Scuola e coronavirus, cosa possiamo fare per aiutare i nostri ragazzi?

Cultura & Società

La chiusura di scuole e università in tutta Italia è stata una tra le prime misure urgenti emanate al fine di contenere l’epidemia da COVID-19. Inizialmente, per il ritorno in aula, si era lasciata aperta la data del 15 marzo, poi c’è stata la proroga almeno al 3 aprile per giungere, infine, alla chiusura fino al termine dell’anno scolastico 2019/2020. Sin da subito, per questo anno scolastico, sono stati sospesi (poi annullati definitivamente) i viaggi di istruzione, i gemellaggi e le uscite didattiche. La riapertura delle scuole a settembre di cui si parla in questi giorni pare probabile ma, ovviamente, occorre verificare l’evoluzione del virus nei prossimi mesi. 

In un primo momento, per sopperire alla chiusura delle scuole, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha auspicato l’avvio della didattica a distanza in tutto il Paese, pur considerando che alcune scuole del Nord Italia erano già attrezzate per farlo ma la gran parte no. L’8 aprile 2020 è stato emanato il decreto n.22 il quale prevede testualmente che “in corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione”. La didattica a distanza, in poche parole, è stata resa obbligatoria visto il protrarsi dell’impossibilità di recarsi a scuola. 

Tutte le scuole italiane, in maniera più o meno efficiente, si adoperano oggi per consentire ai ragazzi di seguire le lezioni, di svolgere i compiti e, se a giugno non dovesse essere ancora possibile recarsi fisicamente a scuola, di svolgere l’esame di maturità con modalità telematiche (un adeguato colloquio orale). 

Gran parte degli insegnanti sta sperimentando un nuovo modo di svolgere il proprio lavoro: la didattica a distanza non è una novità per alcune Università italiane ma certamente lo è per la quasi totalità delle scuole primarie e secondarie. Il cambiamento ha coinvolto, poi, le famiglie italiane a cui è demandato il compito di sostenere il lavoro dei docenti. Ai genitori spetta mettere in condizione i propri figli di seguire adeguatamente le lezioni in videoconferenza dotandoli di una buona connessione web e di dispositivi affidabili. Belle parole, ma nei fatti è tutto così semplice? 

Innanzitutto c’è l’annosa questione del gap tecnologico: specie nel meridione d’Italia non tutte le famiglie possono permettersi di acquistare un pc nuovo e di pagare il servizio in fibra ottica (sempre che sia presente). In tal senso sarebbe indispensabile un forte intervento dello Stato che deve favorire in ogni modo il diritto allo studio. Sempre dal lato delle famiglie, non si può certo pretendere che gli insegnanti “intrattengano” gli alunni al pc per l’intera mattinata, come se fossero dei babysitter in sostituzione dei genitori che magari devono lavorare. Va poi considerato che, per i ragazzi, studiare in questo modo è stressante, viste le continue fonti di distrazione tipiche degli ambienti domestici. Insomma, le famiglie devono impiegare tempo ed energie e questo non è sempre facile e possibile. Però è indispensabile. 

Gli insegnanti, seppure addirittura accusati da qualcuno di ricevere lo stipendio senza avere più l’obbligo di recarsi a scuola, arrivano a lavorare forse ancora più di prima. A loro è demandato il compito innanzitutto di ascoltare: sì, ascoltare i ragazzi e le famiglie per comprenderne le difficoltà e le necessità. Solo dopo averlo fatto, spetta a loro modulare la didattica in modo da risultare efficace. Non è un compito semplice, specie per chi non l’ha mai fatto prima d’ora e, forse ancor più, se gli alunni sono bambini delle prime classi di scuola primaria. 

Alla fin fine, pare proprio che un buon risultato non possa prescindere da una reale ed intensa collaborazione scuola-famiglie. Dimentichiamo per sempre l’atteggiamento di alcuni genitori che talvolta, per difendere i propri figli indifendibili, arrivavano a scontrarsi con gli insegnanti. Chissà che questa situazione non lasci a tutti noi un insegnamento ancora più grande.

