All’orizzone c’è l’Italexit?

Politica regionale, nazionale e internazionale

L’Unione Europea è il frutto di una serie di accordi conclusi dal dopoguerra ad oggi, tra i principali paesi europei. L’Italia, tra i membri fondatori e promotori, ha ricoperto da subito un ruolo primario.

Si può dire che tutto ebbe origine con il trattato del 1951 che istituì la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, firmato a Parigi da Italia, Belgio, Francia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Germania Ovest), ed il trattato di Roma del 25 marzo 1957 che ha costituito la CEE (Comunità Economica Europea), ratificato da Italia, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio e Repubblica Federale di Germania (la Germania Ovest, ancora divisa a quei tempi dalla Repubblica Federale Tedesca mediante il tristemente celebre “Muro di Berlino”). Il trattato di Roma (il cui nome è stato successivamente modificato in “trattato che istituisce la Comunità europea”) costituiva per la prima volta nella storia una unione economico-doganale europea. Tale accordo veniva successivamente integrato dal trattato di Bruxelles del 1965 che fondeva la CECA e l’EURATOM (organismo europeo per l’energia atomica) in un’unica istituzione. Tale germe, attraverso l’aggiungersi negli anni nel novero dei suoi membri di Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973), Grecia (1981), Spagna e Portogallo (1986) ha rappresentato il cuore dell’Unione Europea che si è poi affermata con il trattato di Schengen del 1985 ideato per la libera circolazione di merci e persone.

Con il trattato di Maastricht del 1997 e il trattato di Trevi dello stesso anno si va a costituire formalmente la Comunità Europea e si infittiscono le reti di relazione e cooperazione tra i membri in termini di sicurezza, politica estera e politica economica (si istituisce il cammino verso la moneta unica europea). Ad essi si aggiungono Cipro e Malta (1993) e Svezia, Austria e Finlandia (1995). 

Dopo ulteriori step intermedi (come l’introduzione dell’Euro ed il Trattato di Nizza con l’istituzione dei c.d. “tre pilastri”), nel 2007 il trattato di Lisbona regola definitivamente le competenze tra gli stati membri e modifica l’apparato burocratico dell’U.E.

L’iter avrebbe dovuto concludersi con l’approvazione di una carta costituzionale, ma il progetto è stato abbandonato a causa della votazione contraria dei cittadini di Francia ed Olanda, i primi paesi chiamati ad esprimersi.

L’esigenza di riunirsi sotto le medesime regole sorge, da un lato, per favorire gli accordi economici, e dall’atro, per preservare la pace ed evitare i conflitti.

Facciamo però un passo indietro. Il tessuto culturale, giuridico e religioso del nostro continente é stato fortemente plasmato dall’esperienza dell’Impero Romano prima e del periodo medievale poi. I vari regni mitteleuropei medievali e moderni che hanno coinvolto buona parte del continente (regni romano-barbarici, impero carolingio e sacro romano impero) hanno contribuito ad un’opera di amalgama delle popolazioni europee. Si pensi, ad esempio, all’unificazione culturale perpetrata nei millenni dalla Chiesa Cattolica e dalla componente Ebraica oppure all’influenza giuridica nei paesi europei del diritto romano. Da tali principali fonti discende una serie di tradizioni e di valori che ispirano ancora oggi tutto il continente.

I valori universali condivisi dalle popolazioni europee, tuttavia, non sono stati sufficienti per garantire un’organizzazione collettiva e globalizzata ispirata alla lealtà ed alla pace. I grandi regni nazionali (ma sovranazionali nel loro impulso coloniale) dell’epoca moderna hanno accentuato le prerogative delle identità singole, e l’idea di patria e interesse nazionale hanno prevalso sulla comune origine culturale e storica. L’evidenza storica ci suggerisce che maggiore è stata la frammentazione politica del continente, maggiore è stata la violenza con cui tali entità frammentate si sono relazionate fra loro. Più erano piccoli e divisi i regni, tanto più vi erano guerre e carestie. Tale parabola è fatalmente sfociata nei due conflitti mondiali del ‘900. Dalle ceneri di questi conflitti, nasce dunque l’idea della cooperazione tra i paesi dell’Europa, per far sì che le cause di conflitto venissero progressivamente meno.

