Oggi 6 aprile Giornata su Raffaello a 500 anni dalla morte.  Raffaello tragico

Cultura & Società

Oggi 6 aprile Giornata su Raffaello a 500 anni dalla morte.  Raffaello tragico

Pierfranco Bruni

Raffaello è un tragico. Il suo classicismo nasce nel mito. Il mito è una rivelazione della immortalità. Anche la santità dei Santi raffaelliti vivono il tragico e l’indefinibile incomprensione dello sguardo. Il Cristo caduto, ferito, trafitto, trasfigurato, rivelato è tragico.
Cristo non è nel mito. È il sacro. Non teologico. Ma mistico e perseguitato. Il pellegrino solo. Le Madonne sono l’erosione della pietà. Pietro è una liberazione senza profezia. Paolo è il predicatore che cerca di essere accolto.
La figura che maggiormente colpisce come eredità e profezia resta Enea. Non il pio Enea. Ma il personaggio che scappa con Anchise e Ascanio dall’incendio. L’Enea senza popolo con l’idea di cercare la salvezza dai Greci.
I greci restano mito immaginario. Invisibile come il pensiero. Solo la Sistina è luce. Ma è una stanza chiusa dove la luce si inventa per necessità teologica, ovvero per ragione e illusione. Cristo è crocefissione stanca o volto irriconoscibile rispetto alla tradizione.
Solo le donne carnali sembrano avere una verità nel reale. Sia la Fornarina ch la Velata. Il resto in Raffaello sembra essere una trasfigurazione. Nella sua ultima opera si recita la verità. Ma Cristo è solo nonostante gli apostoli incisi come trappola suggestionati dalla apparizione.
Gli angeli sono virtù nella incredulità degli occhi di chi considera il Rinascimento una rivoluzione. La Maddalena è una disperata e ai piedi della Croce venerano. Sono una venerazione dipinta. Raffaello è un genio della finzione tragica. Anche i suoi autoritratti sembrano l’innocenza fattasi carne, ma si portano sul volto una inconsapevole malinconia.
Va oltre Michelangelo e Leonardo proprio nella finzione che recita il tragico. Cristo senza teologia è la tragedia dell’uomo. Il pellegrino stanco che abbandona la punizione dantesca per oltrepassare Giotto e porre al centro non solo la Grazia ma il labirinto.
La Trafigurazione è il labirinto della metafisica che dialoga con l’assurdo. Trionfa sempre la Scuola di Atene perché è il Pensiero che si impossessa della fede. Ovvero è la filosofia che attraversa la fede. Ma la filosofia pone sempre un un’interrogativo che è comandato dal dubbio.
Dove è la religione? È in ciò che ho definito come antropologia. L’uomo! Il Divino è esclusivamente escatologico. Con Raffaello si spezza la pietà michelangiolesca e si va verso un intreccio decadente. La pietà è un notturno. Non un’alba. Raffaello ha la forza di farci capire che l’arte non è solo contemplazione. È estasi.
L’estasi raffaellita è sensualità. Anche il velo è sensualità. I nudi di Raffaello  sono sensualità non purezza evangelica. L’arte è materia. Non solo spiritualità refrattaria. Mondi unici. La Madonna con il cardellino è santità nella sensualità. La Maddalena ha lo squarcio del tempo amoroso. La vita stessa di Raffaello non è passione cristologica. È sensualità lussuosa.
La sua vita tutta materia ed eleganza si scontra con la ontologia della cristianità. I suoi santi, in fondo, hanno eleganza. Il mantello rosso di Paolo è estetica. La gestualità è stile. Gli occhi sono imprecazione suggestiva. Manca la preghiera. Comprende che il pianto non ha senso. Come non ha senso il peccato e quindi il perdono.
La sua rivoluzione non è rinascimentale ma decadente e novecentesca. La sua grandezza è proprio qui. Sembra l’artista che dialoga con Nietzsche. D’altronde nella Scuola di Atene anticipa la visione dell’anticristo.
Ci proietta in ciò che Maria Zambrano ha definito il sapere dell’anima. È una confessione non della sua vita ma di ciò che la teologia avrebbe voluto essere. Lo fa con una tale convinzione da non convincere che sia vero. Infatti non è la sua confessione tranne in tre opere già citate: la Velata, il seno della Fornarina e la Scuola di Atene.
Cerca un riscatto con l’ultimo lavoro: la Trasfigurazione. Diventa però il sapere del Pensiero. A 37 anni aveva detto tutto. La confessione che ha sempre la contraddizione dell’umano pur in una ricerca forzatamente spirituale. Il senso del metafisico, comunque, è chiaro orizzonte nella notte del limite. Nell’apparenza c’è la verità cercata, ma la verità è una reale apparenza non voluta.
Un disegno desiderato e giunto per volontà inaspettata.