“Come pipistrelli nella notte”, il nuovo romanzo di Eugenio Cardi

Cultura & Società

Eugenio Cardi

“Come pipistrelli nella notte” il nuovo romanzo dello scrittore romano Eugenio Cardi, è uno spaccato tanto amaro quanto realistico di questi due fenomeni. Un romanzo di denuncia sociale liberamente ispirato ad una storia vera di vita vissuta.

Kira, la protagonista del racconto, è una giovane donna della periferia romana cresciuta in fretta per via dei frequenti litigi dei genitori. Per non assistere a questi episodi di violenza usa rifugiarsi a casa della dirimpettaia Noemi. Kira ha solo 8 anni e Noemi è di sei anni più grande. Nell’appartamento la piccola è fatta oggetto di pesanti avances sessuali da parte della ragazza alla quali non riesce a ribellarsi.

In piena fase adolescenziale la protagonista comprende il suo orientamento omosessuale. Non sarà in grado di comunicarlo ai suoi genitori e questo la porterà a trascorrere le sue notti fuori casa. Il buio, l’oscurità diventeranno suoi amici proprio come lo sono per il pipistrello. Le difficoltà che cerca di cancellare tra le luci delle discoteche, l’alcol, la droga e la promiscuità sessuale non faranno altro che preannunciare la tragedia.

Il romanzo pubblicato da Santelli Editore e distribuito da Messaggerie Libri uscirà il prossimo 4 giugno in contemporanea in Italia e in Argentina.

Come pipistrelli nella notte. Versione spagnola

Eugenio Cardi ha scelto, in tutti i suoi romanzi, otto fino a questo momento, di affrontare temi forti, storie che ha avuto modo di raccontare vivendole in prima persona e occupandosi della comunicazione in ambito sociale come ad esempio carceri, minori in difficoltà, immigrazione.

Cardi sceglie di parlare di temi dolorosi, scrive Michela Marzano nella prefazione al romanzo. Temi che è importante che vengano affrontati letterariamente, prosegue Marzano, per dare voce a quella parte oscura che ognuno di noi, in fondo, si porta dentro.

Come pipistrelli nella notte. Nuovo romanzo di Eugenio Cardi

Breve frammento dal romanzo:

Andai al funerale ancora con la stampella, ma stavo molto meglio. Avevo indossato una pelliccia sintetica, di quelle ecologiche, sotto avevo un gilet e una t-shirt nera che mi aveva regalato poco tempo prima proprio Alessio e che riportava la scritta “Born to run”, dal famosissimo disco di Bruce Springsteen. A lui piaceva tanto quella citazione, mi diceva che un po’ lo rappresentava ed il pensiero che invece aveva definitivamente smesso di correre mi faceva allagare gli occhi di lacrime. Presi l’autobus. Il sole caldo ottobrino penetrava attraverso i finestroni, io guardavo fuori, e pensavo alla mia vita, a quella di Daniela, di Alessio, di Rachele, di Lavinia, di Noemi, di Claudia, perfino di Amedeo. Eravamo tutti disadattati, ognuno a modo suo, e noi, quelli ancora in vita, eravamo dei sopravvissuti. Eravamo vittime e carnefici, o carnefici e vittime, scambiandoci spesso i ruoli. Con Daniela e sua madre ci incontrammo sul sagrato della basilica e ci abbracciammo a lungo. Si respirava una gran pace, in quel luogo, tra le foglie degli alberi, e la tristezza scese su tutti noi, silenziosa come la morte. Finita la cerimonia, deposi una rosa rossa sulla bara ed abbracciai ancora Daniela, sfogando la mia tristezza in un pianto liberatorio. Ma non so per chi piangessi, in realtà; forse per Alessio, forse per me stessa, forse addirittura per tutti noi, vivi e morti. Non c’è mai stato un tempo delle fragole per noi, e forse non ci sarà mai.