La peste a Bitonto nel VI secolo

Cronaca

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo del sig. Pasquale Fallacara,  sulla peste nel Comune di Bitonto, in provincia di Bari,  nel XV secolo.
Pasquale Fallacara
                                   L’antico Lazzaretto

Durante i secoli passati la Puglia è stata ciclicamente interessata da diverse epidemie contagiose e mortali che hanno flagellato le popolazioni di numerose città tra le quali purtroppo anche la nostra Bitonto. Le cronache medievali descrivono con precisione tali tristi avvenimenti. Il più terribile dei flagelli fu la peste del 1348-49, ricordata dal Boccaccio, e che interessò tutta l’Europa. Si diffuse in tutto il Regno di Napoli e compì stragi a Catania, Salerno, Barletta e Bari, spingendosi sino a Firenze, Siena. Durante questo periodo furono adottate le prime misure profilattiche a tutela della salute e numerosi furono i provvedimenti adottati per scongiurarne il contagio. Diverse ordinanze vietavano l’ingresso nella nostra città di gente e di derrate alimentari provenienti dalle città contagiate. A tal proposito il 31 marzo del 1456 fu sancito un accordo tra l’Università di Bitonto e l’Abate di San Leone il quale sanciva di: “non permettere nel prossimo aprile la fiera, stante la peste”.

Inoltre furono nominati dal Capitolo tre sacerdoti deputati “per la conservazione e bene pubblico della città e per mantenere le guardie nella campagna acciò si tenga lontana ogni persona sospetta di contagio”.  In questo buio periodo, in un clima di totale terrore ed ansia, gli “appestati” e tutti coloro che gli prestavano cura venivano confinati in luoghi lontani dai centri abitati chiamati “lazzaretti”.

Nelle città di mare era anche un luogo chiuso in cui merci e persone provenienti da paesi di possibile contagio dovevano trascorrere un soggiorno di determinata durata, spesso di quaranta giorni, da cui il termine “quarantena”. Sull’origine del nome “lazzaretto” ci sono diverse ipotesi: la più accreditata viene ricondotta al lebbroso “Lazzaro”, protagonista della parabola evangelica, venerato come protettore delle persone affette da lebbra. Il lazzaretto, durante le epidemie, si riempiva di ammalati che con alte percentuali diventavano cadaveri nel giro di pochi giorni. Le condizioni igieniche precarie dei lazzaretti, il sovraffollamento, la promiscuità con il personale medico, che facilmente si ammalava a sua volta, invece che arginare un contagio, lo favorivano.

Fuori dell’abitato bitontino, in contrada “il Petraro”, sulla via di Palo (S.P 119), vi residuano i resti di un antico lazzaretto adibito a ricovero per i malati infettivi, i quali dovevano essere tenuti lontani dal perimetro urbano bitontino. Edificato presumibilmente alla fine del XIV secolo, dotato di cisterna per l’approvigionamento idrico, era caratterizzato da diversi ambienti adiacenti nei quali erano sistemati numerosi giacigli in paglia utilizzati per distendere i malati, e che successivamente alla loro morte, unitamente ai propri abiti ed oggetti personali venivano bruciati nell’antistante piazzetta. Il complesso, racchiuso in alte e tozze mura, nelle quali si apriva un portale ad arco divenuto nell’immaginario dei malcapitati infetti la porta dell’inferno era sorvegliato a debita distanza da una vera e propria cintura di sicurezza di cavallari e milizia urbana comandate dal canonico Antonio Capirro.

Quest’ultimo, il 27 gennaio del 1482 si impegnava a servire di notte e di giorno, tutti gli uomini affetti dal terribile morbo o sospetti tali, provvedendo in ultimo a seppellirli in fosse comuni situate nelle immediate vicinanze del lazzaretto. Lo stesso inoltre si impegnava durante il periodo dell’epidemia a restare all’interno del lazzaretto e di non entrare nella città di Bitonto per un compenso mensile di 15 tareni di carlini al mese più le spese per il vitto. Sul finire dell’ottocento il lazzaretto fu ampliato tramite l’addossamento di nuovi ambienti caratterizzati da un paramento murario in tufo, i quali, unitamente a tutta la struttura durante il secolo scorso, in ragione del miglioramento delle condizioni sanitarie della popolazione, furono dismessi ed abbandonati. In questi ultimi anni divenuto sede stanziale di un accampamento nomade, attualmente abbandonato ed in totale stato di degrado ambientale e socio-sanitario, versa in condizioni statiche alquanto precarie e necessita di immediati interventi atti a scongiurarne il definitivo crollo.

 

Pasquale Fallacara