Soldati dispersi di Tramutola durante la II Seconda Guerra Mondiale

Cultura & Società

La notizia fu diffusa dalla sezione Ricerche storiche del Gruppo speleologico di San Martino del Carso. Stando ai primi scavi a campione, furono individuate tracce di soldati italiani, tedeschi, rumeni e ungheresi. Morti di freddo, fame e malattia dopo la deportazione: i primi spirarono già in treno durante il viaggio e furono sepolti all’arrivo, lungo la ferrovia.

Kirov si è cercato ogni giorno di dimenticare quelle fosse di morte, alcune diventate campi coltivati o possibili terreni di costruzione, ma il passato ritorna.

La notizia della scoperta delle sepolture fece ridestare le speranze di tutte quelle persone (fratelli, figli e nipoti) che non si erano mai rassegnati al termine «disperso», assegnato al proprio caro, e hanno insistito nella ricerca di elementi che possano aiutare a comprenderne la sorte.

Finora sconosciuta agli esperti, la sepoltura di massa è stata individuata nel mese di giugno 2016, a 15 chilometri dalla città di Kirov, situata 800 chilometri a nordest di Mosca. Uno dei tanti pianeti della galassia concentrazionaria dell’Urss dStalin: nove campi in tutto, in cui fino a oggi risultavano scomparsi duemila militari italiani.

Ecco il carteggio sui militari dispersi di Tramutola, rinvenuto nell’Archivio Comunale.

Il Comando del Distretto Militare di Potenza, il 5 mag 1947, comunicava al sindaco di Tramutola, i nominativi dei militari della II Guerra Mondiale dichiarati irreperibili. Tali militari già considerati dispersi o prigionieri, alle cui famiglie era stato corrisposto già l’anticipo ‘assegni prigionieri‘, a queste famiglie cessava l’assegno di prigionia e doveva essere corrisposto:

1) Assegno di Presente alle Bandiere

2) Eventuale liquidazione di pensione

La concessione dell’Assegno Presente alle Bandiere era subordinato al perfezionamento della documentazione richiesta dalle norme.

Nella seconda guerra mondiale, di soldato caduto o disperso in guerra, considerato in forza ancora per i dodici mesi seguenti la dichiarazione della morte o della scomparsa; veniva corrisposto alle famiglie l’assegno di presenti alla bandiera

Ecco l’elenco dei militari del Comune di Tramutola, dichiarati dispersi con il relativo numero di libretto intestato al militare dichiarato irreperibile:

Libretto n. 024411 Militare Cap. Maggiore    Abelardo Antonio

”     ”      024490               Cap.                  Di Mauro Emanuele

”     ”      024419               Sol.                   Durante Antonio

”     ”      024421                  ”                     De Marca Nicola

”     ”      024422                  ”                     Grieco Salvatore

”     ”      024423                  ”                     Grieco Antonio

”     ”      024424                  ”                     Lo Giurato Antonio

”     ”      024425                  ”                     La Salvia Francesco

”     ”      024426                  ”                     Lavieri Antonio

”     ”      024427                  ”                     Mazziotta Giuseppe

”     ”      024428                  ”                     Rotunno Luciano

”     ”      024429                  ”                     Serpentino Paolo

”     ”      024430                  ”                     Varallo Giuseppe

”     ”      024431                  ”                     Zito Antonio di Giuseppe

”     ”      024432                  ”                     Zito Antonio di Nicola

Il 16 maggio 1947, il sindaco di Tramutola, Ing. Federico Troccoli, invia una lettera al Comando del Distretto Militare di Potenza, avente per oggetto la restituzione di libretti PRESENTE ALLE BANDIERE E VERBALI DI IRREPERIBILITA’.:

Con riferimento alla nota n. 04/843 del 05/05/1947, restituisce i libretti Presente alle Bandiere e verbali di irreperibilità intestati ai sotto notati militari, per i motivi a fianco di ciascuno indicati:

1) Libretto n. 024421 e verbale D 12 – perchè il soldato De Marca Nicola di Giuseppe era regolarmente rientrato dalla Jugoslavia. Infatti, il Comando Militare di Potenza, il 23 maggio 1947, annullerà il verbale di irreperibilità perchè il soldato De Marca Nicola era stato trattenuto come prigioniero fino al 06 marzo 1947.

