Attenta Europa: la mafia non è un problema solo italiano

Cronaca

di Enzo Ciconte

Il giornale Die Welt ha chiesto alla cancelliera tedesca Angela Merkel di non concedere all’Italia sostegni ecomomici europei perchè “la mafia è forte e sta aspettando i nuovi finanziamenti a pioggia da Bruxelles”. Ma forse la situazione è più articolata di così.

Mentre in Italia infuriava il coronavirus sterminando migliaia e migliaia di persone e creando disagi economici rilevanti e ancora non facilmente quantificabili per l’oggi e per domani, un giornale tedesco, Die Welt, invitava la cancelliera Merkel a battersi per impedire che fondi dell’Unione Europea andassero all’Italia perché da noi finirebbero nelle mani della mafia.
Che la mafia sia in agguato, in attesa che arrivino i soldi, è sicuro. Ma questo in Italia lo sappiamo da tempo, siamo attrezzati ad affrontare i pericoli e se ne già sta discutendo in tutti i giornali con analisi molto puntuali e con proposte serie e articolate per affrontare quello che potrà accadere.
Il giornale tedesco sbaglia a dare quel suggerimento perché se avessimo dovuto dare seguito a quel ragionamento – la mafia si prende i fondi pubblici – in Italia non sarebbero stati possibili investimenti pubblici non solo nel Mezzogiorno ma in nessun’altra regione italiana perché oramai le mafie sono presenti dappertutto, seppure a macchia di leopardo.
Questa linea non poteva essere seguita perché avrebbe portata l’Italia al fallimento. Non avrebbe potuto esser seguita perché la mafia è forte anche per il fatto che ricicla i soldi persino all’estero, Germania compresa, e questi capitali rientrano in Italia ripuliti dal momento che all’estero non si fa un controllo sull’accumulazione mafiosa perché lì una legislazione antimafia non esiste perché non è contemplato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Non c’è dubbio che in Italia la mafia sia forte; meno di prima, molto meno di prima, ma è ancora forte. La mafia ricicla i soldi in Germania, perché è penetrata nella sua economia, perché investe miliardi di euro, perché acquista appartamenti, alberghi, pizzerie, ristoranti e ha partecipazioni in ditte e aziende tedesche, perché traffica droga, gran parte della quale sbarca a Rotterdam, il più grande porto d’Europa, che è in Olanda. Un pezzo dell’economia tedesca è in mano ai mafiosi. Da anni, molti anni. E non è un segreto.

In Germania si continua a negare la presenza della mafia e non si fa nulla di efficace per contrastarla.

Nella storia della Germania c’è un pezzo della storia della ‘ndrangheta: Duisburg docet. E non solo Duisburg.

Le autorità tedesche sanno che la mafia è presente nei loro territori da lungo tempo. Quando ci fu la strage di Capaci e la morte di Giovanni Falcone e della sua scorta, Hans Ludvig Zachert, presidente del Bundeskriminalmt, l’ufficio federale della polizia criminale che è un reparto delle forze di polizia della Germania sotto la responsabilità del Ministero federale degli interni, rilasciò un’intervista all’“Avanti!” dicendo che il suo ufficio aveva collaborato strettamente con Giovanni Falcone che aveva fornito “una grande quantità di dati, di informazioni che si sono rivelate molto utili per la lotta alla criminalità”.

 

In Germania però non è facile combattere il nuovo fenomeno: non esiste ancora un reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso” anche se come ammette Joseph Geissdorfer, capo inquirente dell’ ufficio criminale bavarese, “per mafia e camorra non ci sono più zone scoperte nel paese”. Così, pochi giorni dopo l’ omicidio di Borsellino è stato il capo del Bka, Hans Ludwig Zachert, a chiedere pubblicamente misure di emergenza per la lotta contro i mafiosi. (da La Repubblica, 27 agosto 1992)

Ricordò, anche, che ad Amburgo c’era una base mafiosa dove vivevano alcuni killer che avevano ucciso il giudice siciliano Rosario Livatino. Ed aggiunse che molti collaboratori di giustizia avevano dichiarato che la Germania era stata scelta, sin dagli inizi degli anni Ottanta, come un posto ideale per intensificare le attività criminali proprio per il forte sviluppo economico della Germania, e aveva annunciato che il governo tedesco era intenzionato ad approntare una apposita legislazione antiriciclaggio che sventasse questi pericoli.
I tedeschi impararono, ben presto, che oltre alla mafia c’era anche la ‘ndrangheta che si era insediata su quei territori. La magistratura italiana si era dovuta spingere fin lì per catturare ’ndranghetisti provenienti da varie zone della Calabria. La presenza della ‘ndrangheta in Germania si può far risalire agli anni Settanta-Ottanta, ma è all’inizio degli anni Novanta che cominciarono a emergere fatti preoccupanti che lambivano addirittura la politica di qualche Land.

