Il calcio tra Umberto Saba, poesie, e virus. E marginalmente il Bari

Sport & Motori

Umberto Saba non era esattamente un cultore del calcio. Il poeta triestino si recò al vecchio “Grezar” per assistere ad una partita della Triestina solo perchè ricevette in regalo un biglietto e non, dunque, per passione. E fu proprio quella partita a dargli il “la” per la stesura di alcune memorabili poesie sul calcio. Ma Saba mai avrebbe profetizzato una sospensione per epidemia. Per lui il calcio era poesia in forma di rosa come lo fu per Pasolini.

Saba si avvicinò a quella “cosa” che di lì, a venire, sarebbe diventata la cosa più importante della vita tra le meno importanti, una religione, un mantra insomma, per dirlo come lo diremmo ai giorni nostri. Egli assistette ad un memorabile Triestina Ambrosiana che non si poteva denominare “Internazionale” a causa dei rigidi bavagli governativi che solo successivamente l’avrebbero fatta diventare – si fa per dire – una squadra “comunista”. La partita, per la cronaca, terminò 0-0.

Queste poche esperienze calcistiche lo coinvolsero tanto da appassionato di questo sport, al punto di fargli iniziare una prosa calcistica attraverso cinque celebri poesie tanto da trovare introspettivamente all’interno di esso il tifo attraverso una celebre frase:Trepido seguo il vostro gioco. Ignari esprimete con quello antiche cose meravigliose”.

Questo, per lui, significava cosa volesse dire tifare per una squadra, quanto bastasse per far emergere nell’uomo un impulso di  vitale e ancestrale.

Purtroppo, al di là dell’epidemia, oggi il calcio non assomiglia più ad un gioco,  pur essendo comprensibile come riesca ad appassionare decine di milioni di tifosi, e se solo si riuscisse ad insegnare ai ragazzi la cultura sportiva, forse, si tornerebbe a chiamarlo “gioco”.

Oggi il calcio è un’azienda, più che uno sport, dove girano centinaia e centinaia di milioni di euro, un’azienda che, insieme ad altri colossi, è una colonna portante dell’economia italiana. E quella italiana, è, forse, insieme alle bellezze storico-archeologiche, un must tutto italiano per la quale vantarsi in tutto il mondo. Non è un caso che fior di giocatori europei e sudamericani scelgano di venire in Italia a giocare.

In questo triste periodo dove il calcio è in fermo forzato, la fede del tifoso è anch’essa sopita ma sempre lì, pronta a riemergere come è accaduto fino ai primi di marzo, il calcio come un credo religioso seppur profano. L’argomento calcio è delicato e non si può tanto prendere sotto gamba, un tema sul quale, di questi tempi grami e ai limiti della paura globale, sul quale non vi sono certezze assolute, né ci è dato di sapere quando questo tipo anomalo di calcio potrà essere sotterrato per sempre.

Certo Umberto Saba, al pari di Gianni Brera e di Gianni Mura, ne avrebbero tratto, sempre di questi tempi, romanticismo e argomenti seri per i loro articoli e poesie, argomenti che avrebbero aiutato il tifoso a rendere meno grave la mancanza della “droga” calcistica, ma di fatto questi tre personaggi, non ci sono più e, pertanto, occorre mettersi l’anima in pace e proseguire, sempre se lo si desidera, con gli scarni e, forse, prevedibili articoli di tutti noi della stampa che comunque – giusto per precisare – ce la mettiamo tutta per non farvi mancare nulla relativamente all’attualità.

Oggi per tornare a parlare di calcio occorrono certezze, sicurezza, tutte caratteristiche che non possono arrivare dai soliti DPCM, ma da serie valutazioni degli scienziati di concerto con la politica, e in questo momento c’è solo da registrare una possibile ripresa il 18 maggio degli allenamenti individuali e non per quelli di squadra collettiva, ma sempre con riserva perché, a quanto pare, nuovi contagi potrebbero essere sanzionati civilmente e penalmente dagli organi competenti nei confronti delle società e, pertanto, non si sa quanto sia opportuno riprendere ad allenarsi per poi dopo tornare in campo per terminare la stagione la cui scelta – diciamocelo – è solo volta alla salvaguardia del dio denaro e non, invece, alla passione dei tifosi sebbene questi trepidino per il ritorno al calcio giocato. E non sarà casuale che si parli di ripresa della sola serie A e non delle altre categorie inferiori perché lì non gira né denaro, né tv.

C’è voglia di sport in senso lato, non solo di calcio, nei vari stati del mondo, dove vi sono ancora vittime per questo virus, c’è voglia di ripartire ma si devono fare i conti con la scienza e la politica.

Qualunque critica al Presidente del Consiglio, ieri, avrebbe senso se il virus fosse scomparso, ma esso è vivo e lotta insieme a noi. Abbiamo festeggiato la Resistenza l’altro giorno, ora ci vuole solo “Resistenza”. Le parole hanno un significato al di là della poesia che possono suscitare. Resistere non è un gioco. Manca il vaccino e allora vale la pena ancora restare a casa. Il vaccino per l’HIV, se vogliamo, devono ancora trovarlo, e le previsioni, per il coronavirus, sono ancora più preoccupanti e non lasciano intravedere nulla di positivo all’orizzonte.

Ed in tutto questo contesto, il Bari attende fiducioso l’evolversi delle sue pertinenze.

Massimo Longo