Il modello nordico è interamente fallito; tocca a noi

Economia & Finanza

di Canio Trione – Economista

Il modello economico nordico è interamente fallito. Se a tassi di interesse bassissimi e negativi non corrispondono né elevata occupazione, né elevata crescita (almeno nominale), né elevata inflazione, è evidente che il sistema incarnato dalla Bce, dalla UE e dalle sinistre nazionali ed europee ha fallito; ed ha fallito dappertutto. E quello che è più grave è che ha fallito anche nel senso di non avere altri strumenti per governare l’economia. Non si sa cosa fare per rilanciare i prezzi, né si immagina come contrastare la recessione, né, tanto meno, come rendere sostenibili i bilanci di banche, multinazionali e Stati sovrani.

Qualcuno propugna maggiore espansione dell’economia con bilanci pubblici più generosi almeno dove contabilmente si può, vale a dire nelle economie con maggiori surplus. Cioè, secondo costoro, la Germania e/o la Cina dovrebbero spendere di più o ridurre le proprie tasse. Questo per indurre il consumatore già satollo delle nazioni ricche ad espandere ulteriormente il proprio consumo al fine di sostenere maggiormente i paesi e le economie più povere. È di tutta evidenza la insufficienza di questa tesi a fronteggiare la diffusa planetaria necessità di maggiore domanda di beni e servizi; né si capisce perché tale domanda debba andare verso l’estero (vista la competitività delle imprese domestiche), né, tanto meno, si intende perché i paesi in surplus debbano indebitarsi per arricchire altri, né, infine, si immagina come chi già ha tutto possa allargare il proprio livello di consumo..…

Quindi il sistema consolidato e concretamente praticato dai potentati economici del Nord è interamente fallito. Non esiste una ricetta credibile. Si deve ripartire da zero. Circostanza evidente da anni; da lustri se ne avvertivano le avvisaglie; la vox populi di tutto il pianeta ne percepisce la gravità e come un sol uomo si solleva sfidando anche gli strali delle tecnologie in uso alle forze di repressione.

Che fare?

Gli stati, le grandi imprese, le banche, hanno poggiato la propria prevalenza sulla loro proverbiale capacità di trasferire sulle spalle e nei portafogli della gente comune i propri costi e sbagli. Non v’è costo, errore, tassa, avversità di qualunque tipo che non si possa contabilizzare nei bilanci delle grandi imprese e quindi trasferire sui risparmiatori-azionisti o dipendenti-collaboratori o consumatori-clienti o fornitori. Cioè sulla componente debole dell’economia; cioè quella componente che non riesce a sua volta a traslare-trasferire i propri costi su altri e quindi diviene il pagatore ultimo e vero di tutte le tasse, di tutti i costi e di tutti gli errori propri e dei potenti. Questo sistema però ha dissanguato le categorie più deboli fino ad impoverire la classe media pervenendo alla attuale situazione che i mercati sono ormai troppo più piccoli degli appetiti delle componenti forti dell’economia. Quindi tutto sembra implodere su se stesso.

Il contrasto a questo fenomeno è possibile solo se gli attuali esclusi dal banchetto vi vengano inclusi. Certamente non riducendo il costo del danaro o stampandone di nuovo per distribuirlo ai politici e alle Istituzioni da questi occupate come viene fatto dalle Banche Centrali senza ottenere nulla. Né che si aumentino autoritativamente gli stipendi (come certe proposte demenziali di salario minimo stellare!) accelerando così il collasso delle pmi (e non la loro promozione) e, al contempo, producendo un aggravio per le grandi imprese che non mancherà di scaricarsi su azionisti, consumatori e occupazione.  Serve inoltre che la inclusione di cui si parla non sia realizzata in modalità “passive” come sarebbe se distribuissimo danari a pioggia a tutti al solo scopo di indurre a spenderlo, ma “attiva” cioè in modo che si permetta a tutti di rientrare nel mondo produttivo (e quindi “attivo” con un proprio ruolo nell’economia aprendo o allargando una impresa pur piccola) liberamente cioè senza scalini all’entrata e senza aggravi innaturali sulla gestione ordinaria; sempre senza “aiuti”, assistenze e cose simili.

Il lavoro autonomo e le pmi devono essere liberati totalmente da ogni aggravio burocratico inutile perché possa dispiegarsi liberamente ogni capacità creativa e lavorativa della singola persona. Solo questo mercato libero può, ad un tempo, dare occupazione, reddito, domanda, inclusione, gettito, democrazia economica, rendendo altresì sostenibili le grandi imprese burocratizzate come ministeri, le banche e gli apparati pubblici… senza aggravi per l’ambiente e senza gravare sulla moneta e sui bilanci pubblici con politiche fallite già prima di nascere.

