Il partito che veramente conta in Italia

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Il pensiero libero di Luigi Mazzella

Devo ripetermi nella premessa che cita Pier Paolo Pasolini. In un articolo di stampa poi inserito (insieme ad altri brevi saggi) negli “Scritti corsari” lo scrittore sosteneva che se si ha la capacità di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace di coordinare fatti anche lontani, di rimettere insieme i pezzi disorganizzati e frammentati di un intero coerente quadro politico  che ristabilisce la logica dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero; se si ha, in altre parole, la pazienza di  scovare e  cogliere il nesso che necessariamente c’è tra  eventi diversi, si può intuire la verità. E concludeva: io so, perché fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere (di intellettuale e di scrittore) ma non ho prove. Non ho nemmeno indizi.

La magistrale lezione di Pasolini non è seguita per niente dai giornalisti odierni, soprattutto italiani. 

La maggioranza degli articoli dei sedicenti politologi, osservatori e notisti politici richiede tanta fatica per la lettura perché è sostanzialmente noiosa, totalmente acritica e, molto spesso, banale: racconta i fatti senza neppure tentare di capirne le motivazioni e le connessioni.

Sulla situazione italiana odierna, lo scrittore friulano, con buona verosimiglianza, avrebbe detto: In Italia è così. Non so altrove, ma in Italia io so che è così: sullo Stivale, la vera politica, quella che determina i cambiamenti negli schieramenti, i sovvertimenti delle alleanze, la composizione e la caduta dei governi,  le fortune e le sfortune (definitive o solo temporanee) dei leader politici (reali, come Bettino Craxi, o solo apparenti, come Giuseppe Conte), la fa un partito senza nome, senza sigle, senza acronimi, privo di simboli o di bandiere,  trasversale, sotterraneo con presenze occulte in logge e ambulacri curiali, composto da consiglieri segreti, untuosi e ossequiosi come lacchè (dal francese: laquais)in livrea, individui d’animo basso e servile, che fanno talvolta altri mestieri (guadagnando, spesso, fior di quattrini) ma di cui è nota la costante, ripetitiva, verificabile disponibilità  a essere costantemente (o a mettersi alla bisogna)  agli ordini dei potenti di turno,    variamente collocati in centri di consulenza politico-economica di portata mondiale (Commissione Trilaterale, Gruppo Bilderderg di cui è una sorta di “gentile madrina” Lilli Gruber) finanziaria (Goldman Sachs, JPMorgan)o in istituzioni pubbliche, interne o internazionali (Aspen Institute).

È vero che avrebbe aggiunto di non avere le prove, ma forse qualche indizio lo avrebbe potuto indicare.

Per ciò che riguarda, ad esempio, il futuro quanto mai incerto e precario del governo Conte nella fase della “ricostruzione”, non sarebbero sfuggite alla sua attenzione: 

  1. a) alcune riunioni di ben note “volpi” della politica, non finite (ancora?), per dirla con Andreotti, in “pellicceria” anche in insospettabili sedi; 
  2. b) le notizie fatte trapelare sulla presenza di nomi di rilievo in un futuro governo di salute pubblica; 
  3. c) la presa di distanza dal centro destra di Forza Italia che ha autorevoli presenze in luoghi vicini al mondo finanziario e bancario; 
  4. d) il tentativo disperato di Matteo Renzi di farsi re-ingaggiare nella squadra dei fedeli di Wall Street, della City e di Bruxelles dopo la palla “cortissima” della sua sciagurata esperienza di governante e di “costituzionalista” (senza mestiere), con il discorso di Giuda da “ultima Cena”, pronunciato ieri al Senato della Repubblica. 

Ecco. Ciò che anche Pasolini avrebbe fatto fatica a capire è se Conte si sia reso (anche se non perfettamente) conto di essere arrivato al capolinea o se speri ancora in una app per restare al governo studiata e preparata dalla Vodafone; la cui vendita sul mercato sarebbe, però, ancora più difficile di quella per salvarci dai contagiati, a pandemia finita.

Ciò che lo scrittore avrebbe certamente intuito è l’inadeguatezza della sedicente “Destra” economica italiana, nella sua versione ben lontana da quella statunitense e britannica, a comprendere che con i Santi, i Cristi, i Rosari e le Madonne o con l’esumazione di miti patriottici e nazionalistici di un passato defunto e dimenticato per sempre non si combattono le manovre sotterranee né delle banche “giudaico-cristiane” né dei “partiti senza nome”, assistiti dagli occulti lacchè di turno.