La politica italiana, la religione e le interferenze interne ed esterne

Diritti & Lavoro

Alcuni tra i temi di dominio pubblico meritano riflessioni non solo da parte dei principali attori politici. Sono questioni che destano interesse e preoccupazione nell’opinione pubblica. I cittadini cominciano ad essere preoccupati e pensano che la nostra classe politica, maggioranza e opposizione, non sia all’altezza della situazione e naviga, per così dire, a vista.

La trasparenza dell’attività politica è una prerogativa del sistema democratico. La mafia è un male giudicato inguaribile, perché ha esteso i suoi gangli in tutti i settori della società. La politica che dovrebbe combatterla cerca, invece, di farsela amica e alleata specialmente per il controllo dei bacini elettorali in certe Regioni d’Italia. Nel recente passato, infatti, il successo elettorale di un ben individuato partito ha conseguito in Sicilia un enorme e inspiegabile successo elettorale che ha suscitato dubbi e perplessità chiariti, poi, dalla magistratura chiamata a indagare su diversi delitti di mafia. Quindi, nessuna meraviglia circa la denuncia, peraltro tardiva, di Di Matteo.

E veniamo a noi.

Il caso Bonafede, Ministro della giustizia, e Di Matteo, magistrato molto stimato per il suo impegno nella lotta alla mafia, è l’argomento principe di questi giorni. Le opposizioni chiedono, a ragione, che si faccia luce, pretendendo che il Ministro si presenti in Parlamento per chiarire se vi sia stata interferenza della mafia, diretta o indiretta, nella nomina del capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria avvenuta nel giugno 2018. La questione è balzata all’attenzione dell’opinione pubblica durante la trasmissione televisiva “Non è l’Arena” (conduttore il giornalista Massimo Giletti) del 3 maggio scorso. L’occasione è stata la discussione sulle scarcerazioni di alcuni boss mafiosi ritenuti molto pericolosi. L’intervento telefonico del magistrato Di Matteo ha sollevato, come è facilmente intuibile, grande indignazione e gravi sospetti sull’operato del Ministro, che avrebbe operato le sue scelte condizionato da interferenze dirette o indirette della mafia.

Dunque, bene fanno i Salvini, i Meloni, i Berlusconi, o i loro parenti politici, a richiedere con forza che gli interessati facciano chiarezza. Specialmente il Ministro! Perché non vi sia il minimo sospetto che la politica nazionale sia gravemente condizionata dalla mafia.

Ciò detto, però, sarebbe altrettanto doveroso che le opposizioni chiarissero in Parlamento le loro posizioni in alcune vicende passate e presenti. Il sig. Salvini, ad esempio, non ha mai chiarito i suoi rapporti con gli Arata, padre e figlio, nominati consulenti rispettivamente dall’allora Ministro dell’Interno e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ricordo che, nel Governo giallo-verde, cioè quello composto dalla Lega e dai 5 Stelle, il ministro dell’interno era Salvini e Giorgetti era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il 12 giugno 2019 gli Arata, padre e figlio, sono stati arrestati perché sospettati di gravi reati (corruzione, autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni). Inoltre, gli Arata, padre e figlio, erano sospettati di essere soci occulti dell’imprenditore trapanese Vito Nicastri – anche lui finito in carcere con il figlio Manlio – che, secondo gli inquirenti, sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro. Vi pare poco?

Ma ci sono anche da chiarire i rapporti sia di Salvini sia della Meloni con l’alta finanza internazionale, che contribuisce abbondantemente alle campagne elettorali dei sovranisti europei e alla vergognosa campagna contro Papa Francesco, ritenuto pericoloso perché difende gli ultimi, come fanno le sinistre. Anche perché viene spontaneo il sospetto che la loro linea politica (di Salvini e della Meloni) sia dettata o condizionata da un sovranismo internazionale che mira a disfare l’Europa e a indebolire il papa Francesco che ha impresso una radicale svolta alla politica della Chiesa.  Ma questo è un altro discorso.

