontari hanno causata una strage nelle RSSA, gli anziani hanno pagato il prezzo più alto, con loro scompare la parte più sana del Paese.

Uomini e donne che avevano vissuto il periodo bellico ed erano riusciti a ricostruire con sacrificio, fermezza e determinazione una nuova Italia.

Possono essere i loro insegnamenti il volano che ci consentirà di risollevarci dalla crisi economica e psicologica in cui siamo piombati?

Gli italiani hanno dato prova grande maturità rispettando le norme eccezionali e stringenti che comprimevano libertà costituzionalmente garantite, si sono “stretti a coorte” ed hanno combattuto chi rischiando in prima persona, chi obbedendo, senza discutere, per salvaguardare se stesso e gli altri.

Da lunedì 18 maggio quasi tutte le attività hanno riaperto le serrande, attenendosi ai protocolli di sanificazione, contingentando gli ingressi, vigilando sulla clientela.

Le città hanno ripreso a vivere, ma è davvero così?

Molti negozi sono vuoti, la paura del virus, ma ancor più la paura di una miseria incombente, frena gli acquisti.

La grande protagonista di questa fase è l’incertezza, poco o nulla si è visto della millantata “potenza di fuoco”.

Su 300 mila domande di cassa integrazione in deroga solo una su cinque è stata pagata, un dato sconcertante che apre una finestra su scenari di miseria, disperazione, paura.

Sconfortante l’aumento del 114% nel numero di chi si rivolge ai Centri di ascolto e ai servizi delle Caritas Diocesane rispetto al periodo di pre-emergenza coronavirus.

Un dato angosciante che emerge dalle rilevazioni di 70 Caritas diocesane in tutta Italia, circa un terzo del totale.

Sconcertante l’allarme dell’Ufficio Studi Confcommercio che afferma “Sono 270 mila le imprese che rischiano di chiudere” e fotografa un quadro disperante.

I settori maggiormente colpiti sarebbero il commercio itinerante, l’abbigliamento, gli alberghi, i bar e i ristoranti e le imprese legate alle attività di intrattenimento e alla cura della persona.

Le perdite più consistenti si registrerebbero tra le professioni (-49 mila attività) e la ristorazione (-45 mila imprese), ma il segmento più colpito sarebbe quello delle micro imprese con 1 solo addetto o senza dipendenti per le quali, secondo le stime dell’ufficio statistico, una riduzione del 10% dei ricavi ne determinerebbe la definitiva cessazione.

In aumento anche i casi di suicidio, le violenze domestiche, le separazioni coniugali.

Fenomeni inevitabili, waterfall effect della  pandemia che ha rotto equilibri, talvolta, già labili.

Questa  è la realtà oggettiva con cui ci confrontiamo oggi.

Una realtà che lascia poco spazio alla speranza di una ripresa celere, ma che è necessario affrontare con il coraggio e la determinazione che da sempre caratterizzano gli italiani, capaci di cadere, rialzarsi e con le membra dolenti ricominciare a correre verso il futuro.

Nessuno garantisce che sarà facile, ma è doveroso verso le future generazioni

Sara Spagnoletti