2) Libretto n. 024428  e verbale R 16 – intestato al soldato Rotunno Luciano – perchè la moglie del soldato, a cui era intestato il libretto, abitava a Marsicovetere.

3) Libretto n. 024431 e verbale Z 3 – perchè il soldato Zito Antonio di Giuseppe era regolarmente rientrato dalla Jugoslavia. Infatti, il Comando Militare di Potenza, il 23 maggio 1947, annullerà il verbale di irreperibilità perchè il soldato Zito Antonio era stato trattenuto come prigioniero fino al 05 marzo 1947.

A margine della summenzionata comunicazione, il sindaco di Tramutola, ing. Federico  Troccoli, faceva presente che, Zito Rocco di Giuseppe nato a Tramutola il 27-03-1918, appartenente al 47° Reggimento Fanteria Comando – P .M. 156, non dava sue notizie dal 14 gen 1943, segnalato con foglio n. 2146 del 29-10-1946.

Ai familiari del soldato Zito Rocco, era stato corrisposto il trattamento economico PRESENTE ALLE BANDIERE dal Comando del Deposito 47° Reggimento Fanteria di Lecce, con nota n. 3393/AU del 31/07/1943 libretto n. 38271.

Il 5 luglio 1947 il Comune di Tramutola, comunicava al Comando del Distretto di Potenza l’invio della documentazione per la liquidazione del trattamento economico PRESENTE ALLE BANDIERE ai sottonotati beneficiari:

1) Abelardo Giuseppe fu Antonio

2) Di Mauro Michele fu Emanuele

3) Maffeo Rosaria fu Giuseppantonio

4) Grieco Vito fu Salvatore

5) Lo Giurato Michele fu Michele

6) La Salvia Antonio fu Francesco

7) Bocca Mariantonia di Pasquale

8) Mazziotta Michele fu Francesco

9) Ferrara Teresa di Giovanni

10) Ponzio Maria Rosaria fu Francesco

11) Zito Nicola fu Michele

12) Grieco Pasquale fu Antonio

Quando ero bambino, abitavo in Via Pisacane, che si interseca con Via San Giuseppe di Tramutola, e, dalla mia abitazione, osservavo una signora che trascorreva, molto del suo tempo, restando alla finestra guardando la via sottostante. La mia curiosità di bambino mi portò un giorno a fare la domanda, a mia madre, cosa facesse quella donna alla finestra e mia madre rispose: aspetta il ritorno del figlio dalla guerra. Solamente quando fui più grande compresi in pieno quella risposta. Il dramma dei soldati dispersi è stata una sofferenza non solamente italiana, ma europea.

La terra russa, oggi, restituisce i resti di centinaia di prigionieri della Seconda Guerra Mondiale, ai quali tuttavia è ancora difficile al momento attribuire un’identità. Di certo però, sulla base di alcuni oggetti venuti alla luce, numerosi corpi appartengono ai soldati dell’Armir. Con la speranza, non impossibile, di risalire a qualche nominativo lucano.

Inoltre, dagli archivi(1) affiorano manovre, piani politici e sottese valutazioni umanitarie per la sorte dei soldati italiani prigionieri in Unione Sovietica, catturati nell’apocalittica ritirata dell’inverno 1942-43. Subito dopo la guerra il segretario nazionale della Cgil, Giuseppe Di Vittorio, con accortezza politica e umana, in visita a Mosca, scrisse a Molotov, premier e ministro degli Esteri, chiedendogli notizie sui prigionieri e di poterli visitare.

Di Vittorio intercedeva per i dispersi dell’Armir, Armata italiana in Russia. Non sapeva che degli 80mila dispersi, 70mila erano già morti, in battaglia o per ferite, fame, stenti o assideramento. Il documento è custodito, in un dossier «rigorosamente segreto»(1) a cui mi è stato permesso di accedere, al Garspi, archivio statale russo di storia socio-politica, dichiara Fernando Mezzetti. Dato che in ogni dossier veniva registrato chi lo consultava, possiamo affermare che Fernando Mezzetti fu il primo ad aver avuto accesso a questo materiale. Già nel 1992, con il crollo sovietico, fu scoperta a Mosca una lettera di Togliatti del 15 febbraio 1943, in risposta a Vincenzo Bianco, dirigente comunista che segnalava le dure condizioni dei prigionieri. Togliatti scriveva: «Se un buon numero di prigionieri morirà in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire. (…) Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, il più efficace degli antidoti».

