Eredi di demoni e dei. Con Edgar Morin l’attualità è una sconfitta 

Cultura & Società

Pierfranco Bruni

In un tempo di macerie e rovine cosa potrà salvarci? Il mito, la tradizione o l’attualismo? Nulla. Nulla se non riusciremo ad essere uomini tra il credere e il pensare. Nella attuale tempesta siamo distanti da una “azione” che diventa pensiero e mistero. Un percorso che Edgar Morin, soprattutto nei suoi ultimi testi, ha proposto. Una filosofia nella antropologia. Infatti!
Ci sono due componenti fondamentali nella ricerca e nella forma epistemologica di Edgar Morin: la comunità e il destino che diventano comunità di destino. Due punti di riferimento che costituiscono un punto centrale in una dimensione in cui il destino diventa comunità.
Un fatto epistemologico in Edgar Morin, filosofo antropologo che si  è occupato anche di sociologia e si è impegnato politicamente avendo dato un grande rilievo al concetto forte di sviluppo filosofico. Da qui nasce la sua filosofia, il suo confrontarsi con il colloquio del linguaggio e quindi con il rappresentare il senso dell’estetica all’interno di un processo che è anche etnologico. Questo elemento filosofico  si serve, in Edgar Morin, di due aspetti portanti che sono dati dalla filosofia in sé, come storia della filosofia, e dalla filosofia come pensiero. Ecco perché questo sviluppo del pensiero è prettamente filosofico all’interno di una visione in cui la teoria dei sistemi diventa anche la teoria dell’estetica. È qui che ritorna il dialogare tra la concezione di politica e quella di civiltà.
La riforma del pensiero di Edgar Morin si basa su questi due epicentri, su queste due strutture mentali: la politica e la civiltà. Un concetto che confluisce poi in quello di “politica della civiltà”. Il pensiero diventa la complessità del pensare. Un pensare che si confronta con i saperi altri, diversi, tra cui la tecnica e la scienza. Ma la filosofia si confronta necessariamente con ciò che abbiamo sempre visto come punto centrale, ossia scienza e umanesimo.
È qui che in fondo Edgar Morin trova la sua dimensione. Una dimensione in cui il confronto con le civiltà diventa fondamentale e, in modo particolare, il confronto con la civiltà occidentale. La politica della civiltà, espressa da Edgar Morin, diventa una vera e propria ricerca di senso e in questa ricerca di senso l’estetica assume un immaginario importante.
Edgar Morin scrive un libro nel ’56, tradotto in Italia nel ‘62 e poi nell’82, dal titolo “Il cinema o l’uomo immaginario. Saggio di antropologia sociologica” riproposto nel 2016. Una antropologia sociologica in cui questa visione diventa l’auto-critica della conoscenza e quindi della coscienza. Lo spirito del tempo deve necessariamente confrontarsi con la cultura di massa e qui Edgar Morin si sofferma in modo particolare sul rapporto tra l’industria culturale e la cultura di massa. Siamo negli anni ’70, anni in cui la sociologia inizia ad approdare all’interno della dimensione non solo epistemologica. Una dimensione in cui il senso del tempo ha la sua visione con lo spazio.
Lo spirito del tempo. Ecco il dato fondamentale di Edgar Morin. Questo spirito del tempo che diventa la politica dell’uomo in cui tutto il processo è un vero modello di indagine sulla metamorfosi del pensiero stesso che assume in sé la dimensione in cui la storia deve confrontarsi con il soggetto della storia, ovvero la storia deve riappropriarsi del concetto del tempo e il tempo, nello stesso istante, deve recuperare lo spazio della storia stessa.
Siamo in una vera e propria dimensione in cui il paradigma diventa fondamentale. Nel ‘74 pubblica il “Il paradigma perduto. Che cosa è la natura umana?”. Già in questo tema il paradigma perduto e la natura umana creano una dialettica a tutto tondo sulla metodologia e sui metodi che l’antropologia assume insieme alla sociologia all’interno del pensiero, all’interno della filosofia del pensiero, all’interno della vita della coscienza e della conoscenza di questo percorso.
In fondo, per Edgar Morin, la conoscenza della conoscenza porta alla consapevolezza della coscienza attraverso le idee che diventano il vero e  proprio abitato esistenziale, il vero e proprio abitare l’etica dell’esistenza.
In tutto questo, l’estetica ha sempre avuto un ruolo importante perché l’estetica è superare l’errore, è recuperare il senso della bellezza in un gioco di verità in cui viene superato l’errore, o meglio ci si confronta con l’errore per superarlo grazie a questa visione dell’estetica, una visione dell’estetica che deve avere rapporti con la sociologia del presente, con la sociologia, non solo delle società in evoluzione, ma anche della tradizione. In fondo il pensiero per Edgar Morin è la tradizione che si misura con il presente introducendo il pensiero nella complessità del pensare. Questo è un altro dato inquietante ma che diventa, anche qui, un paradigma vero e proprio, ed è il paradigma della coscienza della conoscenza, ovvero della conoscenza dell’essere coscienza.
La filosofia non è una organizzazione di suoni o di sogni. La filosofia è, secondo Edgar Morin, questa visione che entra all’interno del pensiero epistemologico e non poteva essere diversamente se non creare, attraverso questa logica dell’Occidente, una dimensione in cui il pensiero meridiano potesse essere in sé una vera e propria epistemologia dell’essere. Il pensiero mediterraneo è la mediterraneità del pensare.
