Vivendo nel presente, con la volontà di capire quello che ci succede intorno, molto spesso dimentichiamo il modo migliore e corretto di comprenderlo, quello che permette di chiarire le cause del mondo in cui viviamo.

È facile cascare in questa “trappola dell’eterno presente” in cui si cerca di spiegarlo a partire dal presente stesso ed è altrettanto facile dimenticare che il presente ha le sue radici nel passato e da esso è condizionato. Il grande filosofo Friedrich Nietzsche è passato alla storia soprattutto per la sua “teoria dell’eterno ritorno”: ad avviso di Nietzsche tutto ciò che è accaduto, anche il più piccolo evento naturale o personale, si ripeterà identico per l’eternità. Questa teoria di Nietzsche è fondamentale per uscire dalla “trappola dell’eterno presente” di cui ho parlato prima, anche se non deve esser presa alla lettera, ma nel senso che, a ritornare costantemente nella storia, non sono tutti i particolari, ma le dinamiche storico-sociali.
Attualmente stiamo vivendo un dibattito politico tra europeisti, che difendono a spada tratta l’Unione europea e la sua politica centralizzata, e i sovranisti che invece vorrebbero un’Unione Europea con un potere più decentrato o che comunque stia attenta alle problematiche particolari dei vari stati europei. Stiamo vivendo uno scontro politico tra “centro” e “periferia”, una dinamica storico-sociale che sempre ritorna nella formazione di nuovi stati, sia nazionali che federali.

Federalismo e giacobinismo

All’epoca dell’unificazione italiana e dei primi moti risorgimentali, numerosi intellettuali italiani iniziarono a riflettere su quale fosse il miglior assetto politico-istituzionale che la penisola italiana doveva assumere: anche in questo caso vi fu uno scontro tra “centro”, ovvero la monarchia sabauda e la sua volontà di voler creare uno Stato nazionale centralizzato, che avesse come modello il Regno del Piemonte, e la “periferia”, ovvero coloro, come Cattaneo, che proponevano un modello politico federale, attento alle differenze di fatto esistenti tra i vari stati pre-unitari e, soprattutto, attento a garantire alle città italiane il cosiddetto self government. Fin dall’unificazione i comuni, le province e le regioni italiane non hanno mai avuto il diritto al self-goernment, ma soltanto il diritto all’autonomia amministrativa.
La differenza sembra sottile, ma invece è abissale, poiché il self-government (proveniente dalla tradizione politica inglese) esclude qualsiasi organo di controllo del potere centrale nelle “periferie”, mentre l’autonomia amministrativa è diretta e controllata da un potere esecutivo centrale attraverso determinati organi statali (quest’ultimo modello proviene dalla tradizione politica continentale).
A distinguere lo stato federale da quello centralista è solo il modo in cui esso si forma: il primo ha origine dalla libera partecipazione di tutte le entità politiche pre-esistenti alla federazione, mentre il secondo si forma solitamente in modo autoritario per iniziativa di una singola realtà politico-statale.
Nel 1851, poco prima dell’unificazione italiana, Ferrari propose un modello di Stato federale a partire dalla scomposizione delle otto realtà politiche che a suo avviso erano presenti nella penisola. Queste realtà politiche dovevano rendersi prima repubbliche autonome e poi accettare democraticamente di federarsi. Altri, come Giuseppe Pecchio, proponevano una federazione formata dalle tre monarchie pre-unitarie della penisola. Contrario a questa linea fu Carlo Cattaneo, secondo il padre del modello federalista dello stato in Italia, erano le città italiane l’elemento politico realmente vivo ed esistente.
Il federalismo italiano post unitario diventò definitivamente repubblicano, affermando la necessità di far decadere le monarchie presenti sulla penisola, oltre a sottolineare la priorità della libertà politica della “periferia”, attraverso l’elezione di parlamenti locali, rispetto alla centralizzazione e al processo unitario voluto dalla monarchia sabauda, Cattaneo si oppose a qualsiasi modello di accentramento del potere nelle mani del Regno del Piemonte, poiché ciò significava che un solo parlamento, un solo centro di potere possa decidere le sorti di tante realtà politiche che fino ad allora avevano goduto di ampia autonomia legislativa.
Di fatto quella federalista fu la tesi perdente e al suo posto vinse quella capeggiata da Mazzini sostenitrice dell’autonomia amministrativa locale attraverso la mediazione delle regioni.
I partiti italiani della Destra e della Sinistra Storica alternavano l’attuazione di una politica accentratrice se si trovavano al governo e la proposta di una politica decentratrice quando si trovavano all’opposizione. Francesco Crispi, ministro dell’Interno tra gli anni ’80 e ’90 attuò infatti la seconda unificazione amministrativa” della penisola, sempre basata su un modello centralizzato. L’autonomia amministrativa è una sorta di contentino che il centro fece alla periferia, ma di fatto l’autonomia locale era diretta dal potere centrale.

