Una grande domanda senza risposta: quando tornerà tutto come prima?

Cronaca

Luca Demontis

Una grande domanda senza risposta circola in questi giorni nelle conversazioni domestiche e nelle videochat familiari in cui si svolge ormai la nostra quotidianità: quando tornerà tutto come prima? L’impellenza dell’interrogativo esprime l’ansia accumulata nelle lunghe settimane con il tempo e il fiato sospeso, ma è anche l’indice di un sostanziale fraintendimento di ciò che ci aspetta.

Nel senso comune, sembra circolare l’illusione che l’emergenza si risolverà con una sorta di riaccensione da parte dei governi di un interruttore oggi impostato su “off”: tanti si aspettano che a un certo punto lo stato di eccezione svanirà d’improvviso e tutti potremo riportare indietro le lancette e recuperare le vecchie abitudini messe tra parentesi, sia che ciò avvenga a inizio maggio, con l’arrivo dell’estate, con la ripresa autunnale o chissà quando. Niente segnala la necessità di un cambiamento di prospettiva quanto queste aspettative di immediata salvezza provvidenziale.

Niall Ferguson, uno degli analisti più acuti del nostro tempo, ha evidenziato un aspetto significativo della gestione dell’emergenza a livello internazionale: le nazioni che hanno risposto prima e più energicamente sono quelle abituate a difendersi dalle minacce esterne. È il caso della Corea del Sud, esposta agli attacchi dell’imprevedibile e bizzoso vicino totalitario del Nord; di Israele, da sempre soggetto all’instabilità geopolitica della regione mediorentale; di Taiwan, costantemente sottoposta alle pressioni dell’incombente impero cinese. 

Si dirà che la reazione tempestiva di questi paesi dipende dall’elevato tasso di innovazione e dalle eccellenze tecnico-scientifiche di cui dispongono. La controprova è però offerta dagli Stati Uniti, a cui non mancano certo risorse analoghe. A prescindere dall’ineffabile schizofrenia del Presidente in carica, tutto il Paese ha mostrato una drammatica sottovalutazione iniziale del problema e tempi biblici di reazione, ritrovandosi ora nelle condizioni più critiche. Non sembra un caso che si tratti di una delle nazioni meno abituate alle aggressioni sul proprio territorio – con l’enorme eccezione dell’11 settembre 2001, che rappresenta infatti una ferita ancora bruciante nella coscienza collettiva statunitense. E non sembra un caso che la stessa sottovalutazione iniziale, la stessa inerzia, la stessa impreparazione sia stata mostrata anche da tanti paesi europei reduci di 70 anni di pace, per quanto non manchino loro le capacità tecnico-scientifiche e dispongano di sistemi sanitari che sono indiscutibilmente tra i migliori al mondo.

Con l’espansione incontrollata del virus si è infatti manifestato un problema di fondo delle nostre società sviluppate, ovvero una diffusa illusione di onnipotenza, nonché una profonda mancanza di realismo nel valutare i rischi oggettivi, i mezzi disponibili, le conoscenze acquisite. In un numero incredibile di paesi la diffusione del virus si è nascosta dietro un tremendo specchio incantato, sempre allo stesso modo, generando un bias cognitivo che ha portato a sottovalutarne contagiosità e letalità, e a sopravvalutare contemporaneamente le proprie capacità diagnostiche, terapeutiche e gestionali. L’errore è stato troppo diffuso per non considerarlo una spia da allarme rosso, segnale di una condizione alterata della nostra percezione del mondo, che sarà necessario riportare faticosamente entro una dimensione più prudente e realistica. 

Valuteranno gli storici quanto abbia inciso anche la temperie sovranista di questi anni, portando ciascun governo alla sopravvalutazione delle proprie capacità rispetto a quelle dei paesi confinanti, e ipotizzando talvolta perfino una presunta superiorità del sistema immunitario dei propri concittadini, mentre una disincantata accettazione delle leggi di uniformità della natura avrebbe portato a riconoscere che l’aumento esponenziale dei contagi si replica spietatamente e inesorabilmente in spregio a tutti i confini nazionali.

Se la retorica del cambiamento è stata una scatola vuota per anni, uno strumento abusato oltre misura soprattutto dalla politica, oggi si rende necessario un autentico capovolgimento del pensiero per garantire la sopravvivenza dei nostri ordinamenti sociali. Stavolta dovremo davvero accettare e promuovere cambiamenti radicali, ma intelligenti e selettivi, ovvero quelli che permettono alle società di risollevarsi dalle peggiori catastrofi, come ricorda l’intellettuale americano Jared Diamond nel libro Crisi pubblicato pochi mesi prima della pandemia.

Il primo e più importante consisterà nell’entrare in una nuova fase di tolleranza dell’incertezza. Il blocco totale non potrà proseguire all’infinito: non crederemo davvero che la risposta all’emergenza consista nell’andare avanti per mesi con i sindaci-sceriffi che sbraitano per strada, con l’indignazione social verso chi porta troppo spesso il cane a passeggio, con le urla dai balconi contro chi fa ginnastica all’aperto?

Allo stesso tempo, la ripresa complessiva delle attività è ben lontana. Lo stato di assoluta eccezione che stiamo sperimentando sarà una fase auspicabilmente contenuta nel tempo, funzionale a gestire l’emergenza sanitaria, a cui seguirà una lunga zona grigia compresa tra il buio della chiusura e la luce della riapertura totale. Per quanto indispensabili, non basteranno certo gli interventi dei governi a fronteggiare le difficoltà sociali ed economiche che ci aspettano: servirà da parte di tutti un surplus di consapevolezza e di responsabilità. Bisognerà armarsi della virtù più dimenticata dalle nostre “società nervose”, cioè la pazienza. Attenzione: non l’accettazione passiva e rassegnata delle cose, ma quella capacità di dilazionamento delle soddisfazioni immediate in cui consiste la maturità.

Per un lungo periodo niente sarà come prima, e le varie opinioni discordi mostrano che nessuno sa quanto durerà questa fase. Chi oggi dice il contrario mente sapendo di mentire, si tratti dei massimi esperti mondiali o dei più alti vertici governativi. Ciò non vuol dire affatto lasciarsi sommergere dal pessimismo. Al contrario, prendere coscienza della realtà serve a coltivare una ragionevole speranza per un futuro prossimo migliore dell’insostenibile condizione attuale. Guardare in faccia le cose per ricostruire una speranza concreta: è il compito della politica, ma anche di ogni cittadino responsabile.

Non basteranno certo i decreti governativi a catalogare tutte le abitudini a cui dovremo rinunciare per salvaguardare noi stessi e gli altri: è giunto il tempo di uno straordinario impegno individuale e collettivo, di un enorme sforzo di riflessione e immaginazione, per capire quali abitudini potremo conservare, e quali dovremo rivoluzionare.