Quello che successe nel Land del Baden-Württenberg era davvero istruttivo. A Stoccarda il ministro della giustizia, Thomas Schäuble era incorso in un guaio perché aveva avvertito il suo collega di partito, leader del CDU, Gunther Gettinger, il futuro commissario europeo, che le sue telefonate con il titolare di un ristoratore italiano erano state intercettate dalla polizia che riteneva quel ristoratore come un prestanome della famiglia Farao di Cirò in provincia di Crotone.
La ’ndrina dei Farao non era l’unica ad agire in Germania. A metà degli anni Ottanta si erano recati a Stoccarda e a Mannheim i rappresentanti dei Mazzaferro di Gioiosa Jonica per costruirvi delle basi operative. A Rudeberg c’erano i rappresentanti delle famiglie di Reggio Calabria.

E poi c’erano quelli di storiche famiglie mafiose originarie di Africo, di San Luca, di Bova Marina e di Oppido Mamertina. Inoltre molti uomini della ‘ndrangheta erano presenti a Monaco, Lipsia, Essen, Dresda, Eisenach e in tante altre cittadine.
Molti di loro non appartenevano alle ultime generazioni d’immigrati, ma vivevano da molto tempo nella Repubblica Federale Tedesca – alcuni giovani sono addirittura nati in Germania – e lavoravano al riparo di mestieri normali, anzi, tipici per un italiano, come il cameriere o il pizzaiolo in locali di gastronomia gestiti da persone di San Luca come mostrò drammaticamente la strage di Duisburg. Rappresentavano quella che si può definire la facciata legale.

A Duisburg fu accertato un fatto singolare. Due uomini, sospettati di far parte della ‘ndrangheta di San Luca, gestivano un ristorante molto importante. I due non avevano fonti finanziarie certe e ci fu un’indagine per sospetto riciclaggio anche perché il ristorante sorgeva in una zona suggestiva protetta da severe norme ambientali, il cosiddetto territorio fluviale protetto. L’indagine accertò che non c’era stato riciclaggio, ma che il ristorante era stato finanziato con l’ausilio di sovvenzioni dell’Unione Europea e con crediti nazionali, federali e comunitari. Insomma, anche in Germania i fondi europei sono finiti in mani sbagliate. Come abbiano fatto i due nullatenenti di San Luca ad ottenere finanziamenti così cospicui e a costruire un ristorante in una zona protetta non si sa.
Mi sono soffermato sulla Germania sia perché il problema è stato sollevato da un giornale tedesco, sia perché il caso Germania è paradigmatico di quanto succede in altri stati europei.

Anche in Germania i fondi europei sono finiti in mani sbagliate. Come abbiano fatto i due nullatenenti di San Luca ad ottenere finanziamenti così cospicui e a costruire un ristorante in una zona protetta non si sa.

L’ultima considerazione riguarda il fatto che il pericolo in tempi di coronavirus non riguarda solo l’Italia, ma l’intera Europa soprattutto perché i capitali viaggiano ovunque senza chiedere il permesso ad alcuno e anche perché sarà difficile individuarli se non si fanno leggi che ricalchino quelle italiane; se, in altri termini, nei paesi europei non si prende atto che esiste la mafia e che è necessario contrastarla con una legislazione adeguata perché, da sole, le norme antiriciclaggio o antidroga non si sono mostrate all’altezza del compito.

Sarebbe un errore colossale pensare che le mafie sono un problema italiano. Non è così. Io mi auguro che gli stati europei non facciano l’errore fatto dalle regioni del Nord Italia dove nel decenni passati prevalse l’idea che la mafia fosse un problema del Mezzogiorno d’Italia. Fu un errore che stiamo pagando ancora adesso. E spero che gli stati europei non abbiano a pentirsene per aver replicato un errore simile.

Enzo Ciconte