Un tempo di pandemia che ci chiede di cambiare

Diritti & Lavoro

di Federico Palmerini *

PAGANICA (L’Aquila), Santuario della Madonna d’Appari – Stamattina, in questo santuario, è freddissimo! Non è una questione meteorologica, né tantomeno l’umidità dell’edificio o quella determinata dal Raiale. È freddissimo, sì, perché oggi qui c’è un vuoto che pesa: oggi questo luogo santo doveva pullulare di persone, magari venute anche con motivazioni diverse (chi per fede, chi più per semplice tradizione, chi per curiosità), ma comunque era una folla che scaldava il cuore. Lo ha scaldato anche con temperature gelide, persino con la neve. Il calore di una comunità che si ritrova per far festa, e per far festa intorno a sua Madre.

Oggi questo vuoto è una pugnalata, mi azzardo a dire che è quasi peggiore del 2009, quando almeno avevamo avuto la possibilità di fare una processione tanto sobria quanto profonda con le nostre statue di san Giustino e della Madonna d’Appari nella tendopoli appena allestita presso il Campo sportivo. Eravamo senza niente, ma almeno eravamo insieme. Oggi non possiamo guardarci negli occhi, stringerci la mano, darci un abbraccio: e quanto ci sta pesando quest’assenza!

Sorge una profonda nostalgia, nostalgia di tornare alla normalità, di riprendere a fare le cose di prima, sperando che finisca subito questa situazione. E intanto che rimaniamo in questo tempo così difficile, o ci rifugiamo nel bel passato, o fuggiamo con la mente nel futuro.

Eppure, siccome la fede non è un sentimento, anche in questa fatica del cuore che ci troviamo a vivere, ci è chiesto di stare, di rimanere, non soltanto in casa, ma nel presente, in questo presente.

“Stava”: è uno dei verbi che più identificano Maria. “Stabat Mater dolorosa, iuxta crucem lacrimosa”: sotto la croce, quando tutti sono fuggiti, Maria è rimasta. Credo che oggi, alla Vergine Santa, la grazia che innanzitutto dobbiamo chiedere non è che tutto questo finisca subito, ma che possiamo rimanere in questo tempo con la disponibilità a convertirci e a cambiare vita. Sì, perché se questo flagello della pandemia dovesse finire anche in questo preciso istante e noi fossimo rimasti quelli di prima, sarebbe una disgrazia forse ancora peggiore.

“Non dobbiamo tornare indietro, quando sarà passato questo momento. Come ci ha esortato il Santo Padre, non dobbiamo sciupare questa occasione. Non facciamo che tanto dolore, tanti morti, tanto eroico impegno da parte degli operatori sanitari sia stato invano. È questa la ‘recessione’ che dobbiamo temere di più”: così ha esortato con forza nella sua predica del Venerdì Santo, davanti a Papa Francesco, padre Raniero Cantalamessa. Sì, ci saranno difficoltà economiche grandi, dure, lo sappiamo bene, ma la principale recessione da temere è un’altra: quella di uscire da questa tragedia senza averne imparato nulla.

Perché non basta una mazzata, personale o collettiva, a cambiare il cuore di un uomo; ce lo ha insegnato il terremoto. Non è sufficiente, se non è presente anche il riconoscimento umile e limpido che nella nostra vita personale ci sono cose che devono cambiare. Attenti! Non sto dicendo che è il mondo, la società, il sistema economico che deve cambiare: sono io, perché, come diceva qualcuno, “se cambio io, il mondo ha cominciato a cambiare”.

La Pasqua che stiamo celebrando ci offre l’opportunità di risorgere: non come Lazzaro, per tornare alla vita di prima, ma per una vita nuova. Oggi, allora, mi sembra che la Parola che ci è stata donata ci chieda di fermarci un po’, perché anche a noi possa essere “trafitto” il cuore, come accaduto ai Giudei che ascoltavano Pietro, nella lettura degli Atti. Il cuore viene trafitto quando lasciamo che il Signore ci chiami per nome, quando ci lasciamo interpellare da lui, quando, nel momento in cui egli si rivolge a noi, noi non ci giriamo per vedere se, per caso, ce l’avesse con qualcun altro.

In questo tempo, in un modo misterioso, il Signore, che non è l’artefice di questo flagello, perché il nostro Dio è alleato della vita dell’uomo, non della sua morte, ci sta comunque chiedendo di cogliere quest’occasione per evitare virus ben peggiori del Covid 19, virus che già prima di adesso hanno mietuto ogni giorno numeri sterminati di vittime in ogni parte del mondo.

