La chiesa al tempo del coronavirus

Cultura & Società

di Michele Illiceto

Ha fatto molto discutere il comunicato con cui la Cei ha mostrato il proprio dissenso nei confronti dell’ultimo Decreto del governo avente come oggetto la fase 2 della ripartenza e delle varie riaperture a partire dal 4 maggio. Tale posizione ha diviso lo stesso mondo dei credenti. Infatti, ci sono stati teologi e biblisti che hanno criticato il testo dei vescovi italiani e altri, a dire il vero pochi, che lo hanno invece difeso.

Non è questo il luogo per avviare una discussione teologica che entri nel merito delle questioni liturgiche e celebrative, per fare una analisi giuridica circa il rapporto tra Stato e Chiesa in ordine alla libertà di culto. C’è qualcuno che ha parlato di sovranismo da parte dello Stato mentre altri hanno parlato di ingerenza ecclesiastica da parre del porporato cattolico.

Da cattolico, personalmente penso che forse era meglio scegliere la via del silenzio e continuare a dare la bella testimonianza data fino ad ora di credenti che si sottopongono alla prova di questo difficile momento. Meglio condividere le restrizioni con tutti gli altri che avere il privilegio di essere risparmiati e favoriti, rischiando di riaccendere nuovi focolai.

Le chiese sono aperte e il culto e le preghiere personali non sono proibite. Non penso sia stata lesa la libertà di culto. La privazione delle celebrazioni comunitarie certo mi fa soffrire però mi mette accanto a chi viene privato di tante altre cose molto più necessarie. Non è tanto una questione di contenuto, quanto di stile. E per un credente lo stile è esso stesso un contenuto.

In una intervista rilasciata a la Repubblica, qualche giorno fa, il vescovo di Pinerolo, Derio  Olivero, 59 anni, – colpito lui stesso da coronavirus, tanto che, gravissimo, è stato intubato e tracheostomizzato, rischiando di morire –  così si è espresso: “Ai vescovi suggerisco prudenza. Non sapete fino in fondo cosa sia questa malattia. Non è finita ancora, non forzate la mano“.

E mentre mi attardavo in questi pensieri, ecco che per caso, tra le mie tante letture fatte in questo tempo di quarantena, mi sono imbattuto in un passo di don Tonino Bello, sul quale sto lavorando per un libro che è prossimo ad uscire. A dire il vero questo testo mi è stato segnalato dal nostro vescovo Padre Franco Moscone, in uno dei tanti scambi di opinioni che in questi giorni ci siamo fatti a riguardo. Scriveva il vescovo salentino:

«Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, e, per il resto, debole. Ma non per tattica, bensì per programma, per scelta, per convinzione. Non una Chiesa arrogante, che ricompatta la gente, che vuole rivincite, che attende il turno per le sue rivalse temporali, che fa ostentazioni muscolari col cipiglio dei culturisti. Ma una Chiesa disarmata, che si fa “compagna” del mondo. Che mangia il pane amaro del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Non chiede aree per la sua visibilità compatta e minacciosa, così come avviene per i tifosi di calcio quando vanno in trasferta, a cui la città ospitante riserva un ampio settore dello stadio. Una Chiesa che, pur cosciente di essere il sale della terra, non pretende una grande saliera per le sue concentrazioni o per l’esibizione delle sue raffinatezze. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il vangelo».

Questo testo scomodo e profetico, il vescovo di Molfetta lo ha scritto circa quarant’anni fa, eppure sembra scritto per questo nostro tempo di pandemia. L’ho voluto riproporre a tutti per essere aiutati a capire e a fare un buon discernimento, non per giudicare o per condannare qualcuno, ma per valutare e fare la scelta giusta. Per tornare a dialogare e insieme ad affrontare questo periodo difficile ma anche foriero di nuove spinte e nuove possibilità.

Per fortuna l’altra mattina ci ha pensato il Papa a far rientrare le incomprensioni e a smorzare i toni, quando durante l’omelia della messa a S. Marta di ha affermato le seguenti parole: “In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni”.

Il richiamo di Papa Francesco non si è fatto aspettare. Infatti, subito gli ha fatto eco ieri il portavoce della CEI, Don Ivan Maffeis, il quale ha dichiarato che “il Papa ci invita alla prudenza, guai a compromettere la salute delle persone” e che pertanto “non vi deve essere nessuna contrapposizione con le autorità sanitarie. Non osservare le norme con fughe in avanti, osserva il portavoce della Cei, significherebbe calpestare le fatiche e le sofferenze del Paese”.

Ancora un volta don Tonino aveva visto bene. E io non avevo alcun dubbio!