Meno infarti in Pronto Soccorso. Vero o falso

Cronaca

La parola agli esperti 

Di Riccardo Guglielmi

L’analisi degli accessi nei Pronto Soccorso, PS, in queste settimane, evidenzia una sensibile diminuzione dei ricoveri per infarto del miocardio. Merito del coronavirus o paura di contagio.

Ma sono veramente in diminuzione le malattie cardiovascolari.  La risposta è NO e che se pur ridotti gli accessi ai PS, infarto e ictus sono sempre killer spietati che colpiscono ancora. Le persone hanno paura del contagio ospedaliero e temono di imbattersi in medici, infermieri e ricoverati portatori o malati di Covid 19. Nell’infarto del miocardio “il tempo è muscolo”. Intervenire nelle prime 2 ore con l’angioplastica coronarica  dall’insorgenza dei sintomi, dolore al petto il più noto, significa annullare i danni che l’ischemia, mancanza di ossigeno, crea sul muscolo cardiaco. Sono tante le persone, secondo la SIC, Società italiana di cardiologia, che per timore di contagio non richiedono l’intervento del 118 e attendono a casa la scomparsa dei sintomi, perdendo tempo prezioso per la ripresa anatomica e funzionale del cuore. Gli italiani non devono aver paura perché le Unità cardiologiche con terapia intensiva, UTIC, e sale di emodinamica sono sempre operative in qualsiasi ora del giorno e della notte.

Mai come in questo caso l’opinione degli esperti, da anni impegnati nella lotta alle malattie cardiovascolari è fondamentale per diffondere messaggi positivi e infondere tranquillità sulla popolazione. Il team del Dipartimento di  Cardiologia e Cardiochirurgia di Mater Dei Hospital di Bari, sempre operativo  anche in questa fase, si è offerto per condividere riflessioni e consigli pratici.

«La riduzione degli accessi in PS – riferisce Vincenzo Pestichella, direttore della Cardiologia e UTIC – è secondo i dati della SIC, del 50% per infarto e del 40% per scompenso cardiaco. La verità è che coronavirus crea terrore. Pochi giorni fa, mentre con lo staff di emodinamica mi preparavo per un’angioplastica coronarica, il paziente mi ha chiesto quale fosse la sua malattia. Era mio dovere dire la verità con modi adeguati: infarto che vogliamo risolvere dilatando la coronaria ostruita. “Prof meglio un infarto che il corona” mi ha risposto con espressione rasserenata. Tutto è andato per il meglio e ora è a casa». La razionalità ha cacciato la paura. Per l’infarto abbiamo armi certe, per il Covid 19 ancora no.

«Sono ridotti – aggiunge Giuseppe Grandinetti, responsabile dell’Elettrofisiologia – gli accessi al PS del 30% per fibrillazione atriale e del 35% per pace maker e defibrillatori non funzionanti. Coronavirus non concede tregua. Misure di contenimento e allontanamento sociale, problematiche psicologiche reattive, irregolarità della pressione arteriosa, mancanza dei controlli di prevenzione sul territorio, sono terreno fertile per lo sviluppo di aritmie. Tra queste le pericolose aritmie ventricolari e la fibrillazione atriale che, per l’alto rischio tromboembolico, è la madre dell’ictus cerebrale». Come per l’infarto del miocardio la precocità del trattamento della fibrillazione atriale, farmaci antiaritmici, anticoagulanti, permette il ripristino del ritmo normale, sinusale, e la riduzione del rischio di embolie. Nei casi refrattari si interviene  con cardioversione elettrica e ablazione. A Mater Dei Hospital, previo contatto telefonico e in condizioni di massima sicurezza, sono garantiti i controlli dei pace maker e dei defibrillatori per i casi di effettiva necessità e improcrastinabilità. Non è mai venuta meno la disponibilità di eseguire procedure emodinamiche ed elettrofisiologiche, ablazioni, richieste in emergenza urgenza dai colleghi cardiologi degli ospedali periferici.

«Sono quasi dimezzati – commenta Angelo Preziosa, direttore del PS – gli accessi per Sindromi coronariche acute, SCA – ma i casi che giungono alla nostra osservazione presentano indici di danno miocardico molto elevato evidenziabile con grossi aumenti dei marcatori biochimici, Troponina e BNP. Ritardare il ricovero dall’insorgenza dei primi sintomi condiziona negativamente la prognosi di questi pazienti»

L’invito a non aver paura e a consultare sempre i medici di fiducia arriva anche da Sergio Caparrotti, il primario della Cardiochirurgia. «Fa testo l’esperienza di pochi giorni fa che ha visto coinvolto tutto il Dipartimento Cardiovascolare del nostro ospedale. Una signora, C.G.M.  classe 47, ha ritardato 2 giorni dall’insorgenza dei sintomi indicativi di SCA prima di chiamare il 118. Troppo tardi per un’angioplastica risolutiva, pur tentata nella speranza di miglioramento in emergenza. Il danno ischemico  ha determinato la perforazione del setto interventricolare e sviluppato un grave deficit contrattile incompatibile con la vita. È stata necessaria assistenza meccanica alla circolazione, intervento chirurgico in condizioni di estrema urgenza e passaggio nella Unità di terapia intensiva post chirurgica diretta da Cataldo Labriola. Sarebbe bastata un’angioplastica primaria per evitare questi sviluppi drammatici».

Questo caso deve far riflettere tutti noi. Le malattie cardiovascolari non sono in ferie. Le nostre cardiologie continuano a garantire cure efficaci e di qualità. Un appello importante:  ai primi sintomi, consultare il medico di medicina generale o di fiducia per attivare le reti dell’infarto e dello scompenso.