Qualche interessante analogia

Le analogie tra il dibattito politico italiano all’epoca dell’unificazione e quello in atto oggi tra europeisti e sovranisti sono numerose, ma in particolare volevo sottolinearne alcune.
Innanzitutto ad essere artificiosa nell’attuale situazione politica, così come lo erano secondo Cattaneo le monarchie pre-unitarie di stampo giacobino, è l’Unione europea, mentre l’entità politica concreta è composta dai vari stati del continente.
A federarsi in modo democratico e spontaneo dovrebbero essere tutti gli stati che attualmente formano l’Unione europea, ma di fatto le popolazioni europee non hanno ricevuto una spiegazione chiara di come l’UE sarebbe stata strutturata ed in particolare i popoli d’Italia si sono visti catapultare contro la propria volontà dentro l’unione monetaria.
Chi l’avrebbe mai detto che i trattati di Shengen, nati per dare la possibilità di commerciare liberamente all’interno degli stati dell’unione, sarebbero degenerati un giorno nel liberistico spostamento di capitali e mezzi di produzione da un paese all’altro con la conseguente distruzione delle economie dei paesi meno avvantaggiati dall’Unione monetaria.
Chi l’avrebbe detto che le belle parole del trattato di Lisbona in cui si faceva appello alla solidarietà, alla piena occupazione ed al benessere dei cittadini europei avrebbero avuto come esito il dramma della Grecia ed il tentativo autoritario di determinare le politiche migratorie dei paesi di primo sbarco.
È pur vero che gli Stati dell’UE dispongono di ampia autonomia legislativa, ma a poco a poco questa autonomia va diminuendo, ne è un esempio l’introduzione in Italia del pareggio di bilancio in costituzione.
Di recente lo scontro tra il “centro” europeo, ovvero le istituzioni dell’UE, e le “periferie”, ovvero i singoli Stati europei, si è concentrato proprio sulla politica economica.
La somiglianza tra la posizione dei sovranisti italiani odierni e quella dei federalisti italiani dell’epoca unitaria è forte, poiché si tratta di una posizione attenta alle diverse situazioni economiche, politiche e sociali locali che si oppone a chi arbitrariamente vuole imporre un modello dall’alto nella presunzione che esso sia valido universalmente.
Un tempo fu la monarchia sabauda ad arrogarsene il diritto, oggi è l’Unione europea.
Come potrebbe definirsi, se non autoritaria e centralista, la pretesa di voler applicare il modello economico Tedesco e Francese, fondato su poche e grandi aziende a tutto il resto del Sud Europa che vive di piccole e medie imprese.
Un’ultima cosa che vorrei sottolineare è un elemento di identità tra i due processi di accentramento analizzati fin qui, ovvero il risultato: da entrambi è uscito fuori un popolo poco coeso e senza nessun elemento identitario a cui richiamarsi per creare coesione, in altri termini si è fatta l’unione monetaria ma non l’Europa che invece è diventata una mera sovrastruttura burocratica priva di ascolto delle differenze economiche e culturali.
Tra le tante analogie vi è comunque una differenza positiva: abbiamo visto come, nei decenni successivi all’unificazione italiana, i partiti della Destra e della Sinistra storica, a seconda se si trovavano al governo o all’opposizione, alternavano posizioni centraliste a posizioni federaliste, mentre oggi, nei decenni successivi all’inizio del processo di accentramento politico europeo, i partiti politici che all’opposizione affermavano posizioni contrarie alla politica UE oggi si trovano al governo e trainati dalla Lega di Matteo Salvini sono riusciti a mettere in discussione il disegno centralista dell’Unione.
Ecco che a scontrarsi alle prossime elezioni europee, saranno ancora una volta due concezioni e visioni differenti: da una parte i popoli, con le loro differenze e le loro particolari esigenze e dall’altra l’oligarchia “ortopedica” e centralista Franco Tedesca che vorrebbe educare ed addestrare all’obbedienza i popoli del Sud Europa, obbedienza che deve essere ottenuta con le armi oggi in dotazione, che non sono più i moschetti e la cavalleria ma lo spread, il patto di stabilità e le ragioni del mercato.