Imparare con l’arte ad affrontare il vuoto

Cultura & Società

Andrea Contin sul progetto podcast di Art UP, ossia come imparare con l’arte ad affrontare il vuoto. Al telefono.

Insegnando in carcere ho sentito spesso parlare di un fenomeno assai diffuso tra i detenuti. Quando si avvicina la fine della pena, il recluso può cadere preda di un’ansia incontrollabile, quando non addirittura di attacchi di panico veri e propri. Si desidera uscire più di ogni altra cosa, ma allo stesso tempo il mondo esterno terrorizza al punto da immobilizzare, contorcere, stravolgere chi sta finalmente per uscire. Oggi che anche noi viviamo in una specie di galera possiamo capire su noi stessi questo fenomeno.

La restrizione della libertà, l’impossibilità di uscire di casa a tempo indefinito che ci è caduta addosso, in modo repentino e totalmente imprevedibile, ci costringe, come succede a qualunque detenuto, a cambiare abitudini, costruire nuove routine, modificare comportamenti e relazioni. All’inizio può prevalere l’angoscia, la tristezza oppure un certo sarcasmo e una forzata leggerezza, come se la cosa non ci riguardasse direttamente. Ma poi, lo si voglia o meno, si è costretti a scendere a patti con una quotidianità che non è più una condizione stroardinaria, ma sostituisce la normalità per come la intendevamo. Fino a farci sentire quella paura strisciante del momento in cui potremo uscire di nuovo, provando quasi sollievo a ogni proroga della chiusura.

E il nostro isolamento, spesso vissuto in solitudine o nella convivenza coatta con chi ci sta accanto, non è la nostra condizione ma la condizione di almeno due miliardi di persone nel mondo, che si trasforma così in una perversa forma di istituzione totale, diffusa e globalizzata. Siamo tutti chiusi dentro, come “un gruppo di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere”, seppur distanziate e chiuse ognuna nel suo microcosmo, “una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato”. Così Erving Goffman definiva appunto le “Istituzioni totali” come carceri o ospedali psichiatrici, luoghi in cui il tempo è sospeso in rituali che si ripetono sempre uguali tra loro, senza prospettiva.

Oggi ci troviamo tutti rinchiusi in questo manicomio globale e al contempo intensamente individuale. Possiamo allora capire chi in quella sospensione del tempo e del giudizio, circondato dalle mura della sua patologia, vive la sua vita coperto dal pietismo, dal compatimento o dalla paura altrui, che lo nascondono al mondo nella sua vera identità di persona. Oggi abbiamo la possibilità di vivere nello spazio neutro e nel linguaggio comune rappresentato metaforicamente dalla breccia nel muro del manicomio aperta da Basaglia e dai suoi quarant’anni fa, e metterci nostro malgrado nei panni di chi oggi – pur soffrendo più di noi dell’isolamento e della mancanza di quelle relazioni e di quegli spazi esterni che rendono fluida la sospensione patologica – meglio di noi conosce quella bolla di vuoto, e può insegnarci ad affrontarla. Magari con una telefonata, anche solo per parlare di arte.

Hai paura della follia? Noi parliamo di Arte! È lo slogan dell’Associazione Art UP, che ogni primavera offre un corso di formazione per persone con disagio psichico e cittadini, con l’obiettivo di superare i pregiudizi sociali attraverso l’Arte. Art UP presenta una raccolta di podcast per sentirsi vicini, diffondere riflessioni, capire chi siamo e il mondo che ci circonda: uno di questi è dedicato a Giulio Paolini, artista protagonista nel 2018 della mostra del Bello Ideale alla Fondazione Carriero.
Crediti immagini: Courtesy Art UP – Facilitatori Arte Salute