Marco Castelli

La chiusura di scuole e università in tutta Italia è stata una tra le prime misure urgenti emanate al fine di contenere l’epidemia da COVID-19. Inizialmente, per il ritorno in aula, si era lasciata aperta la data del 15 marzo, poi c’è stata la proroga almeno al 3 aprile per giungere, infine, alla chiusura fino al termine dell’anno scolastico 2019/2020. Sin da subito, per questo anno scolastico, sono stati sospesi (poi annullati definitivamente) i viaggi di istruzione, i gemellaggi e le uscite didattiche. La riapertura delle scuole a settembre di cui si parla in questi giorni pare probabile ma, ovviamente, occorre verificare l’evoluzione del virus nei prossimi mesi.

 

In un primo momento, per sopperire alla chiusura delle scuole, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha auspicato l’avvio della didattica a distanza in tutto il Paese, pur considerando che alcune scuole del Nord Italia erano già attrezzate per farlo ma la gran parte no. L’8 aprile 2020 è stato emanato il decreto n.22 il quale prevede testualmente che “in corrispondenza della sospensione delle attività didattiche in presenza a seguito dell’emergenza epidemiologica, il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione”. La didattica a distanza, in poche parole, è stata resa obbligatoria visto il protrarsi dell’impossibilità di recarsi a scuola.

 

Tutte le scuole italiane, in maniera più o meno efficiente, si adoperano oggi per consentire ai ragazzi di seguire le lezioni, di svolgere i compiti e, se a giugno non dovesse essere ancora possibile recarsi fisicamente a scuola, di svolgere l’esame di maturità con modalità telematiche (un adeguato colloquio orale).

 

Gran parte degli insegnanti sta sperimentando un nuovo modo di svolgere il proprio lavoro: la didattica a distanza non è una novità per alcune Università italiane ma certamente lo è per la quasi totalità delle scuole primarie e secondarie. Il cambiamento ha coinvolto, poi, le famiglie italiane a cui è demandato il compito di sostenere il lavoro dei docenti. Ai genitori spetta mettere in condizione i propri figli di seguire adeguatamente le lezioni in videoconferenza dotandoli di una buona connessione web e di dispositivi affidabili. Belle parole, ma nei fatti è tutto così semplice?

 

Innanzitutto c’è l’annosa questione del gap tecnologico: specie nel meridione d’Italia non tutte le famiglie possono permettersi di acquistare un pc nuovo e di pagare il servizio in fibra ottica (sempre che sia presente). In tal senso sarebbe indispensabile un forte intervento dello Stato che deve favorire in ogni modo il diritto allo studio. Sempre dal lato delle famiglie, non si può certo pretendere che gli insegnanti “intrattengano” gli alunni al pc per l’intera mattinata, come se fossero dei babysitter in sostituzione dei genitori che magari devono lavorare. Va poi considerato che, per i ragazzi, studiare in questo modo è stressante, viste le continue fonti di distrazione tipiche degli ambienti domestici. Insomma, le famiglie devono impiegare tempo ed energie e questo non è sempre facile e possibile. Però è indispensabile.

 

Gli insegnanti, seppure addirittura accusati da qualcuno di ricevere lo stipendio senza avere più l’obbligo di recarsi a scuola, arrivano a lavorare forse ancora più di prima. A loro è demandato il compito innanzitutto di ascoltare: sì, ascoltare i ragazzi e le famiglie per comprenderne le difficoltà e le necessità. Solo dopo averlo fatto, spetta a loro modulare la didattica in modo da risultare efficace. Non è un compito semplice, specie per chi non l’ha mai fatto prima d’ora e, forse ancor più, se gli alunni sono bambini delle prime classi di scuola primaria.

 

Alla fin fine, pare proprio che un buon risultato non possa prescindere da una reale ed intensa collaborazione scuola-famiglie. Dimentichiamo per sempre l’atteggiamento di alcuni genitori che talvolta, per difendere i propri figli indifendibili, arrivavano a scontrarsi con gli insegnanti. Chissà che questa situazione non lasci a tutti noi un insegnamento ancora più grande.