 

Socci, ovvero (parafrasando il Manzoni) il buon senso se uno non lo ha non può darselo. C’è una guerra di religione che, però, rimane sotterranea. Nessuno, politici o intellettuali, ha finora preso posizione contro l’alta finanza internazionale che, servendosi di suoi fidi rappresentanti in Europa e in Italia, organizza corsi per sovranisti anche avverso il nuovo corso inaugurato dal Somma Pontefice, Papa Francesco, reo di essersi schierato apertamente e con convinzione in favore degli ultimi. La questione non è di poco conto. I più importanti politici dell’opposizione, Salvini e Meloni, a quanto ci è dato sapere, sono i degni rappresentanti della finanza internazionale, partecipano ad alcuni loro simposi, predicano e si comportano come antieuropeisti e anti Papa Francesco.  A rafforzarli nelle loro idee ci sono studiosi e giornalisti di destra, non della destra liberale, ma di quella più retriva che vuole un governo degli eletti al di sotto dei quali i cittadini sono da considerare schiavi.

Antonio Socci, scrittore e giornalista, ha qualche giorno fa espresso sul Papa un giudizio che io ritengo blasfemo e contro il buon senso comune. Egli, Antonio Socci, in un articolo pubblicato su “Libero”, quotidiano notoriamente vicino a Salvini e Meloni, ha accusato Bergoglio di interferire nell’attività politica nazionale dichiarando: “Il fanatismo politico di Bergoglio applicherebbe a Conte ciò che il Vangelo dice di Gesù? Non posso crederlo. Saremmo oltre l’interferenza, ci troveremmo di fronte al governo Conte-Bergoglio-Casalino. Assurdo”.

Ma cosa ha detto il Papa? Riferendosi ai molti che mirano a far cadere il Governo ha affermato che nei momenti di crisi bisogna essere molto fermi e perseveranti nella convinzione di fede, non è il momento di fare cambiamenti. Affermazione di buon senso avallata dal detto: “Quando vai a cavallo e devi attraversare un fiume, per favore, non cambiare cavallo in mezzo al fiume”. Una posizione di buon senso che non è affatto un posizionamento politico, ma la manifestazione di un timore fondato che la caduta del Governo in questo momento di grave crisi sanitaria ed economica, sarebbe un fatto dalle imprevedibili conseguenze. E a pagarne il prezzo sarebbero i più deboli, gli operai e tutti quelli che Egli definisce gli ultimi.

 Non basta. Il Nostro, nello svolgimento di una lezione nella scuola di giornalismo Rai, della quale è direttore, avrebbe dato del traditore al Papa. Un giudizio non solo irriguardoso e offensivo. Un giudizio blasfemo che offende il mondo cattolico. A questo punto è lecito domandarsi se il cd docente si sia comportato onestamente o se non abbia travalicato i limiti della decenza. Tanto più che la sua lezione si è svolta in un corso per giornalisti organizzato dalla Rai la cui immagine è stata, a mio avviso, imbrattata da affermazioni infondate e irresponsabili.

D’altra parte, il Papa, nell’esercizio del suo apostolato, non fa altro che affermare l’insegnamento del Vangelo, secondo il quale la ricchezza – smisurata – di cui dispongono alcune classi privilegiate, non può essere fine a se stessa. Anzi, spesso la ricchezza può sfociare nell’avarizia, il male peggiore dell’umanità. Non è scritto, forse, che fare del successo finanziario una priorità è un’offesa a Dio? Non ha detto Gesù: “E’ più facile a un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio”?

Il Papa, quale capo del Cattolicesimo, ritiene tutti gli esseri umani figli dello stesso Padre, per cui è suo dovere difendere i più poveri, immigrati compresi, dallo sfruttamento da parte di coloro che sono più fortunati. Ma questo richiede una sensibilità della quale il sig. Socci non è dotato.