Il Regionalismo e i suoi limiti

Politica regionale, nazionale e internazionale

Raffaele Vairo

La diffusione del morbo da coronavirus non è stata affrontata al meglio. Le Regioni, dimentiche di essere titolari esclusive della competenza sanitaria, hanno attribuito allo Stato ogni carenza negli interventi per combattere l’epidemia vantandosi, però, di essere gli eroi del momento.

Le carenze ci sono state, soprattutto nella fase iniziale. Quando, a sorpresa, è penetrato nel nostro territorio questo virus, soggetto del tutto sconosciuto e per di più sopraggiunto nel momento di diffusione dell’influenza stagionale. Quindi, le perplessità e gli errori sia dei medici sia dei politici, nazionali e locali, sono in una certa misura giustificate. Comunque, quanto è successo non può essere sottovalutato. Anzi, ci deve far riflettere sul sistema delle competenze degli Enti Locali. In primis delle Regioni.

Le Regioni sono previste nel titolo quinto della parte seconda della nostra Costituzione (Ordinamento della Repubblica). Per comprendere la ragione della loro istituzione bisogna andare indietro nella nostra storia. Nel Risorgimento, quando si discuteva della forma da dare allo Stato: federazione o confederazione dei vari Stati preesistenti, ai quali bisognava riconoscere una certa autonomia e indipendenza, il concetto di Stato Unitario non era ancora entrato nella convinzione di alcuni patrioti. Il Mazzini e tutti quelli che condividevano la sua dottrina circa le modalità per il conseguimento dell’indipendenza e dello sviluppo della nazione miravano all’unità dello Stato per poter resistere alle forze del dispotismo. Peraltro, non sfuggiva ai nostri patrioti mazziniani che la tendenza mondiale era rivolta verso la creazione di unità politiche sempre più vaste. Sull’altro versante i regionalisti (ricordo per tutti il Farini e il Minghetti), pur affermando la necessità del regionalismo, non manifestavano dubbi circa la formazione di uno Stato unitario. Le autonomie locali potevano essere un modo per evitare salti storici e per attribuire alle autonomie funzioni considerate secondarie da sottrarre al Governo centrale. Il problema delle autonomie era visto più come decentramento delle funzioni per rispettare le diversità territoriali da tutti riconosciute. La discussione verteva sul significato  da attribuire all’autonomia locale: decentramento burocratico o anche attribuzioni più vaste quali quelle normative?

Successivamente prevalse il concetto di considerare gli Enti Territoriali (le Regioni) quale mezzo per attuare un ampio decentramento che non interferisse con quelle che erano le prerogative essenziali dello Stato (difesa, ordine pubblico, giustizia). Si reputava che con le autonomie si potevano realizzare al meglio gli effettivi bisogni locali.

Oggi le Regioni sono realtà codificate dalla Costituzione con attribuzioni molto ampie. Ma non dobbiamo dimenticare che la loro formazione non è originaria ma emanazione dello Stato che ne stabilisce i limiti entro i quali le Regioni possono operare. Aggiungo che i loro Statuti (da considerare Costituzioni locali) sono approvati con leggi dello Stato. Il che dimostra che le loro competenze sono determinate dallo Stato che può modificarle a seconda delle necessità e le contingenze storiche.

Le competenze delle Regioni, come abbiamo detto, sono stabilite dalla Costituzione (art. 117). La sanità pubblica è riservata alle Regioni. Molti hanno manifestato forti dubbi in ordine alle prestazioni sanitarie che, almeno in teoria, possono essere diverse da Regione a Regione. La storia politica recente ha dimostrato che la sanità regionale è stata la sede nella quale amministratori corrotti hanno soddisfatto i loro inconfessabili appetiti, arricchendosi in danno della collettività. Le Regioni, poi, incoraggiate da una certa tendenza nazionale, hanno attuato politiche di privatizzazione delle strutture sanitarie che, nella fase del coronavirus, hanno dimostrato tutti i loro limiti. Ospedali pubblici con carenze strutturali, anche al Nord, hanno dovuto inventarsi posti letti situati in strutture provvisorie poste in essere da organizzazioni volontarie intervenute per le carenze pubbliche, in particolare delle Regioni.

Ora, poiché le epidemie, come ci insegna la Storia, sono ricorrenti, dobbiamo aspettarci in futuro situazioni che richiederanno interventi qualificati sia per il personale sanitario (medici e infermieri) sia per le strutture sanitarie pubbliche. Bisogna, quindi, ripensare tutta l’organizzazione ospedaliera falcidiata da improvvide leggi di una politica dissennata. Ospedali pubblici di città anche importanti sono stati chiusi, posti letto ridotti all’osso, assunzioni di medici per meriti politici anziché professionali, carenza di norme regolatrici della emergenza.

Il Governo poteva fare di più? Certamente si. Ma il giudizio con il senno di poi è troppo facile.

Michele Ainis, grande costituzionalista, ha coniato un nuovo vocabolo per definire l’attuale situazione. Soffermandosi sulla prolifica decretazione da parte del Governo, ha affermato (La Repubblica 25/03/2020): “Mentre il coronavirus infetta gli italiani, un altro morbo contagia le nostre istituzioni: la decretite”. Affermazione che ci fa venire in mente le famose grida manzoniane. Solo che quelle non hanno sortito effetto, mentre i numerosi decreti dell’attuale Governo qualche risultato l’hanno conseguito se è vero che la diffusione del morbo comincia a mostrare segni di arretramento. Michele Ainis, però, non si ferma a fotografare la produzione normativa, ma ne individua le cause nella mancanza di un quadro normativo che individui – e distribuisca – le competenze dello Stato e delle Regioni. Va, comunque, detto che la mancanza del quadro normativo non può essere imputato ai due Governi presieduti da Conte, ma va individuato nella politica dei passati Governi, di destra e di sinistra, che hanno avuto una visione molto miope. Checché ne dica certa stampa la quale, pur di mettere in cattiva luce il Governo, dissemina a man bassa il terrore della morte le cui cause attribuisce a Conte e al Consiglio dei Ministri.

Ora, però, non è tempo di polemiche ma di operare, se possibile, unitariamente per affrontare e risolvere i numerosi problemi che si presenteranno in economia e nella vita quotidiana di tutti noi, specialmente dei più sfortunati.