Ma ci sono anche virus che non ammazzano fisicamente le persone, ma le feriscono e le ammazzano dentro. Oggi, insieme a tante virtù, quali virus sono presenti in ognuno di noi e nella nostra comunità di Paganica? Credo ce ne siano diversi, ma ne voglio evidenziare solo un paio, che mi sembrano più emergenti in questo tempo:

– il virus della chiacchiera: oggi va di moda la tuttologia (tutti sanno di tutto, pontificano su tutto, meno sanno e più parlano). Nei paesi, poi, le chiacchiere possono generare vere e proprie pandemie, che feriscono pesantemente. “Che cosa dobbiamo fare?”, si domandano gli ascoltatori di Pietro nella prima lettura. Me lo domando anch’io con voi. E se prima di chiacchierare, che è uno sport che riesce bene un po’ a tutti, pensassimo che abbiamo un’opportunità più bella da realizzare, quella di custodire l’altro, anche qualora avesse sbagliato? Perché rovinarne la stima e la considerazione negli altri, ammesso che sia vero ciò che di negativo si dice sul suo conto? Quale guadagno abbiamo ad agire in questo modo? Forse solo il sadico gusto di chi, temendo il giudizio degli altri, si fionda a condannare quando, per una volta, non c’è lui sotto tiro. Non credete che ci contageremmo di vita, anziché di frecciate dolorose, se qualche volta tacessimo un po’ di più e cercassimo il bene nell’altro, dandogli fiducia?

– il virus della discordia: mi colpiva ieri, ascoltando l’inno a s. Giustino, la supplica perché conceda concordia al nostro paese. Segni belli ci sono, ma credo ognuno di noi possa crescere molto. E se la concordia sta a cuore ad un padre, come s. Giustino, figuratevi ad una madre, come Maria. Nelle famiglie, le madri sono le prime che “abbozzano” quando ci sono dissapori, pur di mantenere l’unità e di costruirla sempre più solida. Come si cresce nella concordia? Avendo il desiderio di lavorare insieme, venendosi incontro nelle differenze, evitando di obbedire a vecchi rancori, cercando occasioni di riconciliazione, partendo dal buono che ognuno di noi può mettere in campo. Questo tempo ci sta insegnando che la premessa per una pace autentica è prendersi cura della vita di tutti, nessuno escluso. Se provassimo anche nelle nostre famiglie, sul lavoro, nella nostra comunità, nelle nostre associazioni a mettere sempre in cima alla lista il bene dell’altro e della comunità, riconoscendo che il bene di una comunità viene prima del bene di un piccolo gruppo, sempre!

Ognuno, personalmente, può continuare la riflessione, ma non per fermarsi soltanto ad un’analisi. No, dobbiamo arrivare ad una conversione, cioè ad un cambiamento di vita. Come? Facendoci “battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei peccati” per ricevere poi “il dono dello Spirito Santo”. Perché, non siamo già battezzati? Sì, ma si tratta di immergerci sempre di più nel dono della misericordia: quando cioè riconosciamo di aver mancato nei confronti di noi stessi, degli altri, di Dio, non cerchiamo sempre di autogiustificarci. Chiediamo perdono, invochiamo la misericordia di Dio, lasciamoci riconciliare con lui. Allora potremo davvero cambiare, perché ci saremo accorti che dal male che ognuno di noi si porta nel cuore ci può salvare solo il suo amore gratuito, da soli non ci riusciamo. E quando saremo stati perdonati, allora potremo ricevere il dono dello Spirito, che ci rende capaci di amare, di voler bene, in modo nuovo: disinteressato, limpido, gratuito, disponibile al sacrificio, capace di concordia.

Maria tutto questo lo desidera per noi: è lei che, a Cana, ha raccomandato ai presenti di fare qualunque cosa il Figlio avesse detto loro di fare. Fidiamoci di lei, ogni volta che ci invita nuovamente a tornare a suo Figlio, a non voler fare solo di testa nostra, a cercare in ogni circostanza sempre il bene vero dell’altro, e non innanzitutto ciò che conviene a noi.

A Maria, che ha saputo tenere uniti anche gli apostoli, nello sbandamento vissuto dopo la morte di Gesù, chiediamo la grazia di credere che ognuno di noi può essere diverso, può amare di più, può amare meglio, solo se si lascia amare di più da Dio, se si lascia perdonare di più da Lui, se si lascia indicare la strada della vita vera. Con questa speranza invochiamo la sua intercessione per la nostra comunità, perché la renda capace di conversione. Allora anche queste feste così particolari avranno portato frutto, perché avremo trovato l’essenziale, che poi ci rende capaci di gustare tutto il resto.

*testo dell’omelia tenuta da don Federico Palmerini alla S. Messa del Martedì di Pasqua 2020 al Santuario, trasmessa in diretta da LAQTV nel giorno della Festività della Madonna d’Appari – la festa più importante dell’anno a Paganica – che non si è svolta a causa del Corona