Ancora una volta entriamo in questa dimensione. Edgar Morin scrive un libro dal titolo “Pensare il mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero”. È qui che si svolge il superamento stesso del paradigma che lo conduce al dialogare con la conoscenza vera e propria, perché ha bisogno di una politica della civilizzazione.
Ecco allora politica e civiltà, civilizzazione ed etica entrano in questo gioco planetario che è in fondo proprio un metodo, una pedagogia dell’educare per l’era planetaria. Questo apprendimento oggi è di grande attualità. L’attualità arriva proprio dal suo confrontarsi con l’universo e il mistero dell’uomo. Qui si apre un’altra prospettiva quando ci pone davanti alla complessità del viandante. Non è una metafora, siamo tutti viandanti. Il viandante deve vivere la complessità del tempo in un paradigma filosofico ma, nello stesso momento, in un superamento del presente della barbarie nel quale ci troviamo a vivere.
Credo che il discorso iniziale su “destino e comunità” ritorni costantemente in questo vivere la civiltà e la politica al di là della dimensione e della visione in cui era sceso il pensiero contemporaneo, il modello contemporaneo, la modernità della relatività del moderno stesso. Ritrovare il senso dell’umanità, ritrovare l’avvenire dell’umanità, ritrovare questa dimensione, che è la conversazione con se stesso, è una conversazione con la disciplina filosofica della proprio conoscenza e della propria coscienza.
Il cammino della speranza. Trovare nel cammino della speranza il dato concreto della necessità della metamorfosi del presente in una visione in cui l’idea è pensiero, ma le idee sono un pericolo perché le idee hanno come prospettiva l’autonomia dal pensiero, ovvero sono la perplessità di una libertà che può portare anche ad una vera e propria eresia.
Dove va il pensiero? Dove vanno le idee ? In questa etica e in questa identità umana Edgar Morin si incentra e incentra il suo pensare sull’estetica che assume una valenza significativa perché  l’estetica si confronta con il tempo, con la musica e la poesia dello spazio e, in questo misurarsi con queste dimensioni, si trova e si vive il senso dell’onirico sull’estetica.
Ecco il dato concreto e qui fa riferimento in modo particolare al concetto di bellezza. Noi non dobbiamo vivere la bellezza come fine ultimo, ma dobbiamo fare in modo che la bellezza non muoia mai perché la morte della bellezza porta a un buio nel bosco. C’è una dimensione zambraniana vera e propria in questa enigmaticità del mistero, enigmaticità de mistero che ci conduce anche a Victor Hugo quando affronta il tema della bellezza, il tema di una modernità assunta come filosofia frazionata. E qui entra in gioco anche un grande scrittore contemporaneo quale Milan Kundera in quella insostenibile leggerezza dell’essere, la leggerezza è insostenibile perché dobbiamo trovare il superamento, anche qui, dell’uomo senza qualità. Edgar Morin recupera la visione di Musil e la recupera attraverso non la filosofia non i filosofi ma attraverso la letteratura perché egli fa riferimento spesso a Thomas Mann, al destino dei personaggi di Mann, in modo particolare ai Buddenbrook, recupera il senso del mistero dell’uomo di Dostoevskij, la dimensione di Céline alla fine della notte o all’inizio dell’alba e recupera quelle memorie d’oltretomba di Chateaubriand.
Si nota come tutto questo pensare, questo pensiero cosmico, epistemologico di Edgar Morin alla fine giunge a confrontarsi con la letteratura. Con una letteratura che ha questi nomi, che ha questa figura della veggenza. In fondo, il visibile e l’invisibile che traccia soprattutto nei suoi ultimi libri, è quel visibile e quell’invisibile che Rimbaud chiama “veggenza”.
La sociologia non c’è più. L’antropologia ha la sua nicchia. La filosofia, la sociologia, l’antropologia. Resta il pensiero e la letteratura. Il pensiero della letteratura. Una letteratura come pensiero e solo attraverso questo modello, in cui la bellezza è giocata tra Dostoevskij e Victor Hugo, Edgar Morin prende come esempio la poesia e infatti dirà: “La poesia è adesione alla bellezza del mondo, della vita, dell’umano e allo stesso tempo resistenza alla crudeltà del mondo della vita dell’umano”.
Un grande esempio. Una grande testimonianza. Come è possibile che la nascita di un pensiero materialista in Edgar Morin, una forma epistemologica alla fine si possa trasformare in quella comprensione umana che è l’arte dell’estetica in cui la poeticizzazione della vita diventa metafisica della vita stessa.
È questo il risultato finale di Edgar Morin: l’adolescenza dell’arte e l’arte come adolescenza del pensiero. Siamo in pieno modello metafisico. E tutto questo, appunto, rende l’estetica del pensiero creatività della spiritualità stessa. Convinto che bisogna penetrare il sottosuolo, resto nella attesa dei demoni e degli dei che costituiscono l’intreccio tra il male e il bene. Siamo attraversatori di deserti e naufragi.  Per ciò che resta siamo in porto nelle isole delle costanti partenze nella distanza della solitudine.