Finita la guerra, da parte sovietica, perdurava il silenzio sui prigionieri. Secondo lo Stato Maggiore, su 230 mila uomini, oltre 80mila risultavano «dispersi».

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Il carteggio. La lettera di Di Vittorio è datata 5 agosto 1945, e arriva a Molotov il 6 agosto, inoltratagli da Dimitrov, già segretario del Comintern. È dattiloscritta in italiano, tradotta in russo, firmata «G. Di Vittorio» in inchiostro verde, come usava Togliatti. È l’unico elemento in comune con la missiva di Togliatti a Bianco. Di Vittorio sottolinea l’opportunità politica di avere notizie sui nostri militari. Con tatto ma con fermezza, evidenzia che i prigionieri degli inglesi e degli americani sono già tornati a casa, e i pochi ancora trattenuti hanno corrispondenza con le famiglie.

Il suo è un documento politico, ma intriso di sensibilità. La richiesta non rimane senza risposta. Nel dossier c’è una nota per Molotov dal vice ministro degli Esteri, Solomon Lozovsky, redatta dopo un’indagine e due incontri con Di Vittorio: «Sul nostro territorio ci sono in totale poco più di 20mila prigionieri. Gli altri morirono nel corso delle dure marce e trasferimenti dal fronte all’interno dell’Urss». Lozovsky suggerisce di far incontrare la delegazione con i nostri militari in due campi predisposti dalla polizia politica e permettere di trasmettere brevi note per le famiglie. Mosca cominciò poi a rilasciare i prigionieri. Tra il 1945 e il 1946 tornarono 21mila uomini: la metà erano superstiti dell’Armir; il resto, quelli messi nei lager dai nazisti dopo l’8 settembre e liberati dai sovietici, che però li accomunavano ai prigionieri.

Restavano nel gulag centinaia di ufficiali e alcuni cappellani. Saranno liberati a scaglioni:gli ultimi nel 1954. Secondo Lozovsky, nell’agosto 1945, su 80mila dispersi dell’Armir, solo 10mila erano sopravvissuti. Pietosa consolazione per le famiglie: i 70mila mancanti finirono di patire molto presto. Per loro la morte fu benigna, fine di grandi sofferenze.

Ai giorni nostri, a Kirov, 800 chilometri a nord est di Mosca, durante l’anno 2016, sono state scoperte delle fosse comuni di soldati dell’Asse(2), compresi italiani, rimasti sepolti per oltre 70 anni. La prova è una piastrina consunta dal tempo di uno dei nostri dispersi in Russia. Si legge poco, ma è chiara la data di nascita con un codice: «1922-26007/38/0». Un giovane soldato morto a soli 21 anni. Un soldato disperso, una lunga attesa per la famiglia che si è materializzata con una piastrina. Una riesumazione dalla fossa comune. Attraverso esperienze come questa, almeno qualcuno viene ritrovato, alla fine del loro calvario!

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E’ un figlio di Tramutola, un soldato dimenticato dalla storia, Emanuele Di Mauro di Michele e di Magaldi Francesca. Con il ritrovamento della piastrina, Emanuele, cessa di essere considerato un soldato disperso. Emanuele, esce dalla grande fossa comune individuata a Shikovo, nella regione russa di Kirov a nord-est di Mosca, lungo la ferrovia transiberiana,che costituisce il più importante ritrovamento degli ultimi anni ed ha anche risvegliato le attenzioni delle associazioni dei reduci e delle famiglie che ancora non hanno avuto notizie di un loro disperso in Russia. Emanuele, con il ritrovamento della sua piastrina che portava al collo, ora è tra gli affetti dei suoi cari e non più sepolto nella steppa.