L’aver promesso “cambiamento” e aver poi dato supporto alla conservazione dell’esistente è stato un delitto per i movimenti che recentemente hanno beneficiato del consenso popolare. Ma, più in generale, tutta la “politica di potere” -che volgarmente è detta più propriamente “attaccamento alle poltrone”- ha prodotto il disastro che viviamo al quale va risposto con proposte concrete e non istituzionali o tattiche.

Tutta l’impalcatura fiscale e burocratica recentemente rafforzata dalla introduzione della fattura fiscale e delle decine di incombenze intese a garantire sempre maggior gettito sono una restrizione dello spazio privato a vantaggio di quello pubblico; cioè si perseguitano ulteriormente i “pagatori di tasse” a favore di maggiori garanzie per i “percettori di tasse” che poi sono i conservatori dell’esistente e gli stessi estensori della legislazione fiscale esistente; che certamente non è stata scritta dalle pmi ma da dipendenti pubblici solerti nella difesa della propria prevalenza sui creatori di ricchezza (che sono le pmi)In questa situazione di conflitto evidente e non dichiarato tra pubblico e privato quest’ultimo soccombe creando tutte le condizioni per il collasso anche del primo che per sopravvivere si scatena per cercare ulteriori spazi di tassazione per garantirsi lo stipendio e la poltrona. In un avvitamento suicida.

La “erogazione di servizi” che giustifica la percezione di stipendi per i dipendenti pubblici oltre ad essere evidentemente insufficiente in ogni settore (sia rispetto alla domanda sia rispetto al suo costo!!!) non può essere prevalente rispetto alla creazione di ricchezza vera e propria ma solo una parte: si tratta di una regola fisiologica inconfutabile! Circostanza evidente anche agli stessi politici che spesso invocano la necessità della spending review che altro non è che la restrizione dello spazio pubblico (la somma dei “percettori di tasse”) per rendere la spesa pubblica più sostenibile per le pmi (unico “pagatore di tasse”).

Quindi la sopravvivenza del sud e il suo rilancio non può avvenire senza una rilettura teorica e politica dell’esistente che restituisca la centralità che le compete alle pmi che sono la totalità delle imprese del mezzogiorno. Rilettura che -come si vede- non si limita a indicare una questione regionale o sovraregionale interna alla compagine nazionale ma verte sull’essenza del modello di sviluppo creato dal nord del mondo che è arrivato al suo capolinea. Dal Libano al sudamerica, da Hong Kong alle praterie degli Usa, dalla Brexit al risveglio delle follie neonaziste,.. siamo di fronte ad un momento di ribellione generale e corale privo di un senso unitario e consapevole ma è unitamente ribelle contro un sistema che produce esclusi e programma la creazione di altri esclusi per sopravvivere senza che si sappia cosa fare dei vecchi e nuovi esclusi se non ristorarli con redditi di cittadinanza e cose simili sempre addebitati sul conto dei “pagatori di tasse”.

Il vuoto che si è prodotto nelle proposte politiche con il collasso del consenso contemporaneo delle sinistre (tutte nessuna esclusa), di quello delle destre grandindustriali (ormai elettoralmente inesistenti) e del M5S innovatore a parole ma effettivo garante estremo dell’ordine esistente; garante non per convinzione ma per incapacità di edire un percorso alternativo… questo vuoto di cultura politica apre uno spazio infinito alle nuove proposte che solo dal sud possono arrivare perché il sud è portatore della cultura umanistica che è di fatto alternativa a quella tecnicista del nord. Cultura umanistica che non va intesa come pietista e quindi foriera di ulteriore assistenze ed esborsi decisi per rendere più “equa” la spesa pubblica… ma esattamente l’inverso: per cultura umanistica si deve intendere crescita della consapevolezza di poter invertire l’attuale perversa tendenza all’autodistruzione dell’economia e della società rimettendo l’uomo al centro della politica non come destinatario di aiuti ma come strumento di crescita individuale e collettiva rispettandone il lavoro, la creatività, l’abnegazione, la proprietà, rimettendo così in moto il meccanismo della crescita umana, sociale ed economica del singolo e dell’intera comunità umana. Crescita oggi erroneamente demandata alle macchine e alla meccanizzazione, alla burocrazia e alla tecnocrazia, che vanno riportate nel loro naturale alveo di servitori dell’uomo non certo di suoi sovrani.