L’insopportabile annunciata restrizione della libertà e condanna dell’economia

Economia & Finanza

di Luigi Benigno

Dopo circa tre mesi e mezzo dalla dichiarazione dello stato di pandemia da parte dell’Oms e dal successivo decreto legge con cui il governo, senza alcun fondamento scientifico in merito alla durata della stessa, ne fissava la durata in sei mesi.

Finora le scelte del governo, seppure in una prima fase emergenziale, hanno evidenziato le inefficienze del nostro Paese in merito alla incapacità di fronteggiare la pandemia dal punto di vista sanitario nonché delle conseguenze economiche, destinate ad accompagnarci per diversi anni.

Nonostante la task-force scientifica e quella strategica per la ripartenza, i saggi che compongono la prima non hanno inciso come probabilmente ci si aspettava, mentre quelli strategici non hanno finora partorito strategie degne di tale denominazione.

Unica misura per tutti, quella difensiva del distanziamento sociale. Ad oggi non si comprende perché non vengano eseguiti i tamponi a tutti né perché non siano imposti alla popolazione; ciò contribuirebbe a recuperare la libertà individuale e collettiva, nonché la libertà di iniziativa economica, entrambe garantite dalla costituzione.

Nel nostro Paese i numeri registrati dalla protezione civile denotano una regressione del coronavirus che avrebbe dovuto far dichiarare la cessazione dello stato di pandemia. Invece il governo preferisce attenersi alla dichiarazione dell’Oms che, ovviamente, ne dichiarerà la cessazione quando tutti i paesi del mondo registreranno un contenimento entro limiti di sicurezza. Ciò arrecherá maggiori danni al nostro Paese in quanto in Europa siamo stati i primi a registrare il contagio e la permanenza dello stato di pandemia fino a quando non cesserà in tutto il mondo arrecherá danni economici di gran lunga maggiore.

Le misure preannunciate per la fase due sembrano inadeguate per contemperare la riappropriazione delle libertà individuali e collettive con la ripresa economica.

Le scelte del governo, con i gravi ritardi della scansione sanitaria diffusa, genereranno una crisi economica di proporzioni immani; molte imprese hanno già annunciato di cessare l’attività perché non più economicamente sostenibile. Ciò significa perdita di posti di lavoro e perdita di ricchezza per il nostro Paese che registrerà un forte decremento del gettito fiscale. Secondo le previsioni di affidabili economisti il Pil subirà una contrazione del 9,7%, forse sottostimata.

Le condizioni imposte ridurranno giocoforza il fatturato di quelle aziende resilienti e quindi le entrate per l’erario.

I sussidi economici, finora annunciati e solo in parte erogati, presto non potranno più essere erogati e le disponibilità per il rilancio dell’economia dovranno derivare da prestiti che peseranno sul nostro debito pubblico allargando la forchetta del deficit che si stima possa superare la soglia del 150% del Pil.

Sarà stata equa la valutazione del rischio? Potevano forse essere applicate misure di contenimento differenziate in base alla diffusione del virus?

Un Paese privo di strategie e di piani di emergenza è un Paese vulnerabile, soprattutto quando il nostro outlook non godeva già di prospettive di crescita ottimali.

Come in tutte le crisi chi detiene il potere decisionale deve fare delle scelte coraggiose che, finora, sono apparse del tutto latitanti nel background del governo.