A volte ricordi e memoria somigliano alle cartoline che hanno perso inchiostro e colore. Del parente morto in guerra non si conosce nemmeno il nome o il cognome. Ora è stato possibile ritrovare, con equipaggiamenti ed uniformi inadeguati, brandelli di indumenti indossati da giovani soldati spediti al fronte, nell’inverno tra il 1942 e 1943, a combattere la guerra in Russia. E poi ancora effetti personali come pettini, medagliette e crocifissi, lettere scritte alle proprie madri, a casa in attesa di buone notizie. Così almeno in parte, la memoria è recuperata, ma Massimo Di Mauro, ha voluto fare qualcosa di più, ha voluto chiamare suo figlio, EMANUELE, come suo zio caduto in guerra, morto in un ospedale russo.

Perché? Per ricordare.

Attraverso la paziente e sempre dolorosa raccolta di interi epistolari e di un gran numero di “ultime lettere” dei caduti o dispersi sul fronte russo si ridà voce a quei sommersi della storia che il silenzio delle fonti ufficiali si ostina, ovunque e da sempre, a soffocare. E che invece riemergono a dire, vivi e presenti nella loro quotidianità, i problemi e gli interrogativi di una condizione umana.

Emanuele scrive un lettera al fratello, chiedendo indumenti di lana per combattere il freddo, però con l’accortezza di non far sapere nulla alla madre, per evitarle un inutile dolore.

Ruolo importane su tutto ciò è stato possibile grazie alla missione italiana a Kirov, in Russia, alla quale anche loro hanno partecipato per ricercare militari dispersi. Fanno parte della Italian Recovery Team che comprende tre associazioni: Gotica Toscana Onlus, Museo della Seconda Guerra Mondiale del fiume Po, Associazione Linea Gustav. Erano presenti anche alcuni Alpini di Cavedine e del Comune di Madruzzo.

Due ricercatori russi, Alexey Ivakin e Andrey Ogoljuk, hanno cominciato a scavare in giugno 2016, come ha scritto il quotidiano di Trieste, il Piccolo. E, dalla terra nella Russia europea, sono tornati alla luce i drammi della seconda guerra mondiale. «L’area dei resti misura 500 metri di lunghezza e 100 di larghezza lungo la ferrovia. Abbiamo trovato delle ossa per una profondità di 4 metri. Il numero approssimativo di cadaveri potrebbe essere 15-20mila» scrive Ivakin, uno degli scopritori.

La cifra forse è esagerata, ma durante la disfatta di Russia furono uccisi in combattimento 20 mila soldati italiani e ben 70 mila morirono in prigionia e durante le famigerate marce del davai bistrà avanti presto. Meglio note come marce della morte per raggiungere nella morsa del gelo e senza cibo i campi di concentramento. A Kirov sono arrivati i prigionieri ungheresi, italiani, romeni, tedeschi finiti in mani russe nel 1942-1943, durante e dopo la battaglia di Stalingrado e la liberazione di Voronezh. Nelle sacche provocate dal crollo dell’armata germanica è finito mezzo milione di uomini. E tanti non sono mai tornati a casa.

Alcune foto postate in rete dagli scopritori delle fosse mostrano un femore, delle scatole craniche e altri resti recuperati nei profondi buchi nel terreno scavati per ritrovare i corpi ridotti a scheletri. Una delle fosse si apre nella boscaglia, ma poi sembra espandersi su un erboso campo aperto. L’ammasso di resti sottoterra si trova non lontano dalla ferrovia. Secondo l’Unione nazionale italiana reduci di Russia, «il campo di prigionia o lager n. 1149 di Belaja Kholuniza si trovava in una cittadina situata nella Regione di Kirov nel versante europeo degli Urali. Da Kirov partiva la linea ferroviaria che andava ai lager di Slobodskoj, Belaja Koluniza, Fosforitnj Rudnici e Loino» che furono l’inferno per tanti prigionieri dell’Asse compresi gli italiani. «Ci hanno detto che quando arrivavano i treni con i prigionieri scaricavano i morti vicino a Kirov seppellendoli nelle fosse ritrovate» racconta al Giornale, Gianfranco Simonit degli speleologi di San Martino del Carso, in Friuli-Venezia Giulia. «Ci occupiamo soprattutto di prima guerra mondiale, ma abbiamo molto contatti nell’Est Europa – spiega Simonit -. Gli ungheresi ci hanno informato della scoperta». Ivakin, uno dei russi che ha scavato da giugno 2016, scrive in rete che «negli anni Sessanta erano già venuti alla luce dei teschi durante la lavorazione dei campi» ma tutto fu ricoperto e censurato.

