L’autodichiarazione e gli spostamenti dal 4 maggio in poi

Politica regionale, nazionale e internazionale

Il timore è che troppi possano vivere il ‘passaggio’ come un ‘libera tutti’ e che, almeno in certe zone, la curva del contagio possa tornare a salire. Un occhio alla Costituzione e alle libertà individuali compresse dall’emergenza e uno ai numeri dei report epidemiologici 

© MASSIMO VALICCHIA / NURPHOTO – Gianicolo, Roma, ai tempi del coronavirus

Autodichiarazione sì, autodichiarazione no. Una delle poche certezze che sembrava poter accompagnare la fine del lockdown totale – poter uscire senza il famoso modulo in tasca – sembra vacillare. All’interno del governo non ci sarebbe infatti identità di vedute, con alcuni ministri decisi a dare un segnale di normalità allentando determinati vincoli e altri orientati a seguire in modo più rigoroso le indicazioni del Comitato tecnico scientifico.

Gli spostamenti

Sicuramente dal 4 maggio all’interno delle proprie città non ci sarà più bisogno di mettere per iscritto che si è usciti di casa per motivi di lavoro o per andare a fare la spesa o in farmacia o per fare jogging: fondamentale resterà solo l’osservanza di certe cautele – la distanza interpersonale di almeno un metro e la mascherina all’interno degli spazi chiusi – e il rispetto del divieto di assembramento. A preoccupare sarebbe soprattutto il possibile comportamento dei più giovani ma appare difficile prevedere apposta per loro limitazioni più stringenti.

L’obbligo di autodichiarazione resterà invece certamente per gli spostamenti tra le regioni, che sicuramente in una prima fase – la cui durata sarà modulata sulla base dei dati locali della diffusione dell’epidemia – saranno ancora vietati: in quel caso, proprio come accaduto nell’ultimo mese e mezzo, ci si potrà mettere in viaggio solo per comprovate esigenze di lavoro, o motivi di salute o di necessità, da sottoscrivere sull’ormai famosissimo modulo.

La quarantena

Possibile – ma improbabile – che restino anche limitazioni agli spostamenti tra comuni all’interno di una stessa regione ma allora anche in quel caso si sarebbe chiamati a giustificare il perché dello spostamento. Un nodo non facile da sciogliere è infine quello dei positivi al virus che violano la quarantena (dal 26 marzo a oggi ne sono stati ‘pizzicati’ 792) ma per loro il deterrente più incisivo appare non tanto la contestazione del falso quanto la possibilità – esplicitamente prevista dal dl 19 del 25 marzo – di incorrere in una denuncia ai sensi dell’articolo 452 del codice penale , quello che punisce i “delitti colposi contro la salute pubblica” con la reclusione fino a 12 anni.

Gli irregolari

C’è un altro elemento che alla fine potrebbe risultare importante nelle valutazioni del decisore politico: il comportamento sin qui tenuto dalla stragrande maggioranza degli italiani. Il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ne ha in più occasioni lodato il “senso di responsabilità”. Senso di responsabilità confermato anche dai numeri quotidiani delle verifiche che hanno visto impegnate in tutta Italia le forze di polizia. Complessivamente, dall’11 marzo le persone controllate sono state oltre 10 milioni ma i dati più indicativi sono sicuramente quelli dal 26 marzo in poi, da quando cioè è cambiato il quadro normativo e chi è stato trovato fuori casa non in regola è stato sanzionato amministrativamente.

I controlli

In questo arco di tempo, le persone controllate sono state 7.427.409 e quelle sanzionate 248.351, il 3,3%, o se si preferisce una su 30. L’incidenza degli irregolari in media nei giorni feriali resta intorno al 3% – spesso anche sotto, come nell’ultima settimana – per poi impennarsi nei fine settimana (fino al picco del 6,5% di Pasquetta) ma complessivamente si può parlare di un percentuale fisiologica e inferiore a quella prevista da chi considera gli italiani tradizionalmente insofferenti alle regole. E anche a quella suggerita da tanti articoli di stampa e da tanti servizi televisivi.