A cento anni dalla nascita di mio padre Virgilio Italo in un tempo indissolubile

Cultura & Società

Pierfranco Bruni

Nel giorno del tuo compleanno ho sensazioni ed emozioni graffianti di vento in un alfabeto di memorie lunghe che pesano nel rigare le linee del cammino.

Non ho ancora finito di scrivere il nostro libro: “Quando mio padre leggeva Carolina Invernizio”. Forse c’è una forza inconscia, energia meglio, che mi impedisce di porre la parola fine. Non può esistere la parola che ponga fine alla nostra storia chiamata destino.

A dirtelo ora ha sempre più senso  perché il viaggio che si è spezzato non ha il conto dell’orologio e le ore hanno la misura del vento che toccano l’ultimo incavo dell’orchidea lasciata sul primo gradino della scala del giardino come se aspettasse la carezza della tua mano.
Sei stato il mio capitano e il guardiano della fortezza tra gli anni che non sfidano ricordi  ma segnano un indelebile cammino che ha posato rughe di malinconie tra le pieghe antiche del mio stanco sorriso.
Non ho bisogno di cercarti perché sempre ci sei anche se il peso del tuo passo è la tua invulnerabile pazienza sono ora spazi di pioggia e inevitabili viaggi.
Avresti compiuto cento anni ma per te il tempo non ha più trincee. A cento anni dalla nascita 1920 – 2020.
Mi basta una rosa rossa del nostro giardino per raccogliere tutti gli echi delle parole che non ci siamo dette ma ci siamo date con uno sguardo di pensiero  quando tu mi hai chiesto di poggiare la mia testa sulla tua in quel nostro ultimo appuntamento che ha raccontato le nostre vite.
Ho questo debito, padre mio, una rosa rossa per ascoltarti in una traccia di silenzio nel respiro del vento tra le stanze dell’anima
come un passaggio di aquile.
A dirtelo ora ha sempre senso. Non ho ancora smesso di scrivere di te su di te su madre Maria di madre Maria. Il tempo decide tutto. Come aironi i ricordi fuggono e come nuvole tornano.

Non solo in me in Giulia in Maria hai segnato il destino. Anche in paese. Tutti ti ricordano. Sei stato un maestro. Per noi non smetti di esserlo. Non smetterai.  Mi hai insegnato che la pazienza ha il respiro del vento quando la roccia taglia le onde ed io non smetto di ascoltare la voce che ha suoni costanti di silenzio e il tuo non esserci ora è un’ombra che traccia l’anima.
Mi manchi. Già, ci manchi. Mi  manchi nelle sere come questa sera che avrei bisogno di viverti nella solitudine e raccogliere almeno un gesto del tuo dire per sentire la tua mano sul mio viso come quando mi salutavi senza parole e oltre il tempo delle attese.
Padre  ci manchi. E anche se racconto gli anni, gli anni, non c’è spazio per custodire la tua assenza, e so che bisogna restare aquile per vivere ogni luna delle tredici lune delle tartarughe nel giardino che tu per me hai coltivato fino al giorno della palma bruciata dal pianto.
Sei stato tu a starmi vicino proprio nel momento in cui il tuo viaggio cominciava a perdermi. Mi manchi. Padre lo so che lo sai che ci manchi. Mi appoggio ad uno dei tuoi bastoni. Bastoni che tu stesso intagliavi e cerco di imitarti. Si imita il proprio padre per tentare di reggere all’urto con la storia delle assenze. Madre Maria sempre ci osserva dalla sua stanza. Tu padre ci rassereni. Avresti compiuto cento anni. Siamo qui per non dimenticare.