Grazie all’interessamento degli appassionati friulani e della parlamentare del Pd, Laura Fasiolo, è stato coinvolto il ministero degli Esteri. Dall’ambasciata italiana a Mosca confermano, che se ne sta occupando l’addetto militare. Da Roma la vicenda è seguita da Onor Caduti, la struttura della Difesa, che recupera i resti dei nostri soldati dispersi durante la seconda guerra mondiale. La zona delle fosse era stata venduta per edificare villette, ma il comune di Kirov è intervenuto in luglio 2016, per risolvere il problema e iniziare le esumazioni vere e proprie. Successivamente il rappresentante di Onor Caduti si sentiva con un’equivalente struttura militare a Kirov per portare avanti le ricerche. «Prima li trascinavano a piedi nella neve per centinaia di chilometri. E poi li chiudevano in carri bestiame piombati senza cibo e acqua per giorni. Così morivano i prigionieri italiani dei sovietici, di stenti o di assideramento» racconta Guido Aviani Fulvio direttore del Museo della campagna di Russia in Friuli-Venezia Giulia. «I cadaveri venivano buttati denudati nelle fosse comuni come quelle di Kirov – spiega l’esperto -. Per riconoscere oggi le ossa dei soldati italiani restano solo le stellette, le piastrine, che sono indistruttibili, o qualche elemento dell’uniforme, se non veniva portata via dai carcerieri o dai compagni di prigionia».

Quasi 77 anni dopo, a 800 chilometri da Mosca, sono tornati alla luce nuovi resti dell’esercito perduto nel calvario della prigionia in Russia. Erano ragazzi o giovani; molti avevano l’età dei nostri fratelli più grandi. Le esplosioni orrende di violenza, sui prigionieri militari italiani, durante la marcia forzata e le atrocità di lotte cruenti, determinarono che in tanti morirono là, per il freddo, nei combattimenti, oppure da prigionieri o per malattia. Di tutti quelli che sono partiti, uno su tre non è più tornato e non si è saputo più nulla. Dopo la guerra questi ragazzi sono stati dimenticati da tutti tranne che dalle loro famiglie, molte delle quali ancora oggi aspettano di sapere cosa ne è stato di loro.

Questo dramma non è stato vissuto solo qui in Italia, ma è successo anche in tante famiglie tedesche, ungheresi, rumene, finlandesi, russe. Nelle famiglie di tutti quei paesi che presero parte a questa terribile guerra. I russi da soli piansero la morte di ben 20 milioni di persone!

La guerra porta solo dolore e morte. Morire lontani da casa, partire e lasciare gli affetti più cari è proprio una grande sofferenza. A casa ti aspettano e non torni più. Nessuno porta tue notizie e l’angoscia per chi resta è sempre più forte.

Oggi, la pazzesca corsa agli armamenti effettuata in quasi tutto il nostro pianeta, è alla base dell’invito “urlato” alle coscienze di tutti gli uomini dal pontefice, Papa Francesco: “Mai più la guerra”. L’appello richiede il coinvolgimento diretto e appassionato dei teologi, particolarmente di quelli dediti alle scienze morali e pastorali in grado, con il loro sapere, di porre la pace al centro della vocazione cristiana. Perché l’appello non risulti vano occorre portare il dibattito sulla pace oltre la tradizionale discussione sul diritto esclusivo dello Stato di dichiarare guerra e sulle condizioni di una guerra giusta. Il messaggio di pace, allora, affidato alle comunità ecclesiali, ai pastori e ai fedeli, apre il confronto sulle ragioni storiche, etiche e di fede perché ogni forma di conflitto sia evitato e aiuta a riscoprire la forza liberatrice della nonviolenza proposta da Cristo, nostra pace.

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(1) 22 set 2018 Fernando Mezzetti tempo libero

(2) La Seconda Guerra Mondiale venne combattuta da due grandi schieramenti: le potenze l’Asse e gli Alleati. Il primo era composto da Germania, Italia e Giappone, che avevano in comune principalmente due obiettivi: primo, l’espansione territoriale e la creazione di un impero attraverso la conquista militare, in modo da rovesciare l’ordine internazionale creato alla fine della Prima Guerra Mondiale; secondo, la distruzione o la neutralizzazione del Comunismo Sovietico.