Tale obiettivo è stato pienamente raggiunto, posto che mai prima d’ora si era mantenuta la pace per un periodo così lungo.

Allora perché da tutte queste belle premesse non è nato un nuovo giardino dell’Eden? Nonostante i buoni propositi ed i successi raggiunti l’U.E. oggi è lungi dall’essere “il migliore dei mondi possibili”.

L’U.E. ha avuto il merito, ma anche la colpa, di trasformare le crisi belliche in altrettanti violenti scontri finanziari volti ad affermare la supremazia economica e politica di un paese sull’altro.

Gli esempi si contano innumerevoli: dalla crisi greca alla gestione dei migranti.

Homo homini lupus diceva Hobbes, filosofo materialista inglese: è l’uomo il predatore (lupo) dell’uomo stesso; questa è la realtà. L’istinto di preservare la propria identità, i propri interessi economici e politici prevaricano i buoni propositi volti al mantenimento della pace e alla formazione di un mondo paradisiaco.

E se in quiesto scenario i paesi settentrionali vestono il ruolo dei lupi, i paesi meridionali rappresentano i cosiddetti PIGS (acronimo creato utilizzando le iniziali dei paesi meridionali Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, e che, malignamente, significa “maiali”) e visti dai primi come “intrusi geografici”.

È corretto dunque pensare che le fonti da cui discendono i grandi valori universali a cui si sono ispirati i paesi membri non sono sufficienti per uniformare le diverse identità in un’unica entità globale, oppure il tentativo di plasmare la collettività europea sotto un’unica forma è stato artificiale, calato dall’alto da un’élite utopistica, e quindi di per sé fallace? Eloquente è il fatto che ogni qualvolta i cittadini europei sono stati chiamati ad esprimersi sulla cessione della propria sovranità a favore di un’organizzazione colletiva si sono dichiarati sfavorevoli (pensiamo alla Francia ed all’Olanda con gli esiti referendari aventi ad oggetto la “Costituzione Europea”, pensiamo alla Danimarca che ha bloccato la ratifica del trattato sulla difesa comune, o al recente voto inglese sulla Brexit).

Diverse sono le circostanze in cui l’U.E. ha attuato la legge del più forte in luogo del valori della soliderietà e dell’altruismo.

La gestione della crisi greca è eloquente. Senza addentrarci in tecnicismi, basti qui ricordare che la crisi economica ellenica ha trovato la sua origine nei diversi tassi di interesse applicati agli stati membri relativi al costo del denaro (elevato per la Grecia, bassissimo per la Germania) e che i prestiti conferiti alla Grecia sono stati devoluti per estinguere le obbligazioni verso i creditori obbligandola poi ad una politica austera.

Le speculazioni messe in atto si sono rivelate severe e con conseguenze gravissime, pensando che il PIL greco aveva un ordine di grandezza, all’epoca, pari a  quello del solo Veneto.

La gestione della politica migratoria, pure, è un buon esempio di come prevalgano unicamente gli interessi nazionali.

Il trattato di Dublino (che obbliga il paese che riceve per primo il profugo a farsi carico della sua domanda di asilo e del suo soccorso – nonché mantenimento-) discrimina i paesi di confine e l’applicazione empirica di tale trattato è ancora più iniqua posto che più volte abbiamo assistito al rifiuto di una redistribuzione interna o addirittura ad una chiusura illecita delle frontiere con l’ Austria o francesi a Ventimiglia.

Ora che siamo di fronte ad una crisi globale, quella dettata dal Covid-19, si registra una totale assenza di cooperazione e collaborazione. Alcuni paesi dell’UE hanno persino deciso motu proprio di chiudere i confini (con tanti cari saluti a Schengen), e non se ne parla proprio di attuare un protocollo comune avente ad oggetto misure di prevenzione e gestione dei malati.

E cosa succederà al termine dell’emergenza sanitaria? Andremo incontro all’ennesima stretta della politica austera?

Le distanze prese da Christine Lagarde sulla politica del Quantitative Easing di Mario Draghi manifestano la volontà (più o meno inconscia e non deliberata) della BCE di abbandonare una politica di protezione, a favore di un lassez faire che, ancora una volta, agevolerebbe i paesi finanziariamente più stabili.

Se, allora, L’Ue deve essere il veicolo attraverso cui i paesi come il nostro debbano subire gli attacchi dai paesi più forti finanziariamente (badate bene, finanziariamente, non industrialmente o economicamente) e al contempo il giogo autoimpostoci per non poterci ribellare a queste angherie, che scopo ha la permanenza se non quella di favorire gli attacchi di una guerra finanziaria? Se il consesso europeo cessa di essere un’occasione di sviluppo e di pace (reale e sociale) ma diventa motivo di attacchi, di vincoli e di dogmi, allora l’Italia, come suo paese fondatore, non ha forse il dovere di dire un secco “NO!” alla continuazione in tal senso?

L’Italexit, dunque, sarebbe davvero conveniente e realizzabile?

In un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore Joseph Stiglitz, uno dei padri della moderna scienza economica, premio Nobel per l’economia nel 2001 e professore alla Columbia University afferma: “Io credo che sia veramente difficile per l’Italia sopravvivere nell’Eurozona senza che la Germania cambi radicalmente la sua politica. Perché l’austerity è la strada sbagliata, questo è chiaro. L’ Italia fatica dall’ introduzione dell’ euro. Se un paese va male, la colpa è del paese; se molti paesi vanno male, la colpa è del sistema. E l’euro è un sistema quasi destinato al fallimento. Ha tolto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (tassi di interesse e di cambio), e anziché creare nuove istituzioni che aiutassero i paesi a gestire le nuove situazioni, ha imposto restrizioni – spesso basate su teorie economico politiche screditate – su deficit, debito, e anche riforme strutturali» L’Ital-exit sarebbe un’opzione costosa. Per questo la migliore opzione per l’Italia sarebbe restare nell’Eurozona. Ma questa si deve riformare: altrimenti l’Italia rischia di restare stagnante o in recessione per altri 20 anni. Questo è il punto: ve lo potete permettere? La vita è fatta di scelte, a volte anche difficili. Qui bisogna mettere sulla bilancia i costi di restare e quelli di uscire. Se però la riforma dell’Eurozona dovesse fallire e i Paesi deboli continuassero a soffrire un’emorragia di capitali a favore di quelli più forti, allora si potrebbe arrivare a un punto in cui non c’è più scelta.”

Ma cosa vuol dire riformare l’Eurozona? Di certo, la riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è uno degli appuntamenti più importanti in cui un paese come il nostro, che detiene quasi il 18% delle quote del fondo ha il diritto di far sentire la sua voce, al pari di Francia (20%) e Germania (27%), ma che, allo stato, nasconde le note insidie denunciate dall’opposizione.

Sotto il profilo interno, invece, un eventuale referendum sarebbe incostituzionale poichè la decisione non potrebbe che essere assunta direttamente dalle istituzioni nel rispetto dei trattati europei (che però, ahimè, non prevedono meccanismi di uscita).

Al di là di ciò che accadrà, non dobbiamo dimenticare la forza geo-politica della nostra nazione.

Le offerte di aiuto provenienti dalla Cina (con cui di recente abbiamo raggiunto un accordo economico, la “Nuova Via della Seta”) e dalla Russia (quest’ultima ha espressamente dichiarato che nel caso di un’Italexit troveremmo in lei un fedele alleato) sono eloquenti delle forze che l’Italia potrebbe mettere in campo. E gli Stati Uniti starebbero a guardare o interverrebbero? Probabilmente non auspicherebbero di perdersi uno storico alleato politico ed economico qual è l’Italia a favore di Russia e Cina “solo” causa della cattiva politica europea.

Del domani non v’è certezza ed oggi l’Italia attraversa uno snodo importante per il suo futuro politico ed economico e sarà necessario che